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Paradosso Draghi: M5S lo umilia ma è primo partito della maggioranza

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Mario Draghi resta in sella. Non per la sua autorevolezza, non più. Ma per l'autorità dettata dalla paura che i parlamentari hanno di tornare al voto


Paradosso Draghi: M5S lo umilia ma è primo partito della maggioranza

'A noi spiace vedere Draghi così nervosetto, ma temiamo non abbia ancora colto la differenza fra una banca e il Consiglio dei ministri di una democrazia parlamentare'. E ancora: 'Urge un ripassino della Carta, prima che arrivi il generalissimo Figliuolo a rimettere in riga i ministri e le Camere, armi e siringhe in pugno. Ma urge soprattutto prendere atto di una realtà imbarazzante: se il governo con la maggioranza più ampia della storia repubblicana non riesce neppure a farsi approvare il Milleproroghe, un premier degno di questo nome non minaccia di andarsene perché “posso sempre fare altro”: se ne va subito a fare altro perché ha fallito.
E non per colpa dei partiti o del Parlamento, ma per colpa sua: ha umiliato gli alleati (soprattutto uno, il più grande) costringendoli a votare provvedimenti a scatola chiusa, senza neppure farglieli leggere; ha mortificato le Camere con un record di decreti, per giunta convertiti a suon di fiducie (o nemmeno votati perché superati da altri decreti); ha accettato fischiettando che la Lega non votasse misure impopolari (tanto le votavano gli altri); ha indebolito il governo e la premiership candidandosi al Quirinale e uscendone umiliato; e ora finge che il Parlamento ce l’abbia col governo, quando è chiaro che ce l’ha con lui. E lui, fra l’altro, non fa neppure capoluogo
'.

Queste parole non sono uscite dalla bocca di Sara Cunial o di Francesco Forciniti e neppure di Giorgia Meloni. A stroncare l'azione del Governo Draghi, anche sul piano umano, è questa mattina Marco Travaglio in un editoriale sul Fatto quotidiano. Non è la prima volta che il giornalista, punto di riferimento di quel che resta della galassia grillina, si lancia in attacchi al Governo, ma questa volta la bocciatura è totale. E che Travaglio non parli a caso, ma i suoi commenti siano sempre da contestualizzarsi in chiave strettamente politica è noto.
Ora la verità è che - al di là delle mirabolanti dichiarazioni del presidente del Consiglio sul 'Governo bellissimo' - il banchiere prestato alla politica si trova in una situazione a dir poco paradossale. Il principale partito che sostiene il suo Governo, il partito che nonostante le tante defezioni ha ancora 230 parlamentari, sul giornale 'di casa' si permette di umiliare il premier dicendo che 'deve andarsene subito perchè ha fallito'. Ecco qui dunque il 'Governo bellissimo' del cavaliere bianco che, dopo un anno a palazzo Chigi e dopo la convulsa rielezione di Mattarella, appare grigino tendendente al nero.
Perchè se i 5 Stelle lo bocciano, la Lega, secondo partito in Parlamento con 197 tra senatori e deputati, è da settimane sul piede di guerra alla ricerca di un incidente per farsi cacciare dalla maggioranza e rivestire i panni della fiera opposizione in vista del voto 2023.

Eppure - almeno per ora - Mario Draghi resta in sella. Non per la sua autorevolezza, non più. Ma per l'autorità dettata dalla paura che i parlamentari hanno di tornare al voto e quindi, anche complice la riduzione degli eletti, di perdere la poltrona. Un Governo siffatto non è bellissimo, è sotto la soglia della decenza democratica. Ma è pur vero che può sempre andare peggio.
Giuseppe Leonelli



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