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Guerra in Ucraina, le parole della Merkel che non smentiscono Putin

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Le esternazioni della Merkel confermano indirettamente che USA, UE e NATO lavoravano in modo sotterraneo per arrivare alla guerra


Guerra in Ucraina, le parole della Merkel che non smentiscono Putin
L’Ucraina, in accordo con gli Stati Uniti e la NATO, aveva pianificato la guerra con la Russia già otto anni fa e gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015, che prevedevano l’autonomia del Donbass nella cornice dello stato unitario ucraino, erano solo un diversivo per consentire a Kiev di guadagnare tempo e di rafforzarsi militarmente con l’aiuto occidentale. Questa non è, come potrebbe sembrare, la sintesi di una conferenza stampa del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov a giustificazione dell’intervento armato in Ucraina ma il succo delle dichiarazioni che nel maggio scorso l’ex presidente ucraino Petro Poroshenko aveva rilasciato al Financial Times. Secondo Poroschenko, nel 2014 il suo paese non era pronto per combattere e grazie al “grande risultato diplomatico” ottenuto a Minsk si era riusciti nell’intento di “ritardare la guerra, assicurarci otto anni per ripristinare la crescita economica e creare potenti forze armate”.

Firmare un accordo internazionale con il deliberato intento di violarlo la dice lunga sulla credibilità e sullo spessore politico e morale di questo personaggio, un oligarca conosciuto come il “re del cioccolato”, il cui patrimonio è aumentato di 400 milioni di dollari nel periodo della sua presidenza, mentre i sui concittadini si impoverivano drammaticamente e il PIL crollava dai 3.160 dollari procapite del 2013 ai 2.451 del 2021. Approdato alla presidenza nel 2014 dopo il golpe di Euromaidan teleguidato dagli Usa, Poroshenko ha perseguito una politica ultranazionalista riassunta nello slogan armiia (esercito), mova (lingua ucraina), vira (religione ucraina), fedelmente proseguita dal suo successore Zelensky all’unico scopo di preparare il paese alla guerra.

La speciale franchigia di cui godono quelli di Kiev da otto anni a questa parte consente loro di dire e di fare che vogliono, anche di macchiarsi di gravi crimini e di mantenere intatta sui media occidentali la loro aura di valorosi “partigiani del mondo libero”.

Con la spudorata correità dei nostri giornali e delle nostre tv, ogni giorno gli ucraini possono non solo colpire indiscriminatamente il centro residenziale di Donetsk al solo scopo di fare strage di civili ma anche d’incolpare di questo i russi. L’altro giorno il portavoce della direzione principale dell’intelligence ucraina, Andrei Yusov, è arrivato ad accusare apertamente la Russia di usare “strumenti sporchi, attacchi terroristici, provocazioni e operazioni sotto bandiera ucraina contro i civili nei territori temporaneamente occupati”.

In questo clima, non c’è da stupirsi dunque che le parole brutalmente sincere quanto imbarazzanti di Poroshenko siano state pressochè ignorate dalla claque dei media. E’stato però impossibile passare sotto silenzio le dichiarazioni dell’ex cancelliere tedesco Angela Merkel al settimanale Zeit, in cui ha candidamente confermato che “l’accordo di Minsk del 2014 è stato un tentativo di dare tempo all’Ucraina”, in modo da consentirle di “diventare più forte, come si può vedere oggi”. Nel 2014-2015 “era chiaro a tutti noi che il conflitto era congelato, che il problema non era stato risolto, ma Minsk ha dato all'Ucraina del tempo prezioso”. La malafede dei governanti di Kiev era insomma condivisa e sostenuta dai politici europei che quei protocolli avevano firmato ed erano tenuti ad applicare in qualità di garanti.

L’intervento dell’ex Reichskanzlerin suona tanto più sconcertante perché nel corso degli anni la signora si era fatta notare come una delle più tenaci sostenitrici degli accordi russo-ucraini, ed era intervenuta pubblicamente più volte per chiedere che si desse esecuzione ai patti sottoscritti per porre fine al conflitto nel Donbass. Nel settembre 2017 si era detta convinta che “nel campo della politica di sicurezza in Europa, dobbiamo fare di tutto e ciò include l’attuazione di Minsk”; in un intervento nell’aprile del 2018 aveva ribadito che “nonostante la complessità della situazione, non dobbiamo allentare gli sforzi per l’attuazione degli accordi di Minsk; Germania e Francia continueranno a cercare una via d’uscita insieme all’Ucraina e alla Federazione Russa”; e nell’agosto dello stesso anno aveva ancora ripetuto che la “base” per la soluzione della “questione ucraina” era rappresentata dagli accordi di Minsk.

Le esternazioni della Merkel confermano indirettamente che mentre USA, UE e NATO lavoravano in modo sotterraneo per arrivare alla guerra, per otto anni la Russia ha continuato a credere in una soluzione negoziata, evitando d’intervenire quando avrebbe potuto sconfiggere facilmente un esercito ucraino ancora militarmente debole e ingoiare il Donbass, Odessa e Kharkov in un boccone solo. Per quanto paradossale possa sembrare, il “mefistofelico” Putin ha creduto fino all’ultimo alla buona fede degli occidentali, al punto da farsi turlupinare ingenuamente. Infatti, nel commentare le frasi dell’ex politico tedesco il capo del Cremlino ha ammesso che “forse avremo dovuto iniziare prima l’operazione militare speciale. La fiducia ora è a zero”.

