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La peste e il bambino: la pandemia e il potere dei più buoni

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La realtà (virulenta) condannata alla morte in cui siamo immersi si può recuperare da un altro punto di vista, quello della fede


La peste e il bambino: la pandemia e il potere dei più buoni

Attenzione prima di continuare a leggere fissate per qualche istante il dipinto di Poussin “La peste di Ashdod”.

Quel bambino che incede dalla destra di chi guarda il dipinto è del tutto alieno alla scena raffigurata sullo sfondo del dipinto stesso. La scena è di quelle strazianti e sinestatiche, il dipinto se osservato seguendone il punto di fuga sembra emanare l’olezzo putrido della peste, l’aria, opaca di malattia, carica dello spasmo umido dei morenti è palpabile. Lo spettatore teme per la sua vita. Si volta alla ricerca di edifici crollati e corpi decomposti, si tura le orecchie per non udire le urla strazianti dei neonati insidiati dai topi. Poussin raffigura in modo spettrale il racconto della peste di Ashood, contenuta nel primo libro di Samuele. Aggiunge però un elemento che pare non aver alcun legame con la scena.
Nel racconto di Samuele infatti non si dice di un bimbo che procede deciso, calcando la scena tragica di una pestilenza senza esserne toccato. L’aggiunta che il pittore ha fatto va quindi giustificata in altro modo. Un bambino, pur sempre un uomo, eppure non toccato dalla maledizione mandata da Dio al popolo,avanza tenendosi le vesti e indicando con la mano destra la scena. Questo personaggio è quindi il punto di vista dell’autore, è attraverso il bambino che siamo invitati a guardare la scena. E’ a partire dal bambino che possiamo comprendere il messaggio dell’autore.

I Vangeli canonici sono tutti post Pasquali cioè scritti dopo gli eventi della Pasqua e nel cono di luce che essa getta in modo definitivo sulla vita di Gesù e sulla sua identità. Non tutti i Vangeli riportano l’infanzia Jesu, due rinunciano a narrare i fatti dell’infanzia e sono Marco e Giovanni. Eppure Matteo e Luca, attraverso i quali solo veniamo a sapere di episodi che caratterizzano l’infanzia e la giovinezza di Gesù, sono fortemente debitori di Marco. Attualizzando e semplificando potremmo dire che Matteo e Luca fanno copia ed incolla di ampie parti di Marco, dal quale mutuano la struttura di fondo arricchendola poi con altre informazioni provenienti dall’interno delle diverse comunità di appartenenza. Marco è quindi il Vangelo di riferimento, teologicamente anche di Giovanni, in sostanza di tutti gli evangelisti. Gli studi ci confermano che esso è il primo ad essere stato scritto e quello che traccia la linea teologica poi seguita dagli altri. Singolare e significativo quindi che il Vangelo, che per molto tempo è stato il solo disponibile alle comunità, non riporti le informazioni e i racconti della infanzia Jesu. Ciò significa che quei racconti non risultavano necessari a comprendere e conoscere il Risorto, perché questo, il Risorto, è il Gesù Pasquale, il Gesù della Fede. La ragione per cui Marco non riporta l’infanzia di Gesù è facilmente comprensibile a chiunque lo legga. Il primo evangelista a scrivere mette a tema immediatamente, sin dai primi capitoli, il suo punto di vista sul Maestro: Egli è Gesù Cristo il Figlio di Dio: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto.” Mc 1, 11; destinato a morire per la nostra ingiustizia: “E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire” Mc 3, 6. Marco è un cesellatore, il suo è uno scritto in cui le parole sono scelte e collocate ognuna come pietra angolare dell’altra, senza fronzoli Marco conduce rapidamente il lettore alla Croce di Gesù,ultimo luogo in cui è possibile vedere il Signore. La croce segna sin dall’inizio il Vangelo marciano e la resurrezione è presente solo come annuncio. In Marco il Risorto non è indisponibile all’uomo e alle sue manipolazioni, resta la Croce l’unica porta per credere nell’Annuncio della Resurrezione.

