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'Mafia nell'autotrasporto, la lezione di Falcone è ancora inascoltata'

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Nel trentennale della strage di Capaci l'intervento della presidente di Ruote Libere (associazione autonoma dell'autotrasporto)


'Mafia nell'autotrasporto, la lezione di Falcone è ancora inascoltata'

Trent’anni sono tanti. Sono gli anni trascorsi dall’uccisione del giudice Falcone prima e Borsellino qualche mese più tardi nel 1992. Per chi, come me, ha ben impresso nella memoria la drammaticità di quei giorni, l’incredulità di fronte a quei terribili attentati, queste due ricorrenze, oggi quella del giudice Falcone, rimangono date importanti. In questi lunghi anni abbiamo visto nascere e crescere la speranza che da quelle stragi si potesse risorgere, si potesse trovare una strada per combattere, almeno ad armi pari, contro il sistema mafioso. Non è andata così. Certo molto è cambiato, soprattutto in termini di conoscenza e presa di consapevolezza. Ma siamo molto lontani dall’aver estirpato il male. Per questo, come ormai da qualche anno, in occasione di queste ricorrenze così importanti, sono combattuta tra il ricordare e omaggiare intimamente questi due giudici e i poliziotti morti con loro, o viceversa condividere le mie riflessioni.
 
Il fatto che ancor oggi il sacrificio e la lezione delle stragi di Capaci e di via D'Amelio non siano servite a una vera e definitiva svolta nella lotta al radicamento mafioso in Italia, lascia un senso di sfiducia e di amarezza difficile da superare. Eppure continuo con ostinazione a pensare che la rassegnazione non debba prendere il sopravvento. Il tacere, il ridurre questa giornata a un ricordo intimo e personale, mi sembrerebbe quasi un torto a loro e ai tanti come loro, deceduti o ancora in trincea nel tentativo di cambiare le cose.

Vorrei condividere allora anche quest’anno la mia riflessione soprattutto con i miei colleghi autotrasportatori, perché proprio in questo settore, quello dell'autotrasporto che rappresento con Ruote Libere, il radicamento mafioso rimane uno dei problemi più importanti da risolvere, come purtroppo da oltre 40 anni tutte le relazioni della DIA ci confermano. Ugualmente, da nord a sud.  Un cancro che prende l’economia sana e infetta irrimediabilmente ogni cosa.  Oggi siamo all’imprenditoria mafiosa 4.0. Nata su capitali di dubbia provenienza che si mescola perfettamente nel sistema e che per questo è difficilissima da riconoscere.
E davanti all'evoluzione della mafia a questa 'pantera agile e feroce' come la definiva Falcone, l'autotrasporto sano e che vuole restare tale si trova ancora con armi spuntate, con strumenti non adeguati, che spesso non consentono alle aziende di prendere in anticipo le dovute precauzioni. 
Un esempio su tutti. Come ha ricordato il neo procuratore antimafia Giovanni Melillo, una delle più grandi intuizioni di Falcone furono le banche dati, ovvero la consapevolezza che l’avere liberamente accesso a tutte le informazioni di cui si dispone rappresenta un mezzo per contrastare il malaffare di formidabile efficacia. Ebbene, siamo di nuovo quotidianamente a fare i conti con l'assenza della capacità di un puntuale intreccio dei dati. Una azienda come può sapere preventivamente con quali colleghi, partner commerciali può relazionarsi in modo da rifuggire da zone grigie e personalità che tentano di infiltrarsi? A chi deve rivolgersi, ad esempio, per fare un accertamento immediato su un fornitore?

E dall'altra parte, a fronte di una mancanza di strumenti efficaci di prevenzione, assistiamo a volte, specularmente, a un eccesso non di prudenza, che sarebbe sacrosanto, ma di giustizialismo. Penso in particolare alle interdittive antimafia: utilissime, necessarie, ma quante volte si corre il rischio di distrugge la reputazione di una azienda per un errore? Perché nel nostro Paese anche l'ottenere giustizia a posteriori non toglie la macchia nella reputazione di chi è stato toccato da una interdittiva.
Come non citare infine l'ultima beffa subita in ordine temporale dal mondo dell’autotrasporto. L’ultima direttiva europea, infatti, ha completamente, e scelleratamente aggiungo io, liberalizzato l’accesso al mercato, con  ripercussioni devastanti  in termini di rispetto della legalità che saranno evidenti tra pochi anni. Però non ha reso  obbligatorio, come era in origine,  dimostrare la congruità tra i veicoli e gli autisti in disponibilità dell’azienda e il fatturato della stessa, perché  se una azienda con solo due camion può fatturare 5 milioni di euro senza che nessuno si ponga una domanda, è evidente che un problema esiste.

Allora l’impressione, o quasi la certezza, è che non convenga risolvere certe situazioni che a qualcuno fanno molto comodo. Il contrasto alla mafia è  una priorità  nei convegni, negli statuti, ancora nei protocolli (sì, ancora i protocolli, nonostante la lezione del caso-Montante) ma per l’economia reale, le priorità sono di tutt'altro segno.
Non si può quindi che partire da qui, da una amara fotografia del reale, per ritornare ai fondamentali. Per continuare a credere e lavorare per un movimento antimafia democratico, civile e, soprattutto, trasversale. Che la smetta di pensare all'avversario interno, ai dispetti del compagno di banco, e ritorni a puntare i fari su quella pantera mafiosa che è ancora agile e veloce. Oggi più di ieri.
Cinzia Franchini



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