Il deliberato e ora conclamato sabotaggio di Minsk rappresenta una lezione per i russi che avrà senz’altro effetti duraturi. Le guerre si concludono di solito in due modi: con un compromesso in cui ciascuna delle parti concede qualcosa all’altra o con un armistizio che vede un vincitore e un perdente. Una soluzione win-win sarebbe quella recentemente ribadita da Henry Kissinger, che consiste nella cessione definitiva della Crimea alla Russia e nell’affidare il destino del Donbass a un referendum gestito a livello internazionale. Questa, come qualsiasi altra ipotesi di mediazione garantita internazionalmente, presuppone che l’autorità terza incaricata di attuarla goda della fiducia di entrambe i contendenti. Stantibus sic rebus, quale organismo internazionale super partes potrebbe ora dare credibili garanzie ai russi che un’eventuale accordo non rappresenti solo un altro escamotage per consentire agli ucraini di riarmarsi e preparare un nuovo round bellico? L’OCSE, i cui funzionari anche dopo il 24 febbraio trasmettevano agli ucraini da Donetsk le coordinate delle posizioni russe da bombardare? L’ONU, condizionato dagli americani al punto che un’agenzia come l’AIEA si rifiuta di vedere i quotidiani bombardamenti degli ucraini sugli impianti della centrale nucleare di Energodar?

Oltretutto, gli esponenti del regime di Kiev continuano a dichiararsi indisponibili a qualsiasi trattativa che preveda la cessione di un solo centimetro del proprio territorio e non perdono occasione di ostentare grande ottimismo per una vittoria rapida e risolutiva. Un mese fa Zelensky annunciava la riconquista di Sebastopoli per la fine dell’anno; adesso la profetizza più cautamente per la fine di giugno del 2023. Gli ucraini sono consapevoli che il tempo non lavora a loro favore e hanno bisogno di riprendersi il territorio perduto prima di aver consumato completamente le proprie risorse e la pazienza dell’ampia ma eterogenea coalizione internazionale che li sostiene e li rifornisce. Al di là dei proclami a uso della grancassa dei media, dopo la fiammata della controffensiva autunnale il mordente dell’esercito ucraino pare essersi progressivamente appannato, anche a motivo della scarsità di mezzi pesanti e alla stagione inclemente.

Nell’altro campo, assorbito il colpo della sconfitta a Kharkov e del ritiro da Kherson, i russi sono riusciti a stabilizzare sostanzialmente la lunghissima linea di contatto, in attesa di completare l’addestramento e il dispiegamento dei circa 350 mila riservisti mobilitati nei mesi scorsi. Da quando è stato messo a capo di tutte le forze dell’“operazione speciale” il generale Sergei Surovkin sta dando massima priorità al sistematico smantellamento delle infrastrutture energetiche avversarie allo scopo d’indebolire in modo significativo il sistema logistico e l’apparato militare-industriale del nemico.

Sul fronte terrestre i russi sono all’offensiva su due settori limitati. Il primo è quello intorno alla città di Donetsk, allo scopo immediato di alleggerire la pressione dei quotidiani bombardamenti dei missili Grad ucraini sul centro abitato. Il campo di battaglia più cruento è però ora quello di Bakhmut (Artemovsk), anch’esso nell’oblast di Donetsk, in cui le esperte formazioni della PMC Wagner stanno lentamente “macinando” gli avversari.

Il “tritacarne” di Bakhmut assomiglia sempre più alla “pompa di sangue” di Verdun dove nel 1916 tedeschi e francesi si dissanguarono per ben dieci mesi; qui gli ucraini perdono dai 300 ai 500 soldati al giorno e sono costretti a fare affluire sempre nuove riserve, compresi reparti sempre più numerosi di mercenari stranieri. Come già era successo prima a Mariupol in marzo aprile, e poi a Lysichansk e Severodonetsk in maggio, gli ucraini sono tornati a impegnarsi in una difesa statica, casa per casa, al prezzo di un altissimo numero di morti e feriti, in conseguenza della maggiore potenza di fuoco d’artiglieria e aerea dell’avversario che li martella costantemente. L’apparente noncuranza per le perdite umane avrebbe un senso se le risorse dell’Ucraina fossero inesauribili, ma così non è e già si parla di una nuova ondata di mobilitazione per arruolare tutte le riserve ancora disponibili.

Salvo imprevedibili colpi di scena, al momento il conflitto si sta sempre più avvitando in una lunga e sanguinosa guerra di logoramento, con uno sviluppo simile alla materialschlacht della prima guerra mondiale, in cui finirà per prevalere quello dei due contendenti che avrà spremuto tutte le risorse economiche e umane dell’altro.

Giovanni Fantozzi


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Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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