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Guerra in Ucraina, ma davvero la Russia è in difficoltà?

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Al momento, la Russia ha 7 grandi stabilimenti e la UralVagonZavod mantiene la sua spiccata vocazione militare e costruisce i T-72 e i T-90 di nuova generazione


Guerra in Ucraina, ma davvero la Russia è in difficoltà?

Appena il Presidente della Federazione Russa ha chiuso il suo discorso molto pacato, durante la commemorazione del 9 maggio, in molti hanno tirato un sospiro di sollievo. Il primo a rifiatare è stato Zelensky che, andando contro alle direttive guerrafondaie dell’America, aveva aperto una piccola possibilità di negoziato, subito stoppata dal segretario NATO Stoltenberg. A questo punto è meglio ripetere una volta per tutte che cosa intendano i russi per “Operazione Militare Speciale” e “Guerra”: nel primo caso, non si colpiscono le sedi del governo nazionale e non si tenta d’eliminare il rappresentante ultimo degli avversari, Zelensky appunto, per azzerare il comando politico. Insomma, non si opera per un cambio violento del governo, come ha affermato Putin. Nel secondo caso, questa limitazione non esiste.
Quindi, se Vladimir Putin avesse ufficialmente dichiarato guerra all’Ucraina, nello stesso istante sarebbe piovuta una bomba di grande potenza sulla Duma e il Palazzo Presidenziale a chiudere tutti i discorsi o sarebbe iniziata la caccia.

Così non è stato e infatti il Presidente ucraino ha subito commentato con fierezza ritrovata che il prossimo anno Kiev avrà due giorni di tripudio per celebrare due vittorie e Mosca neppure una. Siccome la Storia non può essere cancellata e con essa la vittoria sul nazismo, questa “boutade” si può solo interpretare con un “il prossimo anno la Russia, in quanto tale, non esisterà più”.

Mettiamo da parte i copioni hollywoodiani in stile Harrison Ford e Air Force One e analizziamo i commenti più autorevoli, dal Pentagono fino ad alcuni nostri ufficiali. Il discorso pacato di Putin e la sua postura quasi dimessa, secondo certi osservatori, nasce dalla consapevolezza che la battaglia in corso non ha più possibilità di vittoria. La resa di Mosca è solo questione di tempo: l’esercito moscovita non ha quasi più nulla da sparare, il morale delle truppe è sotto gli stivali, l’Armata Rossa ha dimostrato d’avere ufficiali non all’altezza di una guerra e il dissenso contro Putin cresce in modo parallelo al numero delle bare con i corpi dei soldati che rientrano in Patria. In questi giorni qualche giornalista ha diffuso la notizia, senza citare le fonti, che decine di corpi di soldati russi sono stati ritrovati nelle città riconquistate dagli ucraini, ma Mosca non li vuole per non dare prova di quante decine di migliaia sono stati i suoi caduti.

Se l’Armata Rossa fosse davvero alla canna del gas (che non le manca), logica vuole che avrebbe richiamato i riservisti e chiesto aiuto militare alla Bielorussia; invece, la battaglia prosegue sugli stessi binari, nonostante il diluvio di armi sempre più efficaci che tutto l’Occidente spedisce a Zelensky. Qualcosa non quadra nelle nostre supposizioni. Sul consenso verso Putin, e secondo alcuni osservatori stranieri, oggi si attesta oltre l’80 per cento, mentre prima del conflitto superava di poco il 60 percento; Biden, invece, continua ad essere poco apprezzato dai suoi elettori.

Affrontiamo ora la questione armi russe, in modo particolare i carro armati, con l’Ucraina che afferma di averne distrutto circa 600 in due giorni. Un interessante articolo del magazine “Difesa Online” dice che il modello più diffuso è il T-72 e secondo la maggioranza delle stime a disposizione della rivista, la Russia ne ha dalle 9.000 alle 11.000 unità.
E’ soprannominato “il carro volante” per via della potenza del suo motore, mentre il T-80 fu l'ultimo “campione corazzato” sviluppato e prodotto in grande numero dall'Unione Sovietica prima della sua caduta. Il T-80 ha continuato ad essere aggiornato e il suo numero stimato è compreso tra 7000 e 8000 unità a seconda delle fonti consultate.A questi due, si aggiunge il T-90 che rappresenta il più potente carro armato prodotto dalla Russia e i suoi esemplari a disposizione sono tra i 5500 ed i 6200 a seconda delle stime.

