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Gli italiani scoprirono che Muccioli incatenava drogati. E stavano con lui

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Intervista a Paolo Severi, uno dei protagonisti di SanPa, il documentario di Netflix. Attraverso Modena, Sassuolo e San Patrignano


Gli italiani scoprirono che Muccioli incatenava drogati. E stavano con lui
Il racconto di Paolo Severi, 56 anni, sassolese che da anni vive a Rimini, protagonista della serie cult di Netflix su San Patrignano inizia con una premessa: 'La mia è una storia particolare, singolare, diversa dalle altre.Tutte le storie legate a San Patrignano sono uniche. A 14 anni mi sono iscritto alle Baggi di Sassuolo e sono stato tra i fondatori di Punto Radio in paese dopo che Punto Radio a Zocca fu smantellata. Vengo bocciato e decido di andare al San Carlo, a Modena; nel mentre inizio a trasmettere da Antenna Uno Rock Station e a frequentare i locali con cui collaboravamo, lo Sky a Soliera, il Pakko a Castelvetro. Poi frequentavo anche altri locali, il Tuwat a Carpi, dove vidi nascere i CCCP. Tra l'altro ricordo quando Giovanni Ferretti telefonava in radio da una cabina per richiedere i Joy Division e a volte rispondevo io'.
 
'Io ho vissuto tra Modena e Sassuolo, una provincia ricchissima, all'inizio facevo parte di quel pezzo di società che beneficiava di quella ricchezza. Poi morì mio padre, aprii un'attività che purtroppo andò male, in poche parole una serie di fallimenti che mi portarono a cominciare con le droghe. Dai 22 ai 28 anni, tra cocaina ed eroina, è stato un massacro. Sono stato in carcere 7/8 volte, poi le comunità, all'inizio con l'Incontro a Terni, poi San Patrignano e successivamente alla Papa Giovanni XXIII. Ho spesso avuto del risentimento verso la provincia di Modena, mi sentivo abbandonato anche se poi da tossicodipendente ho fatto parecchie cose brutte, non ho però mai usato violenza contro le persone e non ho mai spacciato. Tanti piccoli reati, un modo per dire io esisto, mi fate schifo tutti, ovviamente non era così. Io devo delle scuse a Modena e a Sassuolo per quello che ho fatto, o un perdono vicendevole'.
 
Facevi vita di strada?
'No, io in strada non ci sono mai stato, stavo in casa da mia madre e frequentavo gruppi di personaggi poco raccomandabili. Non ero il classico tossico da strada, ho cominciato con la coca e poi dopo con l'eroina. Tra l'altro non ho mai fumato marijuana, non ho neanche mai acceso una sigaretta. Questo per smentire chi dice che c'è il passaggio da droghe leggere a droghe pesanti. Anche Fabio Cantelli, uno dei protagonisti del documentario non ha mai fumato una canna in vita sua'.
 
Parlami di Modena in quegli anni.
'Ricordo che da Sassuolo prendevo l'autobus per venire a Modena. Costeggiavamo il Novi Sad e in quel momento ricordo che si vedeva già tutto il movimento dello spaccio. Erano gli anni 1980, 1981, 1982, la città stava cambiando, trovavi le siringhe conficcate negli alberi. Nel 1977, guarda caso, era arrivata l'eroina a Bologna che poi si diffuse ovunque in Italia. Magari mi sbaglio, ma penso di essere stato l'unico tossicodipendente nella storia del mio liceo, il San Carlo'.
 
