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Con quella piazza Modena ha cercato una voce che desse una forma alla paura

Con quella piazza Modena ha cercato una voce che desse una forma alla paura

Il male non sempre è spiegabile: a volte accade, ma noi non possiamo accettarlo. In un mondo dove anche un solo incontro sbagliato può costare la vita


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Politici, presidenti, uomini, mezz'uomini, quaquaraquà. Dov'è però davvero l'individuo, in questo bailamme di categorie? Nell’immagine più tremenda di Modena non c’è solo l’auto, non solo l’urto, la fuga, il sangue. Ci sono anche quei secondi sospesi, nei quali la gente sembra non sapere più dove sia finito il mondo. Se qualcuno aiuta, altri restano immobili e qualcuno continua per la sua via. Non è indifferenza: è il cervello che si rifiuta di credere a ciò che gli occhi stanno vedendo. Lo abbiamo già visto.

Nel 2012, nei giorni del terremoto nella Bassa, la gente era in strada, seduta sui marciapiedi, occhi sbarrati sulle case viste ballare da fuori. Nel 2020, durante il Covid, il contrario: tutti dentro. Dalla folla nelle strade alla solitudine nelle stanze. Ma dentro o fuori, tutti appesi a una voce, a un bollettino, a una regola, a qualcuno che dicesse cosa fare.


Quando la realtà diventa troppo grande, torniamo piccoli. Siamo tutto quello che vogliamo fino a quando la terra non trema, un virus non svuota le piazze, un’auto non entra nella vita normale e la spezza. Allora resta la creatura. Fragile. 

Manzoni lo sapeva bene: davanti alla paura, l’uomo cerca una forma, una semplificazione. Se non trova una guida, cerca un colpevole.

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Se non capisce il male, inventa l’untore. È il modo più antico per non guardare l’abisso: dargli un volto.


E Leopardi aveva capito l’unica grandezza possibile della nostra specie: la social catena. Non perché siamo buoni: perché siamo deboli. E proprio perché siamo deboli, se non ci stringiamo diventiamo polvere. La natura non ci garantisce nulla, la storia nemmeno, Dio a volte sembra tacere proprio quando dovrebbe parlare più forte. E a volte le cose peggiori accadono in Suo nome.

Nel suo romanzo Lo straniero, Albert Camus racconta di un impiegato francese che vive ad Algeri nella totale indifferenza, anche quando muore la madre. Un giorno, su una spiaggia, uccide un arabo quasi senza motivo, dentro una luce accecante. Viene condannato non solo per il delitto, ma perché appare senza emozioni, senza pentimento, di ghiaccio. Straniero rispetto al comune sentire. Ci insegna che il male non sempre è spiegabile: a volte accade, ma noi non possiamo accettarlo. In un mondo dove anche un solo incontro sbagliato può costare la vita. Per questo, davanti all’assurdo, l’uomo cerca subito una spiegazione morale. E qualcuno che la dia.


Ecco perché nei momenti così serve una guida.

Qualcuno che stia davanti, che raccolga i dispersi, che dica venite qui e che dia una forma provvisoria alla paura. Modena, in Piazza Grande, non ha risolto nulla. Non poteva. Ma ha fatto la cosa più elementare e forse più necessaria: si è stretta, si è contata, ha cercato una voce che desse una forma alla paura.


Magath

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Dietro allo pseudonimo Magath un noto personaggio modenese che racconterà una Modena senza filtri. La responsabilità di quanto pubblicato da Magath ricade solo sul direttore della testata.  Ci sono...   

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