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Alitalia, di bandiera è rimasta soltanto l’illusione

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Simbolo di una sindrome tutta italiana


Alitalia, di bandiera è rimasta soltanto l’illusione

E’ uno sport sempre più stanco, alzare la bandiera nazionale quando un nostro campione industriale o presunto tale diventa preda di investimenti o speculazioni straniere. Nel caso di Alitalia il problema non si pone: con una impressionante serie di bilanci in perdita, venti su trentaquattro nel periodo 1974-2007, e soprattutto la condanna di una struttura ibrida, né low cost né lungo raggio, qualora vi fossero appetiti ‘forestieri’ (Lufthansa ha smentito con tempi sprint) sarebbero per qualche portata dell’eventuale spezzatino. Se mai sia rimasto qualcosa di commestibile, ergo di valorizzabile, dopo il prestito ponte per non lasciare a piedi chi ha già acquistato il biglietto e magari usare l’argomento in campagna elettorale. Ovvio com’è che l’ex compagnia di bandiera, cotta dalle sue gestioni e dai suoi numeri, serva ormai soltanto a spiegare come non si fa business col trasporto aereo.


Ma Alitalia è soprattutto un simbolo di una sindrome tutta italiana: l’illusione di rappresentare una peculiarità salvifica anzichè dannosa, quella dell’italians do it better. Di vivere, in sostanza, come se tutto dovesse tornare d’incanto come un indefinito prima, ignorando che non ci sono più gli strumenti per ripetere la storia. La valenza è trasversale e naturalmente le classi cosiddette dirigenti rispecchiano noi, popolo: convinti di essere una specie di potenza europea, quando l’eurocentrismo è preistorico, convinti che mantenere il tradizionale potere d’acquisto delle varie gradazioni borghesi (chi ci riesce), sia un naturale avanzamento e non l’erosione di uno straordinario risparmio privato. Per inciso, una delle poche doti che ci mantengono ‘negoziabili’ e non già sacrificati sul cosidetto scacchiere internazionale.

Questa endemica illusione tricolore porta taluni a dire che non si può rinunciare a una compagnia aerea nazionale e che dunque si ‘deve’ salvare Alitalia. Peccato che non sia stato solo il referendum tra i lavoratori ad affossarla, ma lo stesso mercato da anni. I sussidi (oltre sette miliardi di esborso pubblico dal 1974 al 2014, spiega uno studio di Mediobanca) hanno soltanto prolungato l’agonia.

E’ possibile che nella scelta del ‘no’ dentro alle urne aziendali abbia pesato questa illusione: quel ‘qualcuno tanto ci penserà’, che fa tanto peggior capitalismo all’italiana, perchè così hanno ragionato per decenni parecchi manager, non solo gli stipendiati. E’ possibile che abbiano pesato le condizioni eccezionali, in cui si trovano i dipendenti ‘paracadutati’: ammortizzatori sociali molto più generosi rispetto ad altre aziende, grazie ai proventi delle tasse aeroportuali. Ai contribuenti, il Fondo Speciale per il Trasporto Aereo, finanziato al 98% (dati 2013) dall’addizionale comunale sui diritti d’imbarco, secondo l’Inps (in un report del 2015), costava circa 220 milioni all’anno. Per i beneficiari, la prestazione integrativa tendeva a superare i 10 mila euro lordi al mese (soprattutto per i piloti), con casi ‘limite’ intorno ai 30 mila.

Sarebbe facile dire che Alitalia ha troppi dipendenti (quasi 14mila quando subentrò Etihad, passati a circa 11.600), e comunque, senza un piano industriale che connoti seriamente un vettore, mettendolo in concorrenza con low cost e Fs-Italo, o investimenti per dotarlo di una flotta capace di sostenere le più redditizie rotte intercontinentali, non si va da nessuna parte. Ma è chiaro che certi sostegni al reddito qualche incidenza possano averla avuta, nel rimandare al mittente la forse illusoria, a proposito, ipotesi di ricapitalizzazione degli azionisti creditori, Intesa e Unicredit.

Mentre si consuma la cottura di quanto resta della storia di Alitalia, l’illusione resta. Non soltanto quella che avere una compagnia ex di bandiera di fatto fuori dal mercato sia indolore, tanto da domandarsi se non sia meglio non averla e basta, ma anche quella che prima o poi arriveranno altri ‘capitani coraggiosi’, magari autoctoni, a fare la nuova Lufthansa. Il problema è che l’illusione è molto più generalizzata e si nota ovunque, paradossalmente meno che altrove nella politica che la alimenta. Un’illusione generalizzata, dell’Italia che se fa l’Italia non ce n’è per nessuno (Renzi dixit), del boom economico strutturale nei sogni ma nella realtà sempre più zavorrato da mafie, corruzione, cuneo fiscale assurdo e incompetenza. Un’illusione generalizzata e generale. Questa sì, rimasta di bandiera.

Francesco Tomei



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