Frequentavi i Centri Giovani del Comune di Modena?
'Sì, frequentavo quello della Villa d'Oro, ho visto il film sui Clash, ho visto parecchia roba. A Modena c'era poi il negozio di Franco Maria Ricci in centro. Come alternativa avevo scelto il bello, compravo i vestiti da Adani, andavo in diversi locali, sia a Modena che a Reggio. Poi fai conto che per la musica che ascoltavo io c'era una moda ogni sei mesi. Sei mesi il punk, sei mesi l'elettronica, sei mesi il dandy, la psichedelia, il dark. Ti dovevi sempre adeguare e cambiare, questa cosa è andata avanti fino a metà anni '80. Ero un tossicomane ma sapevo che quella non era la mia identità, avevo deviato temporaneamente. Avevo rapporti coi miei zii che erano persone molto regolari, sapevo che prima o poi ne sarei uscito, anche se era sempre un gioco con la morte, con la coca ho rischiato di morire tre/quattro volte, con l'eroina un paio di volte'.
 
Hai deciso tu di andare in comunità?
'La decisione è stata mia, ma anche perché sono arrivati alcuni provvedimenti, chiamiamoli in gergo i definitivi. Dovevo comunque andarci, ma alla fine ho fatto io il primo passo. Avevo capito che a 28 anni avevo finito con quella banda di scapestrati; li frequentavo prima di iniziare con le droghe, c'era un barettino in Piazza Grande a Modena che era il luogo frequentato dai tossicodipendenti, era come se fossi attratto dalla morte, ci giravo intorno, ad un certo punto però ho capito che dovevo chiudere, era come se mi fossi trovato davanti ad un muro. Sono andato alla comunità Incontro a Fermo e poi a Terni. Solo un anno, poi ho fatto sei mesi fuori, sempre un delirio. Poi ai ragazzi del gruppo dissi che volevo andare a San Patrignano'.
 
Parlami degli inizi a Sanpa.
'Nel 1992, potevi entrare normalmente, prima entravano solo i raccomandati e i ragazzi che stazionavano davanti ai cancelli per giorni, ho fatto il colloquio con Vincenzo Muccioli. Con me c'era 77, il ragazzo citato dai CCCP in Emilia Paranoica, lo conoscevo perché lo incontravo a Modena, a Sassuolo, a Reggio. Il colloquio era collettivo, eravamo parecchie persone. Muccioli ci spiegava le regole, entrammo tutti scaglionati, in date diverse. Ricordo che a 77 diede una data e lui si alzò e disse: ma Muccioli, io devo andare a vedere i Guns n' Roses! Non posso entrare! Poi alla fine entrò, niente concerto'.
 
Che ragazzo era 77?
'Marco (77) era una persona di una bontà, di una dolcezza, di una timidezza infinita. Da lucido, una creatura indifesa, quando era sotto effetto di sostanze si trasformava. Ricordo che quando tornavo a Sassuolo dai miei zii, a volte lo incontravo, alcuni conoscenti mi raccontavano che il suo pensiero fisso era sballarsi'.
 
Quale fu la prima impressione che ti fece Muccioli al colloquio?
'Non mi fece una buonissima impressione, ma sapevo che non avrei avuto a che fare con lui. Tra il neutro e lo scettico, non andavo lì per lui. Fai conto che in assoluto l'avrò visto dieci volte e parlato due volte'.
 
Come te ne sei andato da San Patrignano?
'Dal 1993, dopo la morte di Maranzano, te ne potevi andare via quando volevi, prima no. Il giorno seguente allo scoppio del caso scapparono subito 300/400 persone. Io sono stato un anno al restauro e due anni negli studenti, dove presi la maturità classica; in quel periodo successe di tutto, mi sentivo di aver finito il percorso ma ero ancora sottoposto alla misura dell'affidamento sociale. Tra il Natale del 1995 e il 1996 nasce una relazione clandestina tra me ed una ragazza, dopo 15 giorni lei lo racconta alla sua responsabile e io vengo preso e mandato nel gruppo dell'ovile nell'attesa di essere rispedito in carcere dove effettivamente andai il 16 gennaio del 1996. Mi è andata bene così, mi ha evitato tante beghe per uscire. Quando ero dentro mi arrivavano dei messaggi tramite l'avvocato di San Patrignano, volevano che scrivessi ad Andrea Muccioli per tornare da loro. Io incominciavo a guardarmi attorno, in carcere mi parlavano di un prete fantastico, Don Nevio che aveva una comunità. Ho chiesto un colloquio con lui e dal settembre del 1996 iniziai alla Papa Giovanno XXIII; un posto che mi è rimasto nel cuore. C'era una vera considerazione dell'essere umano, anche se tossicodipendente. A San Patrignano ti controllavano anche quando andavi in bagno. Sono stato 8/9 mesi da Don Nevio, poi al gruppo appartamento del Sert di Rimini e poi iniziai a lavorare. Il carcere fu la mia liberazione. Dopo ho iniziato a frequentare la LILA, fare volontariato coi malati di AIDS, sono rimasto a Rimini. Andavo al cinema, frequentavo i teatri, i circoli ARCI, tanta cultura'.
 
