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Biden e Pelosi, Ucraina e Taiwan: un Occidente in stato confusionale

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Biden e la Pelosi sembrano incarnare perfettamente anche sul piano fisico un mondo occidentale in stato confusionale


Biden e Pelosi, Ucraina e Taiwan: un Occidente in stato confusionale
Agli americani non bastava armare e finanziare gli ucraini nella guerra per procura che hanno promosso contro la Russia: la scriteriata incursione di Nancy Pelosi a Taiwan e il suo provocatorio abbaiare sull’uscio della Cina sembrano invocare un altro confronto bellico, stavolta con la più grande e numerosa potenza al mondo. Il prossimo futuro ci dirà se i 23 milioni di taiwanesi si presteranno a fare da cannon fodder a sostegno delle ambizioni imperiali degli USA nel Pacifico, come da sei mesi stanno facendo gli ucraini in Europa con costi umani e materiali esorbitanti. In quel malaugurato caso però non verrà spazzato via solo uno stato che da mezzo secolo legalmente non esiste, ma divamperà un incendio che metterà in gioco gli stessi destini del mondo.

Biden e la Pelosi sembrano incarnare perfettamente anche sul piano fisico un mondo occidentale in stato confusionale e privo di coscienza di sé, e tuttavia pericoloso per la violenza con cui reagisce all’inesorabilità del proprio declino.

Comunque si evolva la situazione nel Pacifico sul piano politico-militare, il blitz della Pelosi è stato un inaspettato regalo per il Cremlino, poiché ha contribuito a rendere ancora di più salda l’al-leanza tra Russia e Cina. Quell’amicizia “senza limiti” proclamata agli inizi di febbraio a Pechino tra Putin e Xi Jinping, sulla cui sincerità cui qualcuno aveva avanzato qualche dubbio, sembra ora desti-nata a stringersi ulteriormente in un patto strategico di lungo respiro contro un nemico che fa di tutto per esserlo.

La maldestra gestione del dossier di Taiwan si va ad aggiungere alle nefaste conseguenze prodotte dal trascinarsi della guerra in Ucraina.

Grazie alla geniale trovata delle sanzioni, i paesi occidentali, e soprattutto quelli europei, si stanno strangolando poco a poco nel cappio che avevano preparato per la Russia. La crisi energetica e gli abnormi aumenti delle materie prime indotti dalle sanzioni hanno provocato un balzo dell’inflazione e danni gravissimi al sistema produttivo, alle prese con una crescente perdita di competitività rispetto a quei paesi che stanno ora acquistando grandi quantità di energia a prezzi calmierati. In Europa la locomotiva tedesca si sta fermando e negli Stati Uniti già si profila una stagnazione economica dagli esiti imprevedibili. Alla fine di febbraio si diceva che in poche settimane la Russia avrebbe dichiarato default; a distanza di sei mesi sono i paesi occidentali ad essere sull’orlo di una crisi economica ed energetica senza precedenti.

Il vecchio continente non potrà disporre di alternative alle fonti energetiche russe ancora per anni e Putin sa benissimo che in queste condizioni noi dipendiamo da lui molto più di quanto lui dipenda dalla nostra impotente arroganza. Il gasdotto Nord Stream viene fatto funzionare al 20 per cento, alcuni paesi sono stati già esclusi dalle forniture e altri prevedibilmente presto lo saranno. Se il flusso del gas si interrompesse del tutto il PIL europeo subirebbe un calo tra il cinque e il sei per cento. E c’è da stare sicuri che nei prossimi mesi invernali Putin con nuovi stop and go nel pompaggio del gas potrà giocare con l’UE come il gatto con il topo.

Il piano di austerity messo a punto poco tempo fa dai ministri dell’energia dell’UE prevede una riduzione dei consumi intorno al 15 per cento e una redistribuzione del gas dai paesi che hanno stoc-caggi maggiori di gas a quelli più deficitari; ma quando l’inverno diventerà davvero freddo e non basterà più la favola dei monumenti spenti o di un grado in meno di riscaldamento negli uffici pubblici, c’è da scommettere che i paesi europei cominceranno ad azzuffarsi tra loro sulla suddivisione delle riserve per scongiurare rivolte popolari. Dopo aver approvato ben sette tornate di sanzioni contro Mosca e spedito in Ucraina tonnellate di armi e migliaia di mercenari, a Bruxelles hanno pure avuto la faccia tosta di lamentare che la Russia “continua ad usare le forniture di energia come un’arma”.

L’unico paese con un pò di sale in zucca che sembra essere rimasto in Europa è l’Ungheria. Non solo a Budapest si sono chiamati fuori dal piano di austerity europeo, ma il ministro degli esteri Peter Szijjarto è volato a Mosca per concordare con il suo omologo Serghei Lavrov la fornitura aggiuntiva di 4,5 miliardi di metri cubi di gas, sufficienti a garantire la sicurezza energetica del paese per il prossimo futuro. “Inizialmente, pensavo che ci fossimo solo sparati a un piede”, ha detto il primo ministro ungherese Viktor Orban alcuni giorni fa a proposito delle sanzioni europee, “ma ora è chiaro che l’economia europea si è sparata nei polmoni e ora fatica a respirare”.

