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L'odissea di Casari e i limiti dell'antimafia. Nel libro anche le parole di Franco La Torre

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La storia di Casari è raccontata in un libro - In mano alla Giustizia, il caso Cpl Concordia - scritto dal direttore de La Pressa, Giuseppe Leonelli, con prefazione dell'ex segretario della Commissione parlamentare antimafia Lorenzo Diana


L'odissea di Casari e i limiti dell'antimafia. Nel libro anche le parole di Franco La Torre
Quella conclusa con la sentenza passata in giudicato il 3 luglio 2020, a 5 anni dall’arresto del 3 luglio 2015, è una storia che tocca giustizia, economia e politica. Una storia di appalti, ambientata tra la provincia di Modena, culla del mondo cooperativo ‘rosso’ e la provincia di Caserta, considerata la casa-madre dalla quale i tentacoli dei clan camorristici si sono espansi nella Penisola. Ma è soprattutto la storia di Roberto Casari, un uomo-simbolo della cooperazione emiliano-romagnola che dopo una odissea giudiziaria durata 5 anni, ha ottenuto la piena riabilitazione dall’accusa più infangante: quella di essere sceso a patti con i boss.
La storia di Casari è raccontata in un libro - In mano alla Giustizia, il caso Cpl Concordia - scritto dal direttore de La Pressa, Giuseppe Leonelli, con prefazione dell'ex segretario della Commissione parlamentare antimafia Lorenzo Diana, edito da Pendragon (qui il link).
Il libro è anche una occasione per una riflessione sul ruolo delle associazioni antimafia e ospita un intervento di Franco La Torre.

All'indomani dell'arresto di Casari, il garantismo non trova infatti molto spazio nelle dichiarazioni ufficiali dell’associazionismo anti-mafia. La condanna nel 2015 appare quasi emessa nel momento stesso dell’arresto, ancor prima del rinvio a giudizio. “Non credo – dice a maggio 2015 la legale di Libera Enza Rando in un intervento riportato da ModenaToday - che tutti i 1.800 lavoratori della Cpl siano dei collusi... Ma ora bisogna ripristinare in fretta la legalità, e in questo senso il fattore tempo è decisivo per tutelare il lavoro. La magistratura vada fino in fondo in questi casi, anche e soprattutto dove la cooperazione ha ancora un ruolo e aveva scommesso di investire al sud. Non ho letto l'ordinanza del gip ma è emerso come in passato ci siano stati errori di connivenza, non solo di superficialità. E se ci sono state connivenze, come ci sono state, non bisogna fare sconti a nessuno'.
Libera dunque scarica senza dubbi il vecchio corso della Cpl esattamente come aveva fatto, all’indomani degli arresti, il nuovo corso Cpl. Quarant’anni di storia cancellati mentre sulle persone che lavorano in azienda improvvisamente pende la lettera scarlatta della etichetta camorrista. E come Libera anche diverse altre realtà antimafia prendono nette posizioni contro la gestione Cpl. E nel giorno della assoluzione definitiva di Casari dalle accuse di concorso esterno in associazione camorristica, Libera e il mondo antimafia si è scusato ufficialmente per quei giudizi? Ha riabilitato con dichiarazioni ufficiali l’onore delle persone assolte in modo definitivo? Assolutamente no. La sentenza definitiva che certifica la totale estraneità di Casari e dei vertici Cpl dal mondo camorrista è stata accolta da un assordante silenzio.

Il caso specifico pone quindi un importante interrogativo sul grande tema del ruolo delle associazioni antimafia. La loro attività in che rapporti deve essere con l’attività della magistratura? Nell’equilibro tra un sacrosanto garantismo e la necessità di isolare il prima possibile i nodi del radicamento mafioso, a cosa bisogna dare più importanza? Prima delle sentenze definitive in che modo le associazioni antimafia possono spendersi nel dare giudizi sulle persone coinvolte? E ancora, nel caso di assoluzioni quali strumenti di ‘riparazione’ possono adottare le associazioni stesse? A questi interrogativi nel libro edito da Pendragon dà una risposta Franco La Torre. Figlio del deputato e segretario regionale del Pci in Sicilia Pio La Torre, padre della legge che ha rivoluzionato le misure di contrasto alla criminalità organizzata, ucciso da Cosa Nostra il 30 aprile del 1982, Franco La Torre è da sempre un attivista antimafia.

Riportiamo qui il suo intervento.