La serie non approfondisce l'aspetto mistico di Vincenzo Muccioli, me ne puoi parlare.
'La serie doveva essere in 6 puntate, invece è stata ridotta a 5 e sono state fatte delle scelte. Anch'io comunque immaginavo che la serie iniziasse proprio con il Muccioli guru e santone. La parte esoterica di Vincenzo è effettivamente molto importante, in buona parte degli anni '70 lui ha fatto quello. In quel periodo c'erano personaggi come Uri Geller che piegava gli oggetti e altre figure simili. Muccioli aveva un suo gruppo, fino al 1979 ha proseguito a fare sedute, ma nel 1978, quando arrivarono i primi tossici a San Patrignano, che lui metteva a lavorare, le cose cambiarono. Poi arrivarono i Moratti, che lui aveva conosciuto a Milano, sempre in ambienti esoterici. Loro avevano una nipote tossicodipendente, gliela portarono, una ragazza che tra l'altro ho conosciuto, ed infine il colpo di fortuna, che fu paradossalmente l'arresto nel 1980. Tutta l'italia viene a sapere che c'era una persona a Rimini, che metteva le catene ai drogati. Molte famiglie ne avevano uno in casa, mezza Italia si schierò con lui'.
 
Mi dai un giudizio sui Moratti.
'Parlavamo spesso, una coppia aperta, cordiale. Li vedevo spesso in giro, conoscevo anche il figlio Gabriele. quello della Bat Caverna. A proposito mi ha fatto sorridere nella serie sentire Letizia Moratti quando dice che ai figli fanno capire il valore della vita attraverso le cose semplici, non gli danno la pappa pronta. E poi gli fai la Bat Caverna!'
 
Guardando la serie, ho avuto l'impressione che l'unico vero nemico di Muccioli fosse Pannella.
'L'unico nemico giurato sì. Anche nel PCI aveva grandi amici, perché il problema della tossicodipendenza era in tante famiglie. Io ricordo un padre di Carpi che aveva una figlia tossica che era ingestibile, entrava in comunità poi scappava e lui la inseguiva in tutta la provincia. Una volta telefonò anche a me, ma io non la conoscevo. Per genitori come lui, Muccioli fu un'apparizione'.
 
In una recente intervista al Corriere della Sera, Andrea Muccioli ammette gli errori del padre, mentre Red Ronnie si professa suo soldato e lo difende sempre.
'Red Ronnie difende tutto, è più realista del re, a fare così si fa ridere dietro da chiunque; il suo è il comportamento di un paggio, mentre Andrea può permettersi di ammettere gli errori commessi dal padre, anche perché sotto la sua gestione le cose sono molto cambiate, anche se una decina di persone ha denunciato episodi controversi, ma niente tini o catene. Dopo la morte di Muccioli, gli italiani hanno dimenticato tutto, l'interesse dei media è scemato'.
 
