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Il volo e l'amore: il dono di Alessandra Pederzoli, oltre la malattia

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'Sentivo troppa luce dentro, nonostante tutto, e dovevo farla uscire, affinché non fosse vana'


Il volo e l'amore: il dono di Alessandra Pederzoli, oltre la malattia
Un libro da leggere in punta di piedi, col rispetto che merita la generosità e la passione con la quale l'autrice ha deciso di raccontarsi, di mettere a servizio del lettore la sua storia. Una generosità nei contenuti che peraltro si accompagna a uno stile sobrio e una scrittura snella e coinvolgente.

'Al volante della mita vita' di Alessandra Pederzoli (Artioli Editore) è il racconto di una donna, di una mamma e di una nota professionista modenese che da anni combatte una coraggiosa lotta contro il tumore. Ma il racconto non si ferma a questa battaglia, la malattia nel libro di Alessandra Pederzoli viene dipinta come un sorta di ospite indesiderato col quale fare i conti cercando in tutti i modi di non rinunciare a cercare la bellezza, la profondità nelle relazioni, rapporti interpersonali nuovi.

Di non smettere di sperimentare il coraggio, descritto dalla autrice come 'azione nella paura' e raffigurato in una esperienza reale di un volo bungee jumping. Di non rinunciare alle passioni, come quella della auto di grossa cilindrata, sapendo però dare loro una gerarchia di importanza, come spiega raccontando la scelta di vendere la sua Porsche, nera con gli interni chiari e dalla cilindrata aggressiva. Quella che la portava 'nella casetta sul lago da sola quasi volando'.

L'idea del libro, come la stessa Alessandra Pederzoli scrive, è nata in ospedale. 'Sentivo troppa luce dentro, nonostante tutto, e dovevo farla uscire, affinchè non fosse vana. Un progetto di condivisione radicato da diventare il fine'. E di vano nelle pagine che l'autrice consegna ai lettori non vi è proprio nulla.

Anche negli aneddoti apparentemente minori vi è la ostinata volontà di trarre un insegnamento, un significato, una esperienza dalla quale ripartire in qualche modo migliorati perchè, come l'autrice scrive, 'nel ricominciare c'è la manifestazione più vera del nostro essere, l'esistenza dello spirito oltre la ragione'. E perchè occorre fare pace col proprio passato: 'nulla è da dimenticare, ma non possiamo conservare fardelli che diventano ostacoli: la coerenza a volte diventa un alibi per non cambiare'.

La descrizione della esperienza della lotta alla malattia, anche nelle pagine più crude e sofferte, nella consapevolezza delle profonde cicatrici, commuove e allo stesso tempo offre una testimonianza di ostinata volontà di resistere, di combattere e di vincere perchè come si legge nel racconto di uno dei tanti momenti di battaglia attraversati 'essere resiliente, ho imparato a mie spese, non significa infatti solo resistere. Dovevo trovare il modo di salvarmi. Dovevo vincere'.
Una battaglia che Alessandra Pederzoli continua da tempo e che conduce in modo più duro da tre anni a questa parte, con momenti di miglioramento, con ricadute e con interventi. Animata da una parola che è il vero filo conduttore del libro. Amore. Quello per il marito ('l'altra metà della mela') e la figlia. Quello per la vita stessa. 'Ciò che è imprescindibile è l'amore. La potenza e la forza di sentirci un'unica rete, che dobbiamo costantemente continuare a tessere, in cui però sappiamo di poterci soltanto abbandonare'. E poi la Fede, trasmessa dalla mamma, coltivata nella giovinezza, calata anche nella realtà della malattia e della non risposta alle domande più profonde. 'Sono più di quindici anni che chiedo la mia piena guarigione, mentre ciò che accade è qualcosa di diverso. Dobbiamo continuare a chiederla'.

Il libro si chiude con un saluto al lettore. Si dice 'grata del tempo che hai dedicato a leggere queste mie riflessioni'. Una gratitudine che, scorrendo via via le pagine, prende esattamente la direzione opposta. Quella verso una donna coraggiosa, libera e che continua a lottare contro la malattia. Una battaglia che non le ha impedito con questo libro di donare la parte più vera di sè, di dare la propria testimonianza senza alcuna presunzione, ma viceversa spostando il baricentro fuori dal proprio io, anche nel momento in cui quell'io è più debole e fragile. 
Giuseppe Leonelli


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