Quindi due opere, un quadro e un testo letterario, entrambe connotate da una mancanza paradossale. Il dipinto di Poussin lascia a noi di trovare la correlazione tra la scena pestilenziale e il bambino che avanza letteralmente “sano e salvo”. L’altro, il Vangelo marciano, tralascia di narrare l’infanzia di Gesù che Matteo e Luca trattano ampiamente. In entrambi i casi un bambino, da una parte “fuori luogo”, dall’altra “non detto” è l’elemento di unità. Marco anche questa volta ha la meglio e potremmo spiegarlo così: se Poussin, da far suo, ha dipinto un infante all’interno di una scena biblica antico testamentaria è perché aveva letto Luca e Matteo e voleva dare un punto di vista Evangelico alla scena stessa, d’altra parte però il senso di quel bambino lo si comprende solo a partire dalla Croce. A ben vedere infatti la croce come ingiustizia, peccato, disobbedienza dell’uomo è ben significata dalla situazione della città di Ashdod (1Samuele 5-6) riportata nel dipinto e il bambino è già Chi con quella realtà non spartisce nulla, anzi la indica quasi a distinguersi da essa, pur senza disprezzo, poiché l’ha patita. Quel bambino è già il Figlio Risorto dai morti per la nostra salvezza che nulla ha a che fare con l’ingiustizia. Quindi il tema di Poussin e Marco è lo stesso ed è la Rivelazione di chi sia Dio e di quale sia la speranza che genera la Sua presenza, anche solo come annuncio, come “estraneo” al contesto, rispetto al quale è “sano e salvo”.

Ave crux spes unica. La croce è quindi l’elemento che giustifica le due opere e che svela il senso di quel bambino, nel quadro e nel Natale, destinato a morire su di essa, attenti non per essa, ma per l’ingiustizia degli uomini, ecco perché pur essendo messo in primo piano nel dipinto il piccolo non è subito visibile. Dobbiamo voler abbandonare quella vista pestilenziale per vedere il bambino e il suo annuncio. La realtà (virulenta) condannata alla morte in cui siamo immersi si può recuperare da un altro punto di vista, quello della fede, ma solo se ci si appesta si resta umani e si vede oltre la morte: la peste ci deve aver contagiato perché abbiamo deciso di combatterla, dobbiamo aver visto e patito (sic!) la morte per amor di giustizia e verità, solo dopo vedremo la Salvezza. Allora, rinsaviti che non ci salva da soli con le proprie mani e neanche a suon di scienza e tecnica, ci accorgeremo di qualcosa che non va nel dipinto e anche nella vita, ma stavolta è un conto che non torna in positivo, una via d’uscita dal male del mondo, dal mio male! Il bambino che ha patito il male del mondo è “sano e salvo” e quel mondo non può più nulla su di lui. Egli è quindi la nostra speranza affidabile. Non a caso, nel secondo libro di Samuele, in un episodio di nuovo di pestilenza, chi scrive fa dire a Re David: «Sono in grande angoscia! Ebbene cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!».

La Salvezza viene da Dio, attenti a chi vi offre la soluzione definitiva, un’idea così l’avevano anche i Nazisti. Noi oggi ci troviamo in una situazione che in passato avrebbero detto pestilenziale, anche se con una forte differenza rispetto al passato. La peste, il virus, non chiede più solo braccia e menti in grado di curare, ma anche in grado di fare giustizia di riconoscere ciò che non va. Di riconoscere come direbbe Gaber che è sceso in campo il “potere dei più buoni”, che sta cavalcando la paura diffusa dai media per sottrarre diritti e risorse economiche. Con la paura continuamente mandata in onda dalle televisioni e rilanciata su ogni mezzo di comunicazione con un insistenza ossessiva ed ossessionante cosa significa tutto ciò che andiamo dicendo? Cosa significa il Bambino, il Natale, La Fede, il Risorto? Queste parole hanno un senso per ridestare in noi un altro punto di vista diverso da quello disumanizzante del potere dominante? Possiamo comprendere attraverso un bambino deposto in una mangiatoia la realtà che ci sta dinnanzi? Gesù ha sempre combattuto i potenti del mondo ed è morto per mano d’uomo, ma ha sempre nella fede dominato le forze della natura e guarito ogni malattia, la Fede salva. Il Signore è Risorto… solo così nasce per sempre nei cuori di ognuno.

Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. (Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, pp. 169-170).

Andrea Brancolini


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