Non entro nel merito della vicenda Cpl che ho seguito sui quotidiani nazionali, ma credo che il modo in cui le associazioni antimafia hanno trattato questo, come altri casi giudiziari, debba interrogare più in generale sulla capacità dell’antimafia di leggere e analizzare i fenomeni mafiosi. Senza nulla togliere al lavoro della magistratura, credo si debba evidenziare infatti un eccesso di dipendenza delle associazioni antimafia dagli atti giudiziari nella formulazione dei giudizi su fatti e persone. Come sempre non bisogna generalizzare, ma credo che questo sia un limite che tocca molte realtà, piccole e grandi. Spesso infatti le azioni antimafia si basano esclusivamente sul lavoro della magistratura e si è persa la capacità fondamentale di fare rete. Noi sappiamo perfettamente come i fenomeni mafiosi siano complicati da leggere e da analizzare, sappiamo come la mafia sia in continua evoluzione e sappiamo come, da struttura imprenditoriale di carattere criminale, vada più veloce dello Stato nella capacità di aggredire nuovi settori, cercando sempre nuove opportunità di fare affari. Per far fronte a un universo così articolato, in passato si è cercato un approccio basato su una lettura plurale. Spesso, non lo dico perché sono figlio di Pio La Torre, vengono tessute le lodi della famosa relazione di minoranza del Pci del 1976 in Commissione parlamentare antimafia, firmata tra gli altri da mio padre, nella quale venivano evidenziati nel dettaglio i rapporti tra mafia, politica e imprenditoria. Ebbene, quel lavoro era frutto di un lungo sforzo di messa in rete di competenze e conoscenze al quale contribuirono attori di varia provenienza: organizzazioni sindacali, imprenditoriali, associazionismo, esponenti della società civile parteciparono per analizzare la realtà e il risultato fu un documento considerato una pietra miliare. Ebbene, quel lavoro oggi non si fa più e l’impianto metodologico che ci ha lasciato in
eredità è stato messo in un cassetto. Oggi le associazioni antimafia hanno difficoltà a lavorare insieme con altri soggetti che potrebbero contribuire a dare una lettura della criminalità organizzata ad ampio spettro. Allo strumento del grandangolo basato sulla presenza e sulla valorizzazione di un sistema neuronale diffuso che raccolga plurime letture della realtà, si preferisce guardare al fenomeno attraverso il tubo personale del buco serratura. Ogni associazione antimafia appare chiusa nel suo recinto, incapace non solo di dialogare con realtà esterne, ma anche slegata, in modo autoreferenziale e magari anche assurdamente competitivo, rispetto alle altre associazioni antimafia. Analizzare le mafie viceversa imporrebbe di sfruttare le diverse specializzazioni e competenze presenti nella società sana. Penso a professionalità tecniche che consentano di seguire i flussi finanziari per capire i rapporti tra mafia ed economica, professionalità politiche per capire i rapporti tra partiti e mafia, professionalità legate alla sociologia per studiare il legame che consente alla mafia di mantenere un controllo capillare del territorio. Purtroppo invece come detto il lavoro delle associazioni antimafia si è appiattito, riducendosi ad analizzare il lavoro della magistratura. Una analisi peraltro spesso pedissequa, incapace di allargare lo sguardo o di verificare collegamenti. Ripeto, il ruolo dei magistrati è dirimente, ma l’antimafia non si può limitare a essere il loro portavoce.
Il modo in cui le associazioni antimafia hanno affrontato il caso di Roberto Casari è speculare rispetto al modo in cui è stato trattato inizialmente il fenomeno Montante. Casari è stato giudicato mafioso e corrotto da subito, mentre l’ex presidente di Confindustria Sicilia è stato difeso a lungo e si sono poi prese le distanze con timidezza, nonostante le tante evidenze. Entrambi questi opposti giudizi si sono rivelati sbagliati e il motivo dell’errore è lo stesso: la superficialità con la quale le associazioni hanno preso posizione. Nel caso di Montante la superficie oltre la quale non si è voluto scavare da subito è stata quella generata dall’immagine di paladino antimafia che egli si era magistralmente costruito. Nel caso di Casari la superficie alla quale ci si è attenuti in modo acritico erano gli atti giudiziari iniziali del processo al termine del quale è invece stato assolto. Il problema è che alle associazioni antimafia, piccole e grandi, è stata data una delega assoluta. La politica, le grandi organizzazioni del terzo settore, i corpi intermedi, i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria hanno abdicato al loro ruolo evitando di partecipare al dibattito per contrastare il radicamento mafioso affidando l’intero pacchetto alle associazioni antimafia doc. Come se esistesse una competenza specifica antimafiosa. L’antimafia si è detto a un certo punto, la fa Libera o Agende Rosse e non ci si pensa più. Un errore clamoroso perché ha generato un approccio a compartimenti stagni che ha indebolito paradossalmente le associazioni stesse, relegate nei propri sterili recinti, senza più linfa vitale proveniente dalle varie componenti della società, chiamate, senza strumenti e senza armi, a farsi carico di un compito a quel punto impossibile: analizzare un fenomeno, come quello mafioso, che tocca tutti gli ambiti.
Di chi è il compito di togliere dal petto di un imputato assolto, la lettera scarlatta tatuata a priori in modo rivelatosi errato? Fare autocritica non è mai facile e viene spesso visto, sbagliando, come una manifestazione di debolezza. Eppure questo orgoglio mal posto rileva ancor di più la vulnerabilità delle associazioni antimafia e fa loro perdere ulteriormente credibilità. Una perdita di credibilità che rinforza paradossalmente proprio la criminalità organizzata. Il punto è che si potrebbe anche evitare di ammettere l’errore, ma semplicemente assumere tutte le iniziative per non ricaderci e sbagliare il meno possibile in futuro. Occorrerebbe in altre parole prendere atto dei propri limiti e rilanciarsi iniziando a ricostruire quella rete che consenta di analizzare il fenomeno mafioso in modo il più possibile completo.
Occorrerebbe, per essere chiari, smettere di fare un comunicato stampa dopo avere letto semplicemente l’ordinanza di un magistrato, ma fare di quella ordinanza un tassello di un quadro complessivo. Le associazioni antimafia, lo ripeto, non sono e non devono essere il megafono dei magistrati, ma devono svolgere una funzione di sensibilizzazione e analisi politica, culturale e sociale che nulla o quasi ha a che vedere con il commentare atti giudiziari e puntare il dito affibbiando l’etichetta di mafioso a questo o a quell’imputato. Io, capisco che soprattutto oggi, smarrirsi sia una deriva possibile per tutti e lo sia anche per le associazioni antimafia. Non vi è colpa specifica nel perdersi. La colpa sta nel non impegnarsi a ritrovare la strada.


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