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Scuole e fabbriche chiuse, palestre aperte: il danno dell'incertezza

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Il sistema modenese e regionale (dove non c'è allarme), si interroga (ragionevolmente), sulla chiarezza e la coerenza, delle misure prese


Scuole e fabbriche chiuse, palestre aperte: il danno dell'incertezza
Il bilancio al secondo concreto giorno di applicazione delle misure restrittive e precauzionali introdotte dalla Regione, in accordo con il ministero della Salute, per isolare e contrastare la diffusione del Coronavirus, riflette i dubbi e gli interrogativi posti quattro giorni fa, quando in questo spazio provammo a mettere in luce le gravi e dannose conseguenze di una informazione poco chiara, se non contraddittoria, arrivata le scorse settimane da parte degli organi istituzionali. Dal dietro front sull'invio dei soggetti che presentavano sintomi al Pronto Soccorso (che poco dopo è stata assunta come misura da evitare), all'apertura dei servizi pubblici (comunali si e statali no), e delle fabbriche. 

Discrepanze, contraddizioni, messaggi poco chiari che continuano oggi, nell'applicazione della direttiva regionale che in relazione alle attività gestite da associazioni sportive e ricreative in palestre pubbliche e private, all'esterno o all'interno, introduce deroghe che appaiono, se non sono a tutti gli effetti, in contrasto con gli indirizzi e la ratio della direttiva stessa.

Se è giusto e comprensibile, e accettato, in via precauzionale, tenere i bambini a casa da scuola (anche se questo comporta uno stravolgimento totale nella vita di migliaia di famiglie che non è così automatico dare per scontato), è altrettanto giusto e comprensibile dare loro la possibilità, ed il via libera, ad andare a fare attività fisica, sudando a stretto contatto con altri bambini, e decine di loro genitori, in ambienti chiusi dove tutti toccano tutto, oltre che toccarsi a vicenda? E perché concedere questo, e allo stesso tempo vietare una messa? Come si devono comportare guide turistiche, tour operator, che all'arrivo dell'ordinanza regionale hanno annullato tutti gli eventi, o si sono visti disdire prenotazioni, per poi ricevere la comunicazione che per loro, che magari organizzano visite guidate al Duomo (tra l'altro aperto al pubblico), la cosa non vale? Perché qui, come in decine di altri settori, il danno è doppio. Per il lavoro non svolto, e per la mancanza di possibilità di accedere eventualmente ad indennizzi, se e quando previsti, in considerazione del fatto che l'ordinanza, nello specifico, permetterebbe comunque loro di operare. Di essere liberi, anche di lavorare e guadagnare, mentre nei fatti non è possibile farlo.

Sul fronte degli uffici pubblici la stessa incertezza: perché quelli statali (INPS, Aci...) sono chiusi e quelli comunali e provinciali no? I dipendenti dei primi hanno più diritti di essere tutelati dei secondi? Non crediamo. Eppure, agli occhi delle persone, pare così. E in questa fase dare messaggi che appaiono, o sono, contraddittori e poco chiari, non fa bene, offende il senso civico e la responsabilità delle persone, che al netto dalla follia e dell'irreponsabilità degli assalti ai supermercati, c'è, è diffusa, fa il bene della comunità e va rispettata. 

Il discorso non è quello di volere operare a tutti i costi o fregarsene del virus e tantomeno non avere senso civico, spirito di comunità o di non capire e regole. Anzi, si tratta dell'esatto contrario. Si tratta di pretendere regole chiare da chi ha il diritto dovere di introdurle in maniera altrettanto chiara. Cosa che non sta succedendo. Nel metodo e nel merito. Anche nei tempi. Perché una settimana di stop a scuole e fabbriche può essere sopportabile (anche se con impatti enormi recuperabili in chissà quanto tempo), ma due, se non supportate da un adeguato sostegno, inizierebbero a generare davvero crisi oltre al danno.

Questa mattina, sulla sua pagina personale su FB, un autorevole esponente di una associazione modenese si chiedeva e chiedeva: 'chi paga gli stipendi alle ditte chiuse, agli impiegati pubblici che hanno gli uffici chiusi, chi paga le tasse se ci si trova azzerati i fatturati? Come fanno i genitori a lavorare se i figli non vanno a scuola o all'asilo? Come fa il comparto culturale a non fallire se non si può fare un concerto, una fiera, una conferenza? Quesiti ai quali, senza polemica, bisognerà pensare a dare una risposta. Perché non possiamo pensare che chi ci governa e decide per noi, non abbia, oltre ad un confuso piano A, nel breve periodo, anche un piano B, per un eventuale, che tutti scongiuriamo, lungo periodo. 

Gianni Galeotti


Redazione La Pressa
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