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Cultura Lgbt, è davvero questo il contributo che la chiesa vuol dare?

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Elisa Rossini: 'Trovarsi davanti un sacerdote della chiesa cattolica che usa queste espressioni è disorientante e un tristissimo impoverimento per la società'


Cultura Lgbt, è davvero questo il contributo che la chiesa vuol dare?

All’indomani delle immagini della Madonna a seno nudo giunte dal gay pride di Cremona, arriva la notizia di una iniziativa organizzata da una realtà parrocchiale modenese per il superamento dell’omostransfobia finalizzata ad aprire le porte ai gruppi di cristiani LGBT+, così si legge nella lettera del parroco che contiene anche varie citazioni bibliche su cui non mi soffermerò perché non di mia competenza, anche se le affermazioni mi paiono decisamente in contrasto con il Vangelo che certamente non distingue le persone sulla base di quello che accade loro dall’ombelico in giù.

LGBTQ+ significa persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersex, e il + significa in sostanza “tutto ciò che uno sceglie di essere sulla base dell’indirizzo che prende l’attrazione sessuale”;  trovarsi davanti un sacerdote della chiesa cattolica che usa questa modalità espressiva è, credo, disorientante, e un tristissimo impoverimento per la società di oggi nella quale la Chiesa è chiamata a dare il proprio originale contributo per l’educazione delle giovani generazioni.
Perché, chiariamo subito, le rivendicazioni del mondo LGBTQ+ non hanno nulla a che vedere con le discriminazioni, che vanno sempre respinte e questo anche se si manifestasse un solo caso in un anno (i numeri riportati nella lettera del parroco sono per questo irrilevanti, oltre che essere tratti da un sito gestito da Arcigay, associazione fortemente impegnata nel portare avanti le rivendicazioni di cui dirò di seguito, quindi da leggere con uno sguardo critico).

Le persone che si riconoscono nella sigla “LGBTQ+” hanno una forte connotazione rivendicativa finalizzata all’imposizione del genere fluido e non binario, superando la distinzione tra genere maschile e femminile, all’affermazione del matrimonio per tutti e, conseguentemente, della genitorialità per tutti con legittimazione piena della fecondazione eterologa tra persone dello stesso sesso e della maternità surrogata (pratiche vietate nel nostro paese).

Tali rivendicazioni sono certamente legittime in forza della nostra Costituzione che rende tutti liberi di manifestare il proprio pensiero, ma non hanno nulla a che vedere con le discriminazioni, che sono sempre da condannare, non per lottare contro l’omobitransfobia (termine, ripeto, con una connotazione fortemente ideologica e rivendicativa), ma per affermare la dignità dell’uomo.

E certamente non è possibile definire “omofobi” tutti coloro che, sempre sul presupposto costituzionale di poter liberamente manifestare il proprio pensiero, si oppongono alle rivendicazioni sopra citate. E’ offensivo nei confronti di queste persone e questo sì discriminatorio quanto si legge nella lettera del parroco che afferma che le convinzioni di coloro che non sposano le rivendicazioni LGBTQ+ sarebbero causate da “pregiudizi radicati nella nostra cultura patriarcale”.

Si tratta spesso di genitori preoccupati che ai figli dei quali hanno la responsabilità educativa venga trasmessa una confusione sulla propria identità, che si convincano di poter fluttuare tra una identità omo, etero, trans, bisex, intersex, queer ecc…, che l’unione tra due persone dello stesso sesso sia identica a quella tra due persone di sesso opposto, che i bambini stanno bene anche se messi al mondo per il desiderio di un adulto che per realizzarlo li priva della figura paterna o materna.
Queste sono le preoccupazioni delle persone che il mondo LGBTQ+ definisce “omofobi”.
Nella nostra città ci sono famiglie in difficoltà, piegate da un susseguirsi di crisi, la denatalità sta cancellando intere generazioni e gli anziani sono sempre più numerosi e sempre più soli.

Nessuno ne parla. Alle famiglie (quelle dell’articolo 29 della Costituzione che si vorrebbero cancellate dal nuovo che avanza), si chiedono sacrifici e tanta arte di arrangiarsi e se si azzardano ad affermare che i generi sono due, maschile e femminile, che i bambini non possono essere privati della figura paterna o della figura materna per soddisfare i desideri di un adulto, si prendono pure degli “omofobi”.
E allora tutti al gay pride a vedere sederi al vento, baci alla qualunque, simboli religiosi dileggiati, come del resto è accaduto anche a Modena nel 2019.
Così saremo tutti più felici… O no?
Elisa Rossini - consigliere comunale Modena



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