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La fine di FI, prateria liberale senza leader, la destra ci riprova con Salvini

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Gli ex AN che dal PDL in poi hanno fagocitato il partito di Berlusconi tornano alla casa madre in FDI e puntano al governo grazie a Salvini


La fine di FI, prateria liberale senza leader, la destra ci riprova con Salvini

Quella di Forza Italia di oggi non è la fine, ma la fine della fine, iniziata non oggi, appunto, e nemmeno ieri l'altro, ma dieci anni fa , con la nascita del PDL, il cosiddetto Popolo della Libertà. Una fusione a freddo tra la destra di Alleanza Nazionale di Fini (le cui tristi sorti politiche sono note), e la cultura liberale conservatrice rappresentata da Berlusconi. Una fusione che inglobò, nella sua ispirazione cristiana la Democrazia Cristiana per le autonomie, il nuovo PSI, i riformatori Liberali , i popolari liberali ed Azione Sociale. La Lega, allora di Bossi, rappresentata a livello territoriale da quelli che per le loro origini politiche furono definiti, in Emilia Romagna, 'i comunisti padani', si unì in coalizione al PDL alle elezioni politiche, contribuendo alla vittoria netta del centro destra. 

Fu dal PDL che iniziò il declino di Forza Italia, e il tramonto di un leader (Berlusconi) che dopo avere creato in tre mesi, dalla sua discesa in campo del '94 (operazione storica ed irripetibile), quel partito e quella coalizione che vinse le elezioni, sbaragliando una sinistra che dopo tangentopoli vedeva la strada spianata per governare il paese nei successivi 20 anni, gestì il potere nell'assoluta e volontaria consapevolezza che Forza Italia ed il progetto politico ad essa collegato, sarebbe morta (politicamente), con lui.

E' in questa prospettiva che va letta la storia degli ultimi dieci anni di Forza Italia e in parte del centro-destra. Con la sua graduale scomparsa dalla scena politica nazionale, nonostante il tentativo tardivo e consapevolmente fallimentare di ridarle autonomia dopo la fine del PDL. Perché fu negli anni del PDL che la destra sociale organica al Popolo della Libertà, con una cultura ed un modello di partito tradizionale, strutturata con congressi e correnti, riusci ad aumentare il proprio spazio nel grande contenitore azzurro e tricolore di Forza Italia che non si strutturò mai realmente in maniera diffusa come partito. Contestualmente, e in modo inversamente proporzionale, Berlusconi nulla fece per espandere, supportare, valorizzare, indirizzare e strutturare quella politica attiva, rappresentata ancha da reti di associazioni e fondazioni, portata avanti sul terreno della cultura liberale, moderata e conservatrice, rappresentata da figure come Marcello Pera (storico il suo carteggio da Presidente del Senato su valori e prospettive e possibile declino della cività europea ed occidentale con l'allora Cardinale Ratzinger).

Svanisce in quegli anni anche l'idea di una grande università liberale, ma Berlusconi non sostiene nemmeno i tentativi, singolarmente anche riusciti (e anche a livello regionale), di creare, per i giovani, quei luoghi di formazione politica nati sull'idea delle summer school. Riuscita fu anche quella creata per diversi anni, a livello modenese ed emiliano romagnolo, dall'associazione 'Valori&libertà' presieduta dall'allora Vicepresidente del gruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati Isabella Bertolini che ebbe tra i docenti anche l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Il pensatoio conservatore e liberale di Forza Italia venne abbandonato a se stesso, fuori e dentro il partito, dallo stesso Berlusconi che anziché difendere e rafforzare con mura più spesse il fortino liberale, facendone pensiero politico 'di sistema' capace di arginare quei venti di destra e sovranisti che già spiravano sull'europa, scelse di aprirgli la porta, attraverso una classe dirigente di nominati, ex veline e 'cavalli' fatti senatori capaci di difendere al massimo la propria posizione. 

Fu il proseguio di una fine già scritta. Le menti pensanti se ne resero conto ma gli appelli lanciati al leader di invertire la rotta, di fare un passo indietro e di svolgere la funzione di padre nobile, rimasero inascoltati. La conseguenza fu l'allontanamento volontario dalla politica attiva e dalla rappresentanza istituzionale, delle personalità che dal '94 avevano contribuito e aspirato e creduto nella rivoluzione liberale, capace di inserirela in un pensiero politico di centro destra liberale e moderato. Forza Italia rimase via via vuota della sua anima. La destra, che già aveva utilizzato Forza Italia come un autobus per sdoganare i propri uomini, la propria ideologia e conquistare ruoli di potere,  ne approfittò e fece il resto, aumentando le proprie pedine riempiendo gli spazi lasciati vuoti e fagocitando quel che di Forza Italia via via rimaneva.