Pur considerando la quantità minima di ogni esemplare, è chiaro come i numeri eccedano certamente i 12.420 indicati da “Forbes” e la potenza dell’Armata Rossa potrebbe arrivare a 35.200 unità, garantendole il possesso sulla carta della forza corazzata più imponente al mondo. Se anche il numero di mezzi schierabili in battaglia dovesse scendere a 15-20.000 unità, i margini che la Russia avrebbe dalla sua parte sono in ogni caso enormi.
Per fare un esempio, l'Italia ha in servizio 200 carri Ariete e non è dato sapere se i Leopard 1 e gli M60 Patton, posti fuori servizio, siano ancora utilizzabili.

Il numero dei mezzi russi è grande, ma alcuni commentatori pongono la questione sulla capacità produttive degli stabilimenti, giudicata assolutamente inefficiente. Jens Wehner, veterano carrista, storico militare nonché curatore presso il Panzermuseum di Dresda, intervistato dal ricercatore austriaco Bernhard Kast ha affermato: «La prassi consolidata dei russi, è quella di mantenere presso le loro fabbriche scorte di materiali tali da poter garantire la prosecuzione dell'output produttivo per un intero anno anche in presenza di un blocco completo delle forniture. Ciascuna delle grandi fabbriche russe ha la capacità di produrre 800 carri armati alla settimana, che diventano 3.200 in un mese per un singolo stabilimento e 16.000 se contiamo il lavoro di tutti gli stabilimenti in caso di una situazione di guerra totale, e questo semplicemente rendendo più efficace l'organizzazione ordinaria dei due turni produttivi, senza nemmeno introdurre il terzo turno giornaliero come fu durante la Seconda Guerra Mondiale».

Al momento, la Russia ha 7 grandi stabilimenti e la UralVagonZavod mantiene la sua spiccata vocazione militare e costruisce i T-72 e i T-90 di nuova generazione, mentre gli altri 6 complessi hanno differenziato le loro produzioni. Alcuni affermano che il complesso di UralVagonZavod sia fermo a causa delle sanzioni che impedirebbero alla Russia di ottenere alcune parti per la produzione dei suoi mezzi corazzati; tuttavia, il T-72 dal 1969 e il T-90 dal 1992 sono di progettazione e produzione interamente nazionale e non necessitano di componentistica esterna.
Vero è che, per garantire il salto nel settore dell'elettronica applicata allo sviluppo dei sistemi di puntamento, nel 2012 la joint stock company russa Rosoboronexport e la francese Thales Optronics Company firmarono un contratto per la produzione su licenza e la riparazione delle termocamere Thales Catherine-FC e in seguito delle Thales Catherine-XP presso la Volzhsky Optical and Mechanical Plant di Vologda. Tale contratto si è rivelato di fondamentale per consentire alle industrie russe di colmare il gap tecnologico esistente con i paesi occidentali, grazie al successivo sviluppo di sistemi di puntamento nazionali.

Ma anche se, per ipotesi, tali sistemi di puntamento non fossero davvero più disponibili, ciò non sarebbe comunque un problema: la Russia avrebbe in ogni caso l'opzione di equipaggiare i carri con sistemi di condotta al tiro più datati, che avrebbe il pregio di poter garantire la messa in campo di una grande quantità di mezzi in tempi brevi e a prezzi ridotti, esattamente come detto sopra da Wehner.
Per concludere, e secondo gli analisti della rivista, Putin considera sufficienti le forze messe in campo per raggiungere gli obiettivi prefissati e cioè attestarsi nei territori e attendere che l’Europa sia morsa ferocemente dallo tsunami economico e non solo che la attende: la carenza di cereali produrrà in molti paesi del nord Africa una vera e propria carestia, con la conseguenza di un esodo biblico verso le coste italiane e l’Europa. A quel punto, molti governi avranno problematiche più urgenti e nazionali da affrontare e quello sarà il momento in cui la Russia deciderà di proporre il negoziato. Si tornerà al trattato di Minsk, che Zelensky non ha voluto o potuto sottoscrivere dopo l’elezione di Biden, e in molti si chiederanno quale senso attribuire a città distrutte e ai prevedibili 50 mila morti per una questione che poteva essere risolta pacificamente da tempo e non neppure doveva cominciare. In quanto a noi, che abbiamo lasciato il campo d’azione agli Stati Uniti e con orgoglio abbiamo ricevuto l’attestato dalla White House di alleato più affidabile, in ogni caso sarà opportuno domandarci se ne valeva la pena e cosa abbiamo guadagnato a reggere questo gioco assurdo e di morte.

Massimo Carpegna



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Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Visiting Professor London Performing Academy of Music di Londra. Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli..   Continua >>



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