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Sara e Giada, due infermiere modenesi in prima linea contro il coronavirus

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'Le persone ricoverate hanno paura, fanno domande a cui anche noi a volte facciamo fatica a rispondere, sono preoccupati e tristi...'


Sara e Giada, due infermiere modenesi in prima linea contro il coronavirus

Riecco l'appuntamento del sabato con la nostra rubrica, Le donne di Modena curata da Francesca Riggillo. Una puntata dedicata a due donne speciali.

Quest’oggi vorremmo lasciar parlare loro.
Infermiere, oss, personale ospedaliero in prima linea tra le corsie degli ospedali modenesi ad affrontare due tra le battaglie più impegnative dei nostri tempi: una pandemia globale che ha sconvolto all’improvviso la vita di tutti, nessuno escluso, e il senso di comunità, il mantenersi umani di fronte a centinaia di pazienti con sentimenti e famiglia, cari che non possono vedere.

Giada lavora al Policlinico di Modena nel reparto malattie infettive.
E’ stata assunta da poco, da inizio mese dopo un tirocinio universitario, per far fronte all’emergenza Covid-19. Nelle sue parole traspaiono tutta la grinta e tutto il dolore del mondo, trasudano sentimenti impossibili da comprendere e da immaginare per chi vive l’emergenza tra le mura delle proprie case e non tra corsie di ospedali.



Vi riportiamo la sua testimonianza:

Noi dello staff, medici, infermieri, oss, ce la stiamo mettendo tutta, stiamo facendo del nostro meglio per assistere nel miglior modo i malati, ma non è semplice.
Non è semplice affrontare turni di 12\13 ore, intere settimane consecutive senza riposo, vedendo persone che stanno male, che soffrono senza nemmeno una parola di conforto da parte dei famigliari.
E’ difficile poter dare parole di conforto e speranza, avere un rapporto relazionale adeguato alle necessità dei pazienti perchè i tempi stringono, i malati sono tanti e l’intensità di cura è elevata.
Questo ci dispiace tremendamente. E’ difficile affrontare la situazione in un clima di continua frenesia in reparto: la paura, il nervosismo e la stanchezza sono a livelli molto alti. Ma nonostante ciò non mancano sorrisi e soddisfazioni, ogni giorno.

Abbiamo avuto i risultati di guarigione proprio oggi di un paziente di 85 anni, stiamo sperimentando un nuovo farmaco che sta dando risultati molto buoni quindi la speranza c’è, bisogna crederci e impegnarsi al massimo.
Le persone ricoverate hanno paura, fanno domande a cui anche noi a volte facciamo fatica a rispondere, sono preoccupati e tristi perchè non possono vedere i loro famigliari, e questa è una grande mancanza.
Cerchiamo sempre di confortarli, di fare scappare qualche sorriso e li sproniamo ad essere positivi anche se difficile.
Noi operatori sanitari siamo sostenuti da tutti: bar, pasticcerie, pizzerie ci stanno offrendo i loro prodotti quasi ogni giorno e siamo molto grati di questo!
Ci serve sentire la vicinanza...perchè per noi psicologicamente non è facile. Anche una volta arrivati a casa dopo il turno devi cercare di mantenere tutte le precauzioni del caso in famiglia: mangiare ad orari diversi, disinfettare le superfici, indossare mascherina e guanti, stare ad un metro di distanza... proprio ora che ci servirebbe affetto, anche solo un abbraccio, non possiamo riceverlo.
Dobbiamo evitare contatti il più possibile con altre persone. La vita è cambiata radicalmente. Se prima dopo un turno stressante volevi svagarti uscendo con gli amici, potevi... ora no. Il non avere rapporti umani, contatto fisico, fa male. Perchè ora come ora abbiamo bisogno soprattutto di quello.
Spero che questa situazione possa farci capire davvero quanto valgano e siano importanti le piccole cose.
Torneremo più forti di prima”.

Sara lavora nell’ospedale di Sassuolo nel reparto ortopedia.
Ci racconta che, a parte per gli interventi più urgenti, il suo reparto è stato soppresso e trasformato per accogliere i pazienti “sospetti”, in attesa di ricevere gli esiti del tampone.

E’ una situazione a cui nessuno è abituato, penso che nessuno possa dire di aver vissuto una pandemia. Noi non siamo eroi. Continuiamo a fare il nostro lavoro, con tutte le nostre forze, come sempre”.

E lancia un appello ai modenesi:
Siamo tutti nella stessa situazione. Cerchiamo di non vanificare il lavoro di chi mette il sacrificio della propria vita. Una volta finita l’emergenza speriamo di non essere dimenticati”.

E c’è qualcos’altro da non dimenticare. Il 2020 è stato infatti dichiarato l’anno per “la prevenzione della violenza contro gli operatori sanitari”. Insieme al covid-19 si somma questa ulteriore emergenza, inammissibile e preoccupante, tanto da fare istituire veri e propri corsi di formazione con le forze dell’ordine e personale sanitario finalizzati all’apprendimento di tecniche di gestione di potenziali situazioni a rischio e comportamenti aggressivi.

Per concludere vorremmo dedicare un pensiero e un forte abbraccio virtuale a tutte le persone che stanno soffrendo la perdita di un proprio caro, a tutti coloro che continuano a lavorare per garantirci cibo e servizi, a Sara e Giada che hanno trovato il tempo da dedicare a questa intervista e a tutto il personale ospedaliero che lavora instancabilmente per salvare vite.

Passerà e potremo rinascere dalle ceneri del passato con una consapevolezza diversa.

Francesca Riggillo



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