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Trent'anni dopo la caduta del Muro il Comunismo resiste ancora

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Negli ultimi decenni la Cina, seppur comunista, ha conosciuto una crescita economica che ha tirato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone


Trent'anni dopo la caduta del Muro il Comunismo resiste ancora
Oggi si celebra il 30esimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Quell'evento, imprevedibile e inarrestabile, distrusse come un uragano il simbolo della divisione in blocchi dell'Europa emersa negli anni immediatamente successivi la fine della Seconda guerra mondiale.

La caduta, o meglio, la distruzione del muro di Berlino è considerata l'atto finale della guerra fredda. Il 1989 è diventato il sinonimo della fine dell'aspra contrapposizione tra blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti e blocco orientale guidato dall'Unione Sovietica. Una contrapposizione che ha conosciuto fasi di tensione alterne ma che per quattro decenni ha tenuto il mondo col fiato sospeso di fronte all'eventualità dell'olocausto nucleare.

Il collasso del blocco orientale si consumò nei due anni successivi alla distruzione del muro culminando il giorno di Natale del 1991, quando la bandiera dell'Unione Sovietica che da sessantanove anni sventolava sul Cremlino venne ammainata. La distruzione del simbolo della guerra fredda in Europa aprì le porte alla riunificazione tedesca, avvenuta nel 1990 con l'annessione da parte della Repubblica Federale di Germania dei länder della Germania Est.

La distruzione del muro, quindi la fine della guerra fredda, porterebbe con sé il fallimento del comunismo, collassato su se stesso e sconfitto da liberal-democrazia, capitalismo e consumismo di massa occidentali.

Ebbene, a trent'anni esatti da quel fatidico 9 novembre 1989 il comunismo è vivo e vegeto. Esso esiste ancora ed è al centro della politica internazionale. No, non ci riferiamo al comunismo presente nelle menti di coloro che hanno una concezione calcistica per non dire tribale della politica che va di moda in certi ambienti social, anticamera della guerra civile, si spera virtuale (rossi contro neri; bianchi contro rossi; gialli contro verdi; ecc...), ma del comunismo cinese, in primis, e di quello nordcoreano, in secundis.

Forse molti sorrideranno nel leggere che la Cina è un paese comunista. In effetti, a partire dalle riforme di Deng Xiaoping a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, Pechino ha sposato il libero mercato e la proprietà privata mentre tecnocrati, economisti e imprenditori sono diventati via via più influenti all'interno del partito. Il punto è che in Cina la direzione economica del paese è pesantemete influenzata dal Partito comunista di Cina (Pcc). Esso è la chiave di tutto. Le imprese pubbliche o che ricevono aiuti statali sono molto importanti e il loro destino è nelle mani del partito. La Cina avrà liberalizzato il mercato e riconosciuto l'iniziativa privata ma il Pcc continua a svolgere un ruolo insostituibile.

La centralità del Pcc è ancora più inequivocabile dal punto di vista politico. Esso è l'unico schieramento politico legale e governa il paese in modo autoritario e repressivo. I dirigenti cinesi hanno imparato la lezione dell'esperienza sovietica e hanno rafforzato il partito. Da esso dipende ogni aspetto della vita dei cinesi e ad esso sono riconducibili anche le forze armate, in fase di potenziamento e modernizzazione.

Negli ultimi decenni la Cina, seppur comunista, ha conosciuto una crescita economica invidiabile che ha tirato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone. L'Impero del Centro è diventato la seconda potenza economica globale e ora soffia il fiato sul collo della prima. Tra Stati Uniti e Cina è in atto una rivalità destinata, probabilmente, a modellare la politica internazionale dei prossimi anni e decenni.

Nel frattempo i cinesi rivolgono all'estero la ricchezza accumulata nel corso di decenni di crescita a doppia cifra. Il presidente Xi Jinping ha lanciato l'ambiziosissimo piano delle nuove vie della seta – la Belt and Road Iniative – ma Pechino ha già investito miliardi nella costruzione di infrastrutture in numerose aree del mondo: dall'intorno regionale all'Europa passando per Africa subsahariana e Nord Africa.

Certo, la Cina ha anche delle importanti debolezze. La crescita economica ha prodotto disuguaglianze e divari tra le regioni costiere e quelle interne mentre l'integrità territoriale è minacciata da separatismi (Tibet; Xinjiang; Hong Kong). Ciò non toglie l'evidenza dei passi da gigante fatti da Pechino in ambito economico e il peso assunto sulla scena internazionale.

Comunista è anche la Corea del Nord. La dinastia dei Kim, al potere dal 1948, trae dal comunismo la propria legittimazione. Sebbene arretrata e povera, la Corea del Nord è una pedina chiave negli equilibri politici dell'Asia nord-orientale. Le armi atomiche sono una garanzia di sopravvivenza e un deterrente che ha spinto niente meno che gli Stati Uniti, acerrimi nemici, al tavolo delle deludenti trattative.

Ma la Corea del Nord, residuo delle prime ore della guerra fredda, è soprattutto uno Stato cuscinetto tra la Cina e la Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti che ospita circa 20 mila truppe a stelle e strisce. La Corea del Nord serve ai cinesi per tenere gli americani lontani dal confine. Qualora il regime comunista nordcoreano dovesse collassare si creerebbe un vuoto di potere in grado di scatenare una grave crisi tra grandi potenze dagli esiti imprevedibili, per non parlare del rischio dell'anarchia nucleare.

In conclusione, chi pensa che il 9 novembre 1989 sia la data di morte del comunismo ha preso un grossissimo abbaglio. La distruzione del muro di Berlino segna la fine del comunismo bolscevico, non del comunismo tout court. Spesso infatti ci si dimentica che il comunismo – a differenza del nazismo – fu un fenomeno mondiale che si sviluppò in tutto il globo e per tutto il XX secolo, sopravvivendo anche nel XXI.

Ovviamente il comunismo odierno di Cina e Corea del Nord è ben altra cosa rispetto a quello bolscevico e all'ortodossia marx-leninista. Ciononostante questi paesi possono essere definiti comunisti e ricoprono un ruolo centrale nella politica internazionale, a dimostrazione del fatto che a trent'anni esatti dalla distruzione del muro di Berlino il comunismo continua ad esistere.

Massimiliano Palladini

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Massimiliano Palladini
Massimiliano Palladini

Laureato in Scienze politiche, sociali, internazionali all'università di Bologna, studia Relazioni internazionali ed Europee all'università di Parma. Aspirante giornalist..   Continua >>


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