Come mai Andrea Muccioli lasciò la comunità?
'Nel 2011 i Moratti chiesero al consiglio direttivo di defenestrare Andrea Muccioli, all'inizio il voto fu contrario, ci fu anche una famosa scena dove la madre di Andrea diede uno schiaffo a uno dei protagonisti di quelle giornate, colpevole secondo lei di aver tradito la famiglia. Si pensava che Andrea fosse stato mandato via perché accusato di essere uno spendaccione, ma i Moratti conoscevano da sempre le sue abitudini. Avevano lavorato insieme per anni, te ne accorgi alla fine che spendeva male i soldi? Fu fatto anche un tentativo di compensazione, poi fallito. Andrea gestì poi un ristorante a Riccione'.
 
Ci sono ancora battaglie legate a San Patrignano che vorresti portare avanti?
'Io ho fatto il mio dovere, in questa serie parlano tutte e due le voci, il documentario è equilibrato. Ci sono state le varie gestioni, prima Vincenzo, poi Andrea e adesso Letizia Moratti, per me il metodo San Patrignano era ed è ancora sbagliato; soprattutto nel reinserimento e nella gestione dei rapporti con la famiglia. Mi piacerebbe ci fosse autocritica, maggiore trasparenza. Non sono in guerra con San Patrignano, ma secondo me ci sono delle criticiticità. Da quello che so è in atto un ridimensionamento, sono stati spesi un sacco di soldi in passato. Magari nella quarta fase San Patrignano cambierà e la famiglia Moratti venderà tutto, vedremo'.
 
Torni qualche volta a Modena?
'Adesso quando mi capita di tornare, vedo che non è cambiata. La soluzione al problema droga non si è trovata. Ho letto recentemente un articolo in cui l'autore scriveva che la droga ha vinto. Le droghe si sono mimetizzate, c'è meno visibilità. Ultimamente c'è un aumento delle morti per overdose, Salvatore Giancane, medico del SERT di Bologna ha aperto un sito che si chiama geoverdose.it; monitora in tempo reale quel tipo di morti. Tieni però conto che molte overdosi diventano infarti, le famiglie non lo vogliono far sapere. La battaglia è persa, prima o poi qualcuno però ci dovrà provare seriamente, le persone muoiono e la mafia continua ad arricchirsi. La repressione non funziona'.
 
A Modena o Sassuolo hai ancora contatti, amici?
'Purtroppo no, avevo i parenti, ma amici no. I ragazzi di Antenna Uno li ho invece ritrovati adesso. Ogni tanto passavo davanti alla sede, un po' mi vergognavo, sono sincero. Grazie al documentario con alcuni colleghi della radio ci siamo sentiti e ci rivedremo. Uno dei due mi ha scritto che ha ritrovato un amico. Quando ho letto la parola amico, mi sono sentito toccato, ero convinto che mi avesse bollato come neanche un essere umano. Invece ha usato quella parola. Bisogna cercare di perdonare le persone che hanno deviato molto, lasciare il passato alle spalle'.
 
Hai detto che la guerra contro la droga è persa. Secondo te, qual è la prima cosa da fare?
'La prima cosa da fare è levare lo stigma, il professionista cocainomane non andrà mai al Sert. Senti spesso il termine sballo, ma è un errore, chi usa droghe ha dei problemi. Ci sono tossici di Riccione che vanno al Sert di Rimini e viceversa. Papa Francesco ha detto una cosa che condivido, dobbiamo farci più comunità. dobbiamo essere più coesi. Pensa che ci sono ancora oggi genitori che non si rendono conto di avere dei figli tossicodipendenti in casa. Nel riminese sono state individuate tre zone dove è stato riscontrato un consumo di droghe più alto della media, sono tutti i quartieri dormitorio. I genitori vanno a lavorare a Rimini, non ci sono servizi, centri di aggregazione i figli sono abbandonati. Lì c'è più droga. Molti ti risponderanno che anche loro hanno avuto problemi in famiglia ma non si sono mai drogati. Se mi chiedi perché alcuni iniziano a drogarsi e altri no, la risposta è non lo so. Nessuno può darti una risposta. In ogni caso ognuno di noi deve poi fare i conti con se stesso'.

Stefano Soranna

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