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Chiudere tutto per riaprire o chiudere a metà per non riaprire più?

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I dati del contagio e dei ricoveri in terapia intensiva mostrano come la via italiana ed emiliana delle chiusure parziali sia insufficiente


Chiudere tutto per riaprire o chiudere a metà per non riaprire più?
'Se ci fermiamo per un paio di mesi e ci occupiamo solo di salvare la pelle, forse potremmo uscirne con una semplice recessione, più o meno come nel 2008. Se invece ci intestardiamo a far ripartire l'economia subito, e questo aiuterebbe la circolazione del virus, potrebbe essere la catastrofe'.

Così Luca Ricolfi, sociologo, ordinario di Analisi dei dati all'Università di Torino, intervistato da Alessandra Ricciardi, per Italia Oggi. Il prof. Ricolfi è uno che i numeri li conosce, li analizza, li legge. E questa è la conclusione che il 4 marzo ha tratto dalle informazioni disponibili sugli effetti del coronavirus in termini di contagio, ammalati, morti. E' convinto che non sia ancora troppo tardi per una terapia d'urto, che non pretenda di rimettere in moto l'economia nel breve periodo ma che garantisca un rafforzamento straordinario del Sistema Sanitario Nazionale, per fare fronte ad una prova epocale. Ridurre al minimo l'attività produttiva, in modo da garantire la sopravvivenza ed i servizi essenziali, concentrando tutto, o almeno soprattutto, sul rafforzare il sistema sanitario per una terapia d'urto. Perché è su qual piano, sanitario, e su quello delle misure restrittive per limitare contatti ed i contagi, che si gioca la partita. In una realtà economica forte come la nostra, è dura da dire, ma questa sembra essere la sfida che bisogna affrontare e vincere subito, ancora prima di quella economica e produttiva. Perché senza la limitazione del contagio e senza il rafforzamento delle strutture sanitarie le imprese non saranno obbligate a chiudere dallo Stato ma dovranno chiudere per le quarantene.

In una fase in cui è davvero difficile, al netto del chiacchericcio social, districarsi anche tra le teorie, le previsioni e le ricette (spesso divergenti), di autorevoli studiosi, è comunque chiaro che la via italiana (e fino a qualche giorno con la sua variante emiliane), al contrasto alla diffusione del virus si è dimostrata e si sta dimostrando assolutamente insufficiente.

La mezza via, tutta italiana, per la quale si possono tenere aperti i locali e ristoranti ma con clienti a debita distanza, fatta di indicazioni senza obblighi (esempio si al locale per l'aperitivo ma a distanza, in alcuni casi misurata dagli ispettori tra tavoli interni e tavolini all'aperto dei locali muniti metro, come visto in Pomposa), fatta di regole senza controlli, non regge. 'E' meglio una chiusura parziale a tempo indeterminato  e senza garanzie, od una chiusura totale a tempo e con garanzie?'. La comunità cinese che a Modena gestisce decine di negozi ed attività, si è risposta subito. Decidendo di chiudere. All'unisono. Con sacrificio e responsabilità, certo, ma di chiudere. 'Anche stando bene', come recita e rassicura uno dei cartelli con cui un parrucchiere gestito da cittadini cinesi ha informato la propria clientela dello stop. Proprio perché è quando il peggio rischia di arrivare che ci si difende meglio. Chiudere totalmente per due settimane o tre per non chiudere per sempre. Questa è la conclusione emersa dall'analisi del prof Ricolfi, questa è la via cinese. E questa, per ora, non è la via Italiana.

I cinesi lo hanno fatto qui, a Modena, così come nel loro Paese, dove i nuovi casi in un giorno sono stati, anche ieri, inferiori a quelli italiani. Stupendosi del perché il mondo intorno a loro, qui, in Italia, in Emilia-Romagna, a Modena, non si è mai fermato. Non ha mai chiuso, oltre alle scuole teatri e cinema, nulla. Nemmeno quando i casi aumentavano con ritmi fuori controllo. Non solo dei deceduti (liquidati troppo spesso come anziani che sarebbero comunque morti a seguito di complicanze, anche di una influenza), ma anche nel numero dei ricoverati in terapia intensiva. Anello fondamentale, quest'ultimo, di tutto il sistema salva-vita che già gli aumenti dei casi di contagio rischiano ormai di saturare.

L'aumento, ieri, di 20 soggetti in più in terapia intensiva rispetto al giorno precedente, in Emilia-Romagna segna un dato drammatico. Se consideriamo che venti posti di terapia intensiva sono solo un po meno di quanti a regime, in questa emergenza, sono stati predisposti tra gli ospedali Policlinico e Baggiovara. E lì non ci vanno solo persone anziane. Ed è per questo che la consapevolezza che ancora la metà dei contagiati possono combattere e vincere il virus, da casa, non può soddisfare. Non può tranquillizzare. Perché è all'altra metà dei contagiati, dei ricoverati, che dobbiamo guardare. E verso la quale, forse, devono iniziare a guardare meglio i decisori politici, certo, ma anche tutti coloro che anche questa sera hanno affollato le vie della movida modenese, come nulla fosse, sperando di esorcizzare in un apericena ciò che di peggio, per sé e per gli altri, a meno di un metro, potrebbe davvero succedere.

Gianni Galeotti


Redazione La Pressa
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