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La sanguinