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Di fronte al dramma dell'Africa non basta la ripartizione dei profughi

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La stragrande maggioranza dei villaggi non ha strade, energia elettrica, acqua potabile. Non parliamo poi delle scuole


Di fronte al dramma dell'Africa non basta la ripartizione dei profughi

L’Africa è sicuramente un continente straordinario per le bellezze naturali, la fauna, le risorse che paiono infinite; è anche una sorta di Eden, di Paradiso per malfattori, che qui possono agire godendo di ampia libertà e incassare milioni di dollari. Sia ben chiaro: non mi riferisco solo alle organizzazioni criminali, come la mafia nigeriana e altre in combutta con le nostre, ma anche agli Stati, alle multinazionali che nel “Continente Nero” si comportano da predoni e sfruttatori senza scrupoli. C’è una ragione se l’Europa e il mondo preferiscono investire denaro nella gestione dei profughi, piuttosto che aiutare l’Africa a trovare una propria strada di benessere e progresso.

La stragrande maggioranza dei villaggi non ha strade, energia elettrica, acqua potabile. Non parliamo poi delle scuole, che si devono raggiungere a piedi dopo ore di cammino in mezzo alla savana, o dei presidi medici. Il costo per assicurare cibo, acqua, vestiario, istruzione e assistenza medica ad un africano è stato calcolato dalle opere missionarie cristiane in 9 dollari al giorno, 270 al mese, 3240 per un anno. Pensate ai miliardi “regalati” ad Erdogan per fermare la “rotta balcanica” o a quelli spesi dalla piccola Italia per garantire soccorso e accoglienza… accoglienza per modo di dire, visto che sbattiamo questi fratelli in un centro e poi ce ne dimentichiamo, li mettiamo a disposizione di spacciatori in cerca di pusher, di “papponi” interessati a rinnovare la “merce” e altro… Potete immaginare che un senegalese decida d’abbandonare il proprio Paese se avesse un’opportunità di vita tra la sua gente?

Il 30 settembre 2019, il vescovo di Modena Erio Castellucci ha affermato quella che potrebbe essere un’indicazione ovvia: «Aiutiamo i migranti. Ma accordi per una vita degna nei loro Paesi». Il fatto è che “aiutarli nei loro Paesi” significa interrompere quella catena di sfruttamento legale e illegale di risorse naturali e umane che a nessuno conviene, dalle organizzazioni criminali agli Stati “civili, democratici e Popolari”. Basta collanine di vetro in cambio di miniere d’oro! Ma ai moderni “colonizzatori” non è sufficiente depredare l’Africa di tutto in cambio di nulla; non sono sufficienti i nuovi schiavi per spacciare qualsiasi droga, coprire il mercato della prostituzione, fornire braccia per la raccolta di pomodori o la vendita di merce contraffatta. C’è un altro business del quale nessuno parla e questo business si chiama traffico d’organi.

Ogni anno, e in tutto il mondo, si trapiantano circa 80mila reni, 25mila fegati, 6mila cuori, 4mila polmoni e 3mila intestini. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 10% di questi organi sono di provenienza illegale e i casi accertati di espianto violento, e cioè senza il consenso del donatore, sono almeno 700 negli ultimi dieci anni.

Gli operatori che accolgono in Italia i migranti, sovente annotano vistose ed evidenti cicatrici sui fianchi: è il pagamento del viaggio, l’espianto di un rene. Recentemente, l’FBI e la DDA campana hanno aperto una indagine su un presunto traffico di organi legato alla mafia nigeriana, in particolare sulla costa Domiziana. Questa la testimonianza di Don Carmine Schiavone della Caritas di Aversa: «Una ragazza mi ha raccontato di come avesse paura di finire nelle mani dei “medici”, perché aveva conosciuto e sapeva di altre ragazze cui, non avendo soldi per pagare, erano stati tolti degli organi. Piangeva, aveva paura. Non è l’unico caso e non è l’unica violenza cui sono sottoposte queste donne. Noi abbiamo segnalato e denunciato questo fatto, abbiamo scoperto dopo che c’era già una indagine della FBI su questo».

La situazione attuale in Africa è che le rotte dei migranti corrispondono quasi sempre a quelle dei trafficanti di organi. Così sottolinea Fabrizio Sarrica, Capo della sezione di ricerca e analisi sul traffico di esseri umani di UNODC, l’agenzia ONU: «Il flusso da Niger e Sudan verso la Libia sta diminuendo. Ora dal Niger vanno verso l’Algeria, poi verso il Marocco o direttamente seguendo la costa per arrivare in Marocco e passare poi da li in Europa. C’è un numero altissimo di persone che arrivano in Libia e diventano vittime di tratte. […] Come ogni fenomeno criminale è molto dinamico e cambia rapidamente. Tra i Paesi africani, dove ora è più altro il rischio di traffico di nuovi esseri umani e quindi anche di organi, c’è il Cameroun, che vive un conflitto interno che qui in Occidente è completamente dimenticato. Un flusso che sembra essere in costante aumento è quello che passa dalla Guinea. Dopo la Libia, è qui che oggi i migranti rischiano qualsiasi tipo di violenza. Conakry sta diventando il nuovo ‘hub’ del traffico di esseri umani sulla costa Atlantica. È chiaro, poi, che il traffico di organi, come quello dei migranti, prevede sempre fenomeni corruttivi importanti, a livello di funzionari, di quadri, di medici, anche di Consolati».

A questo punto è bene ricordare che il 21 febbraio del 2004 la missionaria Doraci Judita Edinger fu uccisa a martellate a Nampula, in Mozambico. Assieme alle suore del convento “Mater Dei” e ad altri religiosi, tra cui padre Claudio Avallone, denunciava da anni le uccisioni di bambini per asportare i loro organi. A Nampula, i bambini non sparivano nemmeno: gli assassini buttavano le loro carcasse svuotate nelle campagne, dentro i fossi. La gente del posto portava i missionari a vedere coi propri occhi i poveri resti. La polizia, dopo indagini sbrigative, archiviava i casi come uccisioni sacrificali, casi di magia nera.

Per concludere, l’ex Ministro degli Interni Matteo Salvini sbagliava a ridurre la soluzione di un problema così complesso ad un semplice “porti chiusi”. L’Italia doveva assumersi la responsabilità di proporre un serio e vigoroso “Piano Marshall” per l’Africa, attraverso la cooperazione internazionale e le opere caritatevoli e umanitarie che già operano sul territorio; nello stesso tempo, la marina militare italiana, in collaborazione con quelle delle altre nazioni che s’affacciano sul Mediterraneo, avrebbe dovuta essere posizionata ai confini delle acque territoriali libiche o di qualsiasi altro Paese nord africano scelto come punto d’imbarco dai criminali, per impedire la navigazione verso le coste europee di barconi e di navi negriere, nonché di sospette ONG. La risposta a questa infamia deve essere unitaria, dell’Europa tutta, e non ridursi alla ripartizione dei profughi, ma aprirsi ad un’azione di contrasto severo, da un lato, e di aiuto concreto dall’altro.

Massimo Carpegna



Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli di Modena e Carpi. Direttore d'orchestra compositore con partitu..   Continua >>


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