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Les gilets jaunes, l’arroganza che si ribella all’inevitabile

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È già da qualche mese che il degrado si è impossessato delle manifestazioni che intendevano ricreare una specie di confronto tra il popolo e le élites


Les gilets jaunes, l’arroganza che si ribella all’inevitabile

Le celebrazioni del 14 luglio hanno offerto, involontariamente, lo scenario idoneo per lo scontro voluto dai  Gilets Jaunes. Il ricordo della Presa della Bastiglia come simbolo di unità nazionale è svanito in mezzo agli scontri portati avanti da un gruppo di manifestanti che tende a ridursi sia in numero che in forza con il trascorrere del tempo e che diventano sempre più violenti man mano che i lori obiettivi non vengono raggiunti. Allo stesso tempo, il mancato raggiungimento dello scopo è all’origine della frustrazione che si sfoga nel linguaggio della violenza, della rivolta e del disordine. Un altro elemento che non riescono a digerire i manifestanti è il fatto di essere passati dal centro dell’attenzione alla quasi totale irrilevanza mentre Macron resta in testa all’esecutivo.

A dire il vero, quella de Les Gilets Jaunes è stata una sconfitta dalla partenza. Il fatto di opporsi all’aumento dell’accise sulla benzina non poteva sfociare subito dopo in una richiesta aperta di dimissioni a un governante democraticamente eletto, il quale, pur risultando antipatico a molti, non ha dimostrato di essere un pericolo per la democrazia francese. Les Gilets Jaunes, dunque, anziché bruciare le macchine  e rompere le vetrine dei negozi agli Champs Elysées, avrebbero fatto meglio a costuire una proposta politica che li ponesse in condizioni di riempire il vuoto cosmico con il quale che i francesi incontrano ogni volta che cercano un’alternativa al governo Macron.   

Ma parlare della costituzione de Les Gilets Jaunes come alternativa politica ci costringe a tornare al punto di inizio, quale alternativa sarebbero potuti diventare i gilet gialli senza un obiettivo che andasse oltre al continuo attacco alla persona di Macron? Sotto quale visione della Francia si sarebbero formati come  movimento politico?

All’inizio, il fatto che “il popolo” si ribellasse alle élite in mezzo alla spontanea manifestazione di un malessere sociale  condiviso, è risultato molto gradito ai francesi, i quali, nel mese di Novembre approvavano le manifestazioni con circa l’85% dei consensi secondo i sondaggi. In seguito, nel mese di dicembre, le manifestazioni hanno raggiunto il massimo di affluenza con 66.000 partecipanti in tutto il Paese, aumentando l’intensità degli scontri fino a quando il governo ha messo alla prova la tenuta del movimento convocando a un dialogo con i manifestanti e rinviando l’aumento dell’accise sul carburante. La trattativa ha scatenato le reazioni delle frange più radicali dello stesso movimento, le quali affermavano di non riconoscersi nei 10 leader che avevano accettato l’invito al dialogo.

Così, les Gilets Jaunes si sono spaccati tra pacifici e violenti e, poco dopo, i pacifici si sono tirati fuori lasciando le strade alle frange più estreme. Nel frattempo, al governo era stato consegnato un’elenco contentente un’infinità di richieste che, in politichese vuol dire, “non vogliamo trattare”. Dall’altra parte, Macron si era fatto avanti attraverso il Dialogo Nazionale annunciato il 15 gennaio dallo stesso presidente e che aveva come obiettivo quello di arginare le proteste e disinnescare il clima di tensione politica.

Dispersi e senza scopi chiari oltre a quello di costringere Macron alle dimissioni, les Gilets Jaunes non sono stati in grado di creare una loro identità. Così, nel XX atto, a fine marzo, l’affluenza è calata a 33.700 partecipanti, fino a quando, in occasione della festa nazionale del 14 luglio, les gilets jaunes sono riapparsi per cercare di sfogare la propria frustrazione ai danni della parata prevista negli atti protocollari della festa nazionale. Dopo aver sabottato le celebrazioni con disordini e violenza, sono stati arrestati circa 152 manifestanti per i reati di organizzazione di manifestazioni non autorizzate, atti di violenza contro pubblici ufficiali, degrado di proprietà pubblica e porto abusivo di armi.

È già da qualche mese che il degrado si è impossessato delle manifestazioni che intendevano ricreare una specie di confronto tra il popolo e le élites ma hanno finito per rispecchiare il senso di frustrazionee il rammarico di una minoranza di vandali che si scaglia contro l’ordine pubblico di Parigi.

Se è vero che elite e Popolo non parlano più lo stesso linguaggio – parafrassando Bauman – è anche vero che il popolo sta rimanendo senza interlocutori validi nell’arena politica. Particolarmente, nel caso dei francesi, les gilets jaunes non possono essere ritenuti interlocutori di nessuo in quanto questi ultimi sono la metafora dell’arroganza che si ribella all’inevitabile, della superbia che protesta contro la realtà ed è per questo che sono destinati al fallimento.

In poche parole, les gilets jaunes protestano contro l’inevitabile ridimensionamento dello Stato francese e si ribellano contro l’inevitabile venire a meno di un welfare sempre più difficile da mantenenere in piedi. Ma cosa s’intende con il ridimensionamento dello Stato francese? Quali sono i fattori all’origine della crisi? E perché diciamo che il welfare francese, così com’è, prima o poi diventerà insostenibile?

Fattori esogeni che trovano la loro spiegazione nei processi di lungo periodo come la decolonizzazione con il conseguente ripiegarsi di una potenza che, pur conservando diversi privilegi al momento di accedere alle materie prime che soddisfano la domanda della metropoli – come il carburante – deve farlo all’interno di dinamiche bilaterali con gli Stati produttori e non più deliberatamente come una volta; e fattori endogeni come l’esponenziale aumento della quantità di beneficiari nelle periferie senza contare sui contributi necessari per mantenere in piedi un’ingombrante struttura di sécurité sociale oltre all’esponenziale aumento del debito pubblico che, pur essendo molto più basso di quello italiano, ha raggiunto comunque il 98,5% del PIL nel 2017 dopo aver aumentato di almeno 42 punti percentuali in soli 16 anni, sono alcuni degli elementi che indicano come Parigi, a un certo punto, non potrà più permettersi il Welfare di una volta e se le riforme non venissero fatte in tempo, quest’ultimo imploderebbe lasciandosi un profondo malessere sociale alle spalle.

Lo Stato, i politici e i francesi, sono consapevoli del bisogno di riforme nel seno della previdenza sociale, ma cercano di posticiparle di  generazione in generazione e quando qualcuno vuole renderle concrete, nascono creature come Les Gilets Jaunes.

Estefano Tamburrini



Redazione La Pressa
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