La sterzata evolutiva della nostra specie, la sua vera e propria nascita, è da attribuire a quello che Benozzo definisce Homo poeta, scardinando volontariamente l’abituale terminologia e cronologia paletnologica. Nella convinzione che Homo poeta preceda addirittura Homo loquens, cioè la comparsa del linguaggio stesso, e che ciascuno di noi sia poeta prima ancora di saper parlare, questo testo diventa anche un invito a una percezione nomade di noi stessi, per riscoprire lo stupefacente potere che ciascun individuo – in quanto creatura irripetibile, unica, libera e parlante – ha dentro di sé per produrre immaginario e creare continuamente nuovi mondi.
Un libro che ragiona sulle origini e sul destino della nostra specie e che si pone come un elogio di ogni anomalia e dissidenza rispetto alle leggi evolutive.
Il vero tema del libro è infatti proprio quello della dissidenza, intesa come qualità costitutiva di ogni individuo e come caratteristica che ha consentito alla nostra specie di evolversi. Un tema, questo, caro a Benozzo, che ne ha fatto quasi la parola d’ordine del proprio modo di vivere, sia come filologo che come poeta, e che lo ha portato a pagare più di una volta in prima persona, come conseguenza delle sue scelte non allineate (di recente, come noto, è stato anche uno dei due soli docenti universitari italiani sospesi per non avere accettato le norme sul Green Pass). La dedica del libro parla chiaro: nelle prime pagine, infatti, Benozzo dedica questo lavoro “alle ribelli e ai ribelli che hanno lottato e stanno lottando in questi anni di non senso, ciascuno nei suoi modi preziosi e unici”.

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