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Coronavirus, siamo tanto bravi da farci male, ma si può ancora rimediare

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La psicosi per il virus ha già creato più danni del virus. Un terremoto psichico che a differenza di quello del 2012 evocato da Bonaccini, si può frenare


Coronavirus, siamo tanto bravi da farci male, ma si può ancora rimediare

Il paragone fatto dal Presidente della Regione Stefano Bonaccini tra le conseguenze del terremoto 2012 e il terremoto figurato creato dal Coronavirus è inopportuno e sbagliato. Dozzinale anche rispetto alla demagogia. Riduttivo rispetto alle lettura di quanto sta succedendo. Non giustificabile nemmeno riferendosi alle conseguenze sul piano economico e sociale. Nemmeno in riferimento alla reazione forte che la comunità Emiliano-Romagnola seppe dare, 8 anni fa e quella, presumibile, che potrà dare oggi. E non lo è, paragonabile, per una sostanziale differenza: il primo terremoto, come tutti i terremoti, è stato devastante quanto imprevedibile, nelle sue cause prime. Ha messo tutti allo stesso livello. Ha toccato davvero nel profondo. E ci ha fatto avere paura. Per davvero. E anche per questo ha unito una comunità, saldandone il suo spirito e rafforzandone orgoglio ed identità, riportandola ai fondamentali, generando una reazione straordinaria, capace di vincere la paura e ricostruire con una forza uguale se non superiore, ciò che sembrava perduto. Forza imprevedibile che unisce. Oggi, al contrario, siamo di fronte ad una forza distruttrice (che non è quella del virus, ma quella della reazione di massa al virus) assolutamente prevedibile (l'assurdità dell'assalto ai supermercati, delle strade deserte, delle chiusure volontarie di fabbriche ed uffici, delle disdette di viaggi anche da nord a sud del paese, così come di cene in romantici agriturismi sicuri e sperduti), capace di dividerci e di renderci incapaci di reagire nell'interesse comune. Due cose diverse, se non opposte. Forza imprevedibile che unisce da un lato, e forza prevedibile che divide dall'altro.

In queste ore, il ridimensionamento del virus (tracciato nei suoi contagi, che la metà dei contagiati sta superando in casa propria e che in diversi, dimessi nel giro di pochi giorni, hanno già superato come una 'normale' influenza), è andato di pari passo con la diffusione di una psicosi collettiva che ha colpito l'economia ancora prima del virus. In modo masochista e autodistruttivo. Parallelamente all'incapacità di spiegare che la proliferazione di casi italiani è soprattutto legata al maggior numero di tamponi e verifiche fatte.

E' vero che sulla prevenzione dell'emergenza si poteva fare qualcosa in più, rispetto ai tempi, e rispetto a quel 'benedetto' paziente 0, ma per recuperare il gap una volta che l'emergenza è stata scoperta, l'Italia ed il sistema sanitario italiano (che non ha nulla da invidiare al mondo), ma soprattutto la politica che lo governa, ha peccato di ingenuità rispetto alle altre nazioni d'Europa e del mondo. Facendo, nella sola Emilia-Romagna, una quantità di tamponi paragonabile a quella dell'intera Germania. Che è giusto, per carità.Che, ok ai controlli, ok al monitoraggio e alla trasparenza. Ma se seguiti da una corretta informazione per fare emergere questa realtà italiana. Agli italiani, e al mondo. Quella realtà italiana migliore (come quella rappresentata dalle migliaia di persone medici, paramedici ed infermieri che da giorni lavorano negli ospedali), e non la peggiore. E smettiamola una buona volta di condannare i media. Si, certo, errori ci sono stati, ma è tanto più il lavoro che è stato fatto (e continua ad essere fatto) con coscienza che con incoscienza. Da parte delle istituzioni, con bollettini ed informazioni quotidiane, e da parte dei rappresentanti dei media ufficiali (registrati con testate ufficiali e che come tali rispondono in modo trasparente delle loro responsabilità), che hanno contribuito a seguire e a divulgare solo fonti ufficiali. Filtrando, stoppando e denunciando (ad esclusione di alcuni casi comunque identificati e ammoniti), fake news e notizie non verificate o lesive della rivacy. Dal  presunto focolaio di Sassuolo a quello di Castelfranco. Annunciati con vocali whatsapp dal contenuto falso ma apparentemente credibile. Tutti non pubblicati e segnalati. Perché è giusto così.

E allora oggi, a bocce ferme e a scuole ancora chiuse, siamo in tempo per invertire la rotta. Da subito. Perché poi, alla fine, paiono secoli, ma è una settimana che il delirio ci accompagna. Con pesanti danni all'economia. Tutto è recuperabile, anche se non subito, preferendo i rinvi e le proroghe alle cancellazioni. Ma confermando tutto. Perché se non siamo noi a cancellarlo, quello che c'era prima, compresa la ricchezza del nostro 'made', a differenza del terremoto del 2012, nessuno lo ha distrutto. E' ancora li. Ed è possibile farlo. Da oggi. Insieme. Uscendo di casa, a fare una spesa normale e non da rifugio anti-atomico. Trasformando, come ha detto l'Arcivescovo Castellucci nell'omelia della messa delle ceneri, l'isolamento e lo stop alla condividione fisica in opportunità di riscoperta. Della bellezza della vita quotidiana. Chi può confermi, anziché disdire, cene e semmai gite fuori porta. Che sembra banale ma non lo è di fronte alle scene di messe a porte chiuse ristoranti deserti e affollati e deliranti supermercati a porte aperte. Tornando ad una vita normale, quella di dieci giorni fa (perchè sembra passato un secolo dal primo caso ma sono pochi giorni), magari con qualche accorgimento in più, come quello adottato dalle biblioteche dove le stanze più piccole e più affollate sono state chiuse. Piccole cose, ma sufficienti. Nulla più. Senza mascherine, se non si è malati e se non, semmai, per lo smog. Che continua ad uccidere ogni giorno. E farla vedere, questa vita normale e bella. Che non ha nulla da temere se non l'ignoranza che troppo spesso l'accompagna e la tradisce. 

Gianni Galeotti 



Redazione La Pressa
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