Berlusconi, dopo avere creato un impero anche sul fronte politico, non ha fatto nulla per garantire, politicamente, il dopo di lui.  Per garantire che quel ceto medio moderato e non di sinistra che Forza Italia aveva saputo coagulare nel suo messaggio di cambiamento e di prospettiva sintetizzato in quello che fu uno dei più azzeccati slogan elettorali della storia della propaganda della politica italiana, che su sfondo dei colori della bandiera italiana recitava 'La Forza di un sogno, cambiare l'Italia', si facesse cultura liberale e di cambiamento da trasferire alle nuove generazioni. Un fronte capace di strutturarsi a livello territoriale, come reale alternativa di programma e di sistema al governo della sinistre. Berlusconi ha avuto in più occasioni, al netto dei mezzi comunicativi, anche la legittimazione popolare per farlo, governando, ma non lo ha fatto. Lasciando il centro destra in mano alla destra che dietro a Salvini, così come ieri dietro a Berlusconi, si ritaglia spazi e ruoli. 

Una destra sempre più a cifra sovranista che oggi vede nella Lega di Salvini al 38 per cento, così come ieri venne vista Forza Italia ed il PDL allora al 37%, non certo un alleato valoriale, ma un cavallo di troia per la conquista del potere e l'affermazione del proprio 'credo' al governo del paese o comunque nella stanze del potere. Modena, in questo senso, con l'operazione condotta da La Terra dei Padri, pensatoio vero di destra sovranista che attraverso la Lega è riuscita a fare eleggere anche un proprio consigliere comunale, ha rappresentato un laboratorio politico significativo ed emblematico,

Ed è così che Fratelli d'Italia, autodichiarato alleato di Salvini nel nuovo quadro politico elettorale, è diventata quel richiamo naturale ed interessato degli ex An che negli ultimi anni avevano smesso (complice anche la scomparsa di Alleanza Nazionale), il tricolore della fiamma vestendosi di quello di Forza Italia, pur rimanendone idealmente lontani.  Oggi il sorpasso di FDI su FI, già avvenuto in altre regioni d'Italia, si avvia a diventare ogni giorno di più realtà anche a livello emiliano romagnolo e modenese. Vedremo nei prossimi giorni come la decisione di Salvini di staccare la spina al governo giallo-verde, consapevole di avere raggiunto livelli di consenso massimi, soprattutto in relazione alle promesse non mantenute sul fronte della lotta all'immigrazione irregolare (vedi la sparizione dei CPR dall'agenda e dai programmi), e delle sicurezza, accellererà l'esodo degli ex AN da Forza Italia a Fratelli d'Italia. Un esodo che in Emilia Romagna, dopo il responsabile Giovani Di Forza Italia Stefano Cavedagna dovrebbe riguardare un nome eccellente come il coordinatore regionale azzurro (ed ex AN), Galeazzo Bignami, da indiscrezioni pronto a formalizzare il proprio passaggio a fianco della Meloni, che nei fatti sarebbe già accordato, i primi di settembre.  La prospettiva del voto anticipato ha rimescolato le carte in tavola, accellerando in alcuni casi, o stoppando in altri, tale esodo ma il processo è avviato e le variazioni sul tema potranno essere semmai sui tempi. Un esodo che potrebbe favorire proprio chi, pur con margini risicati di salvezza, deciderà di rimanere su una nave (quella di Forza Italia), che sta colando a picco, rimpiendo quegli spazi e quei ruoli (come quello di coordinatore regionale), che saranno lasciati vuoti. In questa prospettiva l'uscita da Forza Italia, annunciata e ritirata più volte del governatore della Liguria Toti, per una nuova forza politica, non appare molto lungimirante.  

Ed è in questa prospettiva che va letta anche la fretta di Salvini di rompere e di andare al voto subito. Il vicepremier e ministro dell'interno sa che raggiunto un personale 38%, difficilmente il consenso potrà aumentare ancora. Andare al voto significa monetizzare questo patrimonio, utilizzandolo per vincere le elezioni ed essere Premier. Prima che Fratelli d'Italia cresca ancora (oggi il rapporto è uno a sei) e possa fare pesare ancora di più al tavolo del futuro governo. E prima che il fronte che dice no al voto anticipato si rafforzi e si espanda ancora, rimandando il voto al nuovo anno. Per Salvini una prospettiva da scongiurare, nella consapevolezza che ogni giorno in più che passa, per l'uomo solo al comando saranno voti in meno per lui a vantaggio della destra che si trova al posto giusto nel momento giusto. Pronta a sdoganare oggi grazie Salvini ciò che ieri sdoganò grazie a Berlusconi (ricordiamo la Meloni ministro del governo Berlusconi). Salvini, iniziata la parte discendente della parabola, dovrà guardarsi da quanto succede alla sua destra più di quanto succede alla sua sinistra. A ciò che si muove e corre dietro la sua scia più di ciò che gli si spiana davanti. Perché in caso contrario (e le elezioni amministrative dove il traino Salvini non è stato valorizzato da candidati e da organismi dirigenti), Salvini, che con l'ultimo strappo si è dimostrato essere e si è posto come uomo solo al comando, difficilmente avrebbe la forza per costrastare sul piano della politica e del pensiero politico l'avanzata delle destre, quelle vere, quelle che erroneamente vengono legate all'azione e alle gesta del leader leghista. Soprattutto oggi in cui il ceto medio e il voto moderato liberale e tendenzialmente conservatore ha perso ogni riferimento e leadership.

Gi.Ga.



Redazione La Pressa
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