Grazie alla volonterosa collaborazione di politici osannati dal circo mediatico come Mario Draghi, l’Europa si sta avviando al suicidio collettivo in nome della causa ucraina, già irrimediabilmente persa il 24 febbraio, al primo sparo di cannone. Per otto anni si è lasciata incancrenire la situazione nel Donbass che avrebbe potuto essere risolta con una seria iniziativa politica e con l’attuazione degli accordi di Minsk del 2014 e del 2015. Anche l’ex presidente Petro Poroshenko ha di recente ammesso che l’Ucraina non ha mai avuto davvero l’intenzione di rispettare gli accordi di Kiev e che il tempo trascorso dal 2014 è servito solo a prendere tempo e ad armare l’esercito, con l’aiuto di USA e NATO, in vista dello scontro decisivo con la Russia.

L’oligarca Poroschenko e l’ex comico Zelensky hanno trascinato il loro paese nel baratro nel fallace presupposto che avendo a fianco il gigante americano e il supporto militare occidentale la vittoria sarebbe stata garantita. Il bilancio al sesto mese di guerra per l’Ucraina appare invece disa-stroso: è un paese semidistrutto, economicamente fallito, che ha perso finora un quarto del proprio territorio e che sopravvive unicamente grazie al sostegno finanziario e alle armi inviate dall’occidente. Giorno dopo giorno continua a logorarsi in un confronto che non ha la possibilità di vincere sul piano militare.

I curatori occidentali del regime di Kiev hanno compreso benissimo che l’Ucraina è in un vicolo cieco, ma incapaci d’indicare una soluzione politica lasciano che il conflitto si trascini e che il paese sprofondi nel baratro. Per rendere più indolore l’inevitabile epilogo, la guerra è stata intanto fatta quasi sparire dai radar dell’informazione di regime. Meno se ne parla e più indolore sarà, al momento opportuno, un regime change a Kiev, quando al posto dell’uomo della guerra Zelensky si insedierà un salvatore della patria.

Intanto la guerra continua, e Zelensky professa ogni giorno le propria fede nella vittoria finale. Per tentare di dare un senso alle enormi spese militari dei paesi NATO e sostenere un poco il presi-dente Biden in vista delle difficili elezioni di mid term, da alcuni mesi l’ex comico va ripetendo che è in preparazione la madre di tutte le controffensive. In giugno era stata annunciata a Izyum, poi, di rinvio in rinvio, adesso sembra puntare alla conquista della città di Kherson nel sud. In realtà, l’eser-cito ucraino appare ancora in grado di rallentare l’avanzata russa trincerandosi nei capisaldi urbani del Donbass che gli sono rimasti, da Kramatorsk a Bakmut, ma non dispone né degli uomini, né dei mezzi per infliggere al nemico una sconfitta risolutiva o comunque capace di riequilibrare le sorti del conflitto.

La qualità delle truppe ucraine impiegate in battaglia, dopo le gravi perdite subite nei mesi scorsi, appare in drammatico calo e il milione di uomini che sarebbero inquadrati nell’esercito di Kiev appare solo una trovata propagandistica, simile ai sei milioni di uomini della Volkssturm ai tempi del Terzo reich. Mandare allo sbaraglio riservisti della difesa territoriale poco motivati e senza addestramento non ha alcuna utilità militare ed è solo un inutile spreco di vite umane. Anche il richiamo alle “armi miracolose” capaci di fare la differenza nel conflitto sembra richiamare il precedente storico dei razzi V1 e V2 con cui i tedeschi bombardarono Londra negli ultimi mesi di guerra. L’impiego di quei razzi non ebbe alcuna influenza nelle sorti del conflitto, e neppure potranno averla alcune decine di lanciarazzi Himars forniti dagli americani agli ucraini. Il ministro della difesa ucraino Oleksii Rezinikov ha già messo le mani avanti affermando che per una controffensiva efficace di Himars ne servirebbero cento, ossia più di quanti gli americani ne possiedano.

Agli inizi del mese di luglio, con la conquista delle città di Severodonetsk e Lisichansk l’eser-cito russo ha preso possesso dell’intero territorio della repubblica di Lugansk. Dopo una pausa operativa di qualche settimana ha ripreso la sua offensiva per cacciare gli ucraini dal territorio dell’altra repubblica filorussa di Donetsk che ancora controllano. L’avanzata dei soldati di Mosca sembra ora procedere più lentamente rispetto ai mesi precedenti, sia perché nel Donbass sono trincerate le truppe di maggiore qualità e con più esperienza dell’esercito ucraino, sia perchè i capisaldi urbani che occupano sono di grandi dimensioni e fortificati con cura nel corso degli anni. Per questo il lavoro preparatorio dei russi sulle posizioni nemiche con l’artiglieria e l’aviazione è ancora più lungo, metodico e devastante. Il presidente Zelensky ha dichiarato qualche giorno fa che a Peski e Avdiivka, nei pressi della città di Donetsk dove si sta concentrando l’attacco russo, i soldati ucraini stanno vivendo “l’inferno”, un inferno “che non può essere descritto con le parole”. Possiamo solo sperare che questo inferno non duri fino all’ultimo soldato ucraino.

Giovanni Fantozzi


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Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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