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La Libia chiede aiuto ma l'Italia si autocondanna alla irrilevanza

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Lo stesso ministro degli esteri riconosce che l'influenza dell'Italia in Libia si è ridotta, a vantaggio di quella delle potenze straniere


La Libia chiede aiuto ma l'Italia si autocondanna alla irrilevanza
Il primo ministro del governo di accordo nazionale libico (Gna) Fayez al-Serraj ha chiesto aiuto a cinque paesi – Italia, Turchia, Stati Uniti, Regno Unito, Algeria – per respingere le truppe dell'esercito nazionale libico (Lna) guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar il quale è intenzionato a conquistare una volta per tutte Tripoli, dove ha sede il governo di al-Serraj.

La guerra civile libica tornò ad infiammarsi lo scorso aprile quando Haftar, il quale già controllava la Cirenaica e buona parte del sud del paese, decise di scatenare un'offensiva per conquistare Tripoli, completando così la conquista della Libia.

Da quando la dittatura di Muammar Gheddafi si è conclusa, in modo violento, nell'autunno 2011, la Libia non è riuscita a ritrovare l'unità e la stabilità. Per la nostra ex colonia questo è stato un decennio di anarchia, di guerra civile ad intensità variabile, di infiltrazioni terroristiche, ingerenze esterne e settarismo. Attualmente ci sono due governi: quello di accordo nazionale di Tripoli, riconosciuto tra gli altri dalle Nazioni Unite e dall'Italia; quello di Tobruk, non riconosciuto, a cui fa capo Haftar, sostenuto, tra gli altri, da Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Di fatto le truppe di Haftar controllano la maggior parte del territorio libico.

L'offensiva del feldmaresciallo della Cirenaica si è arenata ben presto in una situazione di stallo. Da otto mesi la capitale libica è circondata dai miliziani di Haftar, tra i quali si è scoperto che vi sono dei mercenari russi del Gruppo Wagner.

Dunque questo è il contesto da cui scaturisce la lettera di aiuto di al-Serraj. Il primo ministro libico chiede ai cinque paesi di “attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l'aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia”.

Lo scorso 27 novembre il governo di Tripoli e la Turchia hanno firmato un accordo di cooperazione militare che permetterebbe ad Ankara di intervenire direttamente nel conflitto al fianco di Tripoli attraverso la fornitura di supporto militare, possibilmente inviando anche truppe. Nelle scorse settimane il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha più volte detto che sarebbe disponibile a mandare dei soldati in Libia qualora al-Serraj lo chiedesse. Ieri il consiglio presidenziale libico ha ratificato l'accordo con la Turchia.

'Haftar non ha legittimazione, il presidente libico legittimo è al-Serraj. Purtroppo stiamo assistendo al tentativo di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e persino Italia di legittimare Haftar' ha dichiarato Erdogan commentando la richiesta d'aiuto proveniente da Tripoli. Il presidente turco accusa anche l'Italia la quale, da diverso tempo, dialoga sia con al-Serraj che con Haftar nel tentativo di trovare una soluzione diplomatica alla guerra civile.

Il ministero degli esteri ha risposto con una nota alla richiesta di aiuto libica: “la soluzione alla crisi libica può essere solo politica, non militare. Per questo motivo continuiamo a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo”.

Martedì 17 dicembre il ministro degli esteri Luigi Di Maio si è recato nel paese nord-africano dove ha incontrato sia Haftar che al-Serraj. Al suo ritorno in Italia Di Maio ha riconosciuto che il nostro paese “ha perso terreno” in Libia ma allo stesso tempo ha ribadito che Roma persegue una soluzione politica della guerra.

Alla richiesta d'aiuto fatta dai libici l'Italia risponde con un due di picche. Lo stesso ministro degli esteri riconosce che l'influenza dell'Italia in Libia si è ridotta, a vantaggio di quella delle potenze straniere. Ciononostante continua a ripetere che l'Italia manterrà un approccio diplomatico, che rinnega le armi. Lo stesso approccio che è all'origine della diminuzione dell'influenza italiana nel paese.

Russi, turchi ed emiratini non rinnegano a priori l'uso delle armi e stanno aumentando la loro influenza in Libia. L'Italia invece, che storicamente ha un rapporto privilegiato con la Libia, rifiuta a prescindere l'uso dello strumento militare. Rifiutandosi di guardare in faccia la dura realtà il governo italiano continua ad invocare la cessazione delle ostilità e il raggiungimento di un'intesa politica quando né Haftar né nessuna delle potenze che lo appoggiano sembrano disposte ad assecondare i piani italiani.

Non si può pensare seriamente di influenzare il corso di una guerra solo con le parole. In sostanza, rinunciando a priori all'utilizzo dello strumento militare l'Italia si autocondanna all'irrilevanza nel teatro libico, a vantaggio di russi, turchi, emiratini ed egiziani. E se l'Italia non è in grado di farsi valere neanche in Libia, letteralmente il nostro cortile di casa, allora non è in grado di perseguire alcuna politica estera autonoma.

Massimiliano Palladini


Massimiliano Palladini
Massimiliano Palladini

Laureato in Scienze politiche, sociali, internazionali all'università di Bologna, studia Relazioni internazionali ed Europee all'università di Parma. Aspirante giornalist..   Continua >>


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