Caro direttore,
C’è una distanza siderale tra il racconto ufficiale della città e la realtà vissuta quotidianamente dai cittadini. Da una parte dichiarazioni, rassicurazioni, narrazioni ottimistiche; dall’altra, strade dove il degrado avanza, episodi di microcriminalità che si moltiplicano e un senso diffuso di insicurezza che non può più essere liquidato come semplice percezione.
Non siamo di fronte a una sequenza di casi isolati, ma a un cambiamento tangibile del tessuto urbano. Quando gli episodi si ripetono, quando intere zone diventano progressivamente meno vivibili, quando i cittadini iniziano a modificare le proprie abitudini per paura o prudenza, allora il problema è reale, strutturale, e soprattutto sottovalutato. I flussi migratori da più parti dipinti come il toccasana ai nostri mali non hanno funzionato. E non potranno mai funzionare perché, tra gli altri aspetti, non si può pretendere di spostare intere popolazioni da una regione all'altra del mondo senza che questo abbia dei contraccolpi.
Chi governa ha il dovere di garantire ordine, sicurezza e decoro. Non come slogan, ma come risultati verificabili. E oggi questi risultati non si vedono. Si rincorrono emergenze senza mai affrontarle davvero, si preferisce attenuare i toni invece di riconoscere la gravità della situazione, si confonde la complessità con l’immobilismo.
Un episodio personale, recente, è solo uno tra i tanti: un tentativo di furto nei pressi del Novi Sad, evitato per reazione immediata.
Nulla di “eccezionale”, ed è proprio questo il punto. Ciò che dovrebbe indignare è diventato normale. Ciò che dovrebbe allarmare viene assorbito con rassegnazione.Ma una comunità che si abitua non è una comunità più forte: è una comunità che arretra. Arretra quando smette di pretendere risposte, quando accetta che il livello di sicurezza si abbassi, quando si convince che “in fondo va bene così”.
E allora la domanda è semplice: fino a dove siamo disposti a scendere?
Perché il vero degrado non inizia nelle strade, ma nel momento in cui una città smette di reagire — e decide, silenziosamente, di convivere con ciò che un tempo avrebbe fatto molta fatica ad accettare.
Buona Pasqua
Rosaria Marcovecchio



