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Associazioni antimafia, è tempo di riallacciare dialogo con la realtà

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Da sentinelle vive e vitali, i nuovi leader dell'antimafia sono divenuti giudici severi e ottusi, capaci di emettere condanne, prima delle sentenze definitive


Associazioni antimafia, è tempo di riallacciare dialogo con la realtà
Le relazioni semestrali della Direzione distrettuale antimafia ci restituiscono un quadro sempre più allarmante del livello del radicamento mafioso nel territorio nazionale, eppure la stagione viva e vitale dell'impegno civico antimafia sembra essersi spenta o quantomeno addomesticata dietro ai rituali e alle costituzioni di parte civile, con sterili manifestazioni celebrate dai totem dell'antimafia a suon di slogan, tanto formalmente sacrosanti quanto sempre uguali a se stessi. Svuotati della loro capacità di incidere sulla realtà.

Eppure di antimafia civile, anche organizzata in associazioni, ce ne sarebbe profondamente bisogno. Oggi più di ieri, proprio perchè oggi la zona grigia si è allargata e distinguere l'economia sana da quella malata, la politica sana da quella infiltrata è difficile e richiede strumenti specifici, chirurgici e multidisciplinari. Strumenti di lettura e di analisi, che non possono limitarsi al pur decisivo lavoro della magistratura. Strumenti che consentano lo svilupparsi di una cultura antimafiosa viva e non seduta pigramente sull'indignazione, pur giusta, sorta all'indomani delle stragi del '92.

E' proprio nel carattere multidisciplinare del movimento antimafia che occorre a nostro avviso soffermarsi. L'impegno sociale che si pone come argine al diffondersi della capacità di penetrazione della criminalità organizzata richiede vengano messe in rete competenze diverse. Competenze in grado di analizzare i molteplici settori di una società complessa come quella attuale e, soprattutto, in grado di dialogare tra loro. A questa capacità di fare squadra e di dialogare mi pare abbiano abdicato molte delle associazioni antimafia italiane. Spesso in iniziale totale buonafede le singole associazioni antimafia hanno cristallizzato la loro attività, isolandosi non solo dal resto della cosiddetta società civile, ma anche dalle altre associazioni. Il risultato è stata la produzione di un lavoro autoreferenziale, fatto di cerimonie, bollini antimafia, protocolli, sostegno ad assessori alla legalità, totalmente scollegato dalla realtà. O meglio collegato a una realtà sempre più istituzionale e che ha usato proprio la patente di credibilità dell'associazione antimafia per legittimare se stessa. Per pulirsi la coscienza delegando al grillo parlante dell'antimafia tutto il fardello dell'impegno legale, quasi bastasse rinchiudere in una appendice quella che dovrebbe essere l'essenza dell'agire politico e sociale. E probabilmente nell'avere consentito consapevolmente questa strumentalizzazione da parte di molte associazioni, magari in cambio di qualche incarico, ha tolto anche la giustificazione della buonafede a tante realtà antimafia. Mutate da grillo parlante a comodi compagni di viaggio del sistema di potere.

E intanto col passare degli anni la realtà vera, quella economica e quella politica aggredita dalle mafie, che non hanno mai perso tempo in stantie autocelebrazioni, è cambiata. Cambiata al punto da non potere essere nemmeno compresa dalle singole associazioni antimafia, ingessate nei propri riti e ingrassate dagli applausi pubblici riservati ai propri leader.
Associazioni ormai costrette a rincorrere le cronache giudiziarie, limitandosi (e purtroppo nemmeno sempre) alla lettura superficiale e acritica degli atti della magistratura, per mantenere un contatto minimo con l'attualità. Così facendo, riducendo il proprio orizzonte d'azione alla semplice riproposizione delle attività delle procure, l'associazionismo è incappato nell'errore più grave e doloroso. Da sentinelle vive e vitali, i nuovi leader dell'antimafia sono divenuti giudici severi e ottusi, capaci di emettere condanne, prima delle sentenze definitive, affibbiando etichette infamanti a imputati magari poi assolti alla fine del processo. E questo è forse il passaggio più doloroso e che ha tolto maggiormente credibilità a un movimento del quale, lo ribadiamo, l'Italia ha quantomai bisogno.

Da questa analisi, crediamo, occorra partire per rilanciare e ripensare il ruolo dell'antimafia nel nostro Paese. Per scendere ognuno dal proprio sgabello e dal proprio autoreferenziale isolamento e lavorare insieme per costruire una diga forte e alta, piena di mattoni di diversi colori, alla crescita della criminalità organizzata. Non si tratta di retorica ma di necessità e forse, con umiltà, è tempo che ognuno lo capisca. Mettendo da parte orgogli e rancori.

Rossella Noviello e Cinzia Franchini 100X100 In Movimento Modena


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