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La lezione di Giovanni Falcone, da Cosa nostra ad Aemilia

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Nel 26° anniversario della strage di Capaci il messaggio visionario di un giudice che ha ridefinito il concetto di antimafia


La lezione di Giovanni Falcone, da Cosa nostra ad Aemilia

'La mafia rassomiglia ai palermitani, ai siciliani, agli italiani. I mafiosi non sono dei marziani. La mafia non è estranea al tessuto sociale che la esprime, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società'

Parole, quelle di Giovanni Falcone, sempre attuali. Capaci di rifletterne la profondità di pensiero e la statura morale.  Nella consapevolezza, espressa più di un quarto di secolo fa, di una mafia che non è corpo estraneo, ma è sistema, rete, pensiero, atteggiamento mentale, modello e metodo, che la mafia può essere letta come un 'essere noi' oltre che 'tra noi'. Ad oltre un quarto di secolo da quel 23 maggio 1992 in cui Falcone venne ucciso con la moglie e agli uomini della scorta, e che anticipò di due mesi il massacro di via D'Amelio, c'è una visione dirompente, rivoluzionaria, quella capace di fare dire, e credere. al giudice Falcone ieri, che la mafia non è invincibile.

O almeno non è invincibile solo se non si cade nell'errore che per anni, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente, in Emilia, a livello istituzionale, è stato commesso: considerare e soprattutto dipingere la mafia come un corpo estraneo, un virus esterno, tenuto lontano da anticorpi che in realtà non c'erano al punto da permettersi anche il lusso di di non vaccinarsi e per questo dichiararsi immunizzati. La prima regione in Italia che ha imposto le vaccinazioni obbligatorie, non è stata capace di difendersi dal virus mutante della mafia, passata negli ultimi 20 anni dal livello di infiltrazione a quella del radicamento, cambiando pelle e penetrando nelle viscere del tessuto economico, nella realtà dei colletti bianchi cresciuti a salame e lambrusco.

Gli anticorpi, quelli sbandierati ma quasi mai iniettati da associazioni antimafia chiuse troppo spesso in sterili salotti, convegni e seminari vip,  agitando il vessillo, e distribuendo patenti antimafia, arrivando perfino a minacciare con l'arma della querela anche solo chi fa domande scomode. Perché questo è successo, anche a Modena. Come se la cultura antimafia fosse cosa altra, in mano ad una elìte, come se non fosse patrimonio di valori condiviso dal basso, custodito, alimentato e protetto da prassi quotidiane, come ci ha insegnato Falcone e ogni giorno ci insegnano coloro che nel silenzio reagiscono alle estorsioni e alle intimidazioni, che credono ancora che denunciare sia giusto, che di fronte alla comodità e alle promesse del ricatto mafioso, un'altra scelta è possibile. Nel silenzio dei veri eroi. Senza avere alcun patentino anti-mafia. Essendo essi stessi antimafia. 

Il processo Aemilia che ci ha aperto gli occhi (forse non abbastanza) su ciò che è stata e soprattutto è la mafia oggi e ha reso ancora più vive quelle parole del giudice Falcone che erano già fotografia di ciò che più di 25 anni fa stava accadendo al nord, nella bella e ricca emilia, fatta di imprenditori ruspanti e di successo. Come poteva esserlo l'imprenditore e costrutture Augusto Bianchini. La cui deposizione impressionò per la 'naturalezza' con cui ammise contatti con i boss e la penetrazione delle organizzazioni criminali nei cantieri della ricostruzione emiliana. Non più seminando terrore, ma offrendo aiuto. In denaro, in protezione, in recupero credito. Con le stesse dinamiche con cui le organizzazioni erano già entrate nel nostro tessuto economico e sociale ma che, grazie al sisma, avevano avuto nuove e straordinarie opportunità.
Oggi il processo Aemilia ci sta fornendo degli elementi di lettura e di codifica della realtà, straordinari. Perché nella ricostruzione di quelle dinamiche che hanno portato a piccoli passi a fare entrare i boss e le loro influenze nella realtà quotidiana, lavorativa o relazionale, c'è già lo strumento per reagire.
C'è la lezione del giudice Falcone. C'è la consapevolezza che solo facendo sistema e rete (ma non nei convegni ma nella prassi quotidiana delle relazioni sociali, commerciali ed industriali), c'è la possibilità di combattere e di non sentirsi soli. Perché la solitudine ed il silenzio uccidono più della mafia. Perché l'appoggio della gente, che poi è presa di coscienza comune, in più di una occasione si è dimostrata determinante.

Ecco allora che la lezione visionaria di Falcone ritorna nella sua attualità. A dirci che la mafia si può vincere smettendo di delegare la battaglia alla magistratura, solo alle forze dell'ordine, alle procure o alle organizzazioni antimafia. Perché quando si fa così si rimane indietro e la mafia rimane sempre un passo più avanti. Perché ciò che definisce l'antimafia, non è un patentino, un simbolo, un organizzazione, e tantomeno un movimento o un partito, come qualcuno forse vorrebbe che fosse E', come lo è la mafia, un sistema, un modo di pensare, un atteggiamento, un approccio con cui vivere e leggere la realtà.  E' lucida consapevolezza che la mafia non solo è tra noi ma può essere in noi. E' nemico interno, non esterno. Forse il peggiore, che può essere battuto non aspettando una sentenza di condanna o l'approvazione dell'ennesima legge da non applicare, ma facendo antimafia, nella vita di tutti i giorni, cogliendo i segni della mafia intorno o dentro di noi con i piccoli gesti della quotidianità.  Perché le parole di Falcone ed i fiumi di parole del processo Aemilia, non rimangano lettera morta' 

Gianni Galeotti




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