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L'irrilevanza italiana in politica estera non è colpa di Di Maio

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La Libia è preda dell'anarchia da quasi un decennio. Il lungo e faticoso lavoro diplomatico delle capitali europee è naufragato


L'irrilevanza italiana in politica estera non è colpa di Di Maio
L'innalzamento della tensione negli ultimi giorni in Medio Oriente, dopo l'uccisione da parte americana del generale iraniano Qassem Soleimani, e in Libia, dopo il bombardamento contro l'accademia militare di Tripoli e la presa di Sirte da parte delle milizie di Khalifa Haftar, ha scatenato ilarità e indignazione nei confronti del ministro degli esteri Luigi Di Maio, bollato come incompetente ed incapace di far valere gli interessi italiani all'estero.

Indubbiamente Di Maio non è la persona più adatta – per usare un eufemismo - a ricoprire il prestigioso ruolo di ministro degli esteri. Ciononostante, l'irrilevanza italiana in politica estera, specialmente in Libia, dove Roma fino alla caduta di Gheddafi godeva del ruolo di interlocutore privilegiato, non è completamente ascrivibile all'attuale titolare della Farnesina e alla sua mancanza di competenze.

Infatti, Di Maio in Libia sta proseguendo sulla strada già tracciata dal suo predecessore, il più competente Enzo Moavero Milanesi: dialogo con entrambe le parti e rinuncia all'uso dello strumento bellico per favorire il raggiungimento di un'intesa diplomatica tra i contendenti. Rinunciando alla carta militare a prescindere – che non significa necessariamente mandare truppe in Libia ma può consistere nel fornire armamenti e consiglieri – l'Italia ha lasciato campo aperto alle potenze più audaci. La Turchia ha iniziato a sostenere militarmente il governo di Tripoli mentre la Russia supporta Haftar, in via ufficiosa, attraverso i mercenari del gruppo Wagner.

L'Italia ha provato a rafforzare il proprio sforzo diplomatico cercando il consenso degli Stati Uniti e il coinvolgimento delle potenze europee (Germania, Regno Unito, Francia). La vacuità delle iniziative diplomatiche italiane ed europee si è palesata in modo inequivocabile ieri quando il governo di accordo nazionale di Tripoli ha annullato la missione diplomatica, prevista per oggi, capitanata dall'alto rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea Josep Borrell e che avrebbe visto la partecipazione dei ministri degli esteri di Italia, Germania, Regno Unito e Francia.

La Libia è preda dell'anarchia da quasi un decennio. Il lungo e faticoso lavoro diplomatico delle capitali europee è naufragato lo scorso aprile quando Haftar ha lanciato un'offensiva militare, tuttora in corso, per conquistare Tripoli. Nonostante la degenerazione bellica della crisi libica l'Italia, prima con Moavero Milanesi e poi con Di Maio, ha continuato ad escludere a prescindere l'utilizzo della carta bellica. Roma ha tentato di rilanciare un dialogo che non aveva più presupposti e ha evitato di prendere parte in modo convinto nella contesa libica. Nel frattempo altre potenze si sono prese la scena.

Al-Serraj è in guerra e per vincere la guerra servono armi e soldati che siano in grado di utilizzarle. L'Italia è andata da Serraj con iniziative diplomatiche. La Turchia è andata da Serraj con armi e soldati. Serraj ha preso le armi e i soldati dei turchi e ha annullato la missione diplomatica italiana ed europea. In guerra c'è spazio per le iniziative diplomatiche ma la priorità è combattere per vincere. Ankara ha fornito a Tripoli i mezzi per fare ciò. Roma no.

Per quanto riguarda la crisi tra Stati Uniti ed Iran che rischia di far esplodere tutto il Medio Oriente l'Italia, dal punto di vista diplomatico, conta poco perchè non è tra i firmatari del trattato 5+1 del luglio 2015, il cosiddetto accordo sul nucleare iraniano. Londra, Parigi e Berlino sono le capitali europee che contano in questo dossier. In particolare Parigi, che la scorsa estate ha tentato di fare da mediatore tra Washington e Teheran. In realtà, siccome l'Iran ha deciso che non rispetterà più l'accordo del 2015, il peso diplomatico delle altre capitali europee è di molto diminuito. A dirla tutta, data la gravità dell'affronto americano, gli spazi di manovra diplomatica sono, ahinoi, molto risicati.

Massimiliano Palladini

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Massimiliano Palladini
Massimiliano Palladini

Laureato in Scienze politiche, sociali, internazionali all'università di Bologna, studia Relazioni internazionali ed Europee all'università di Parma. Aspirante giornalist..   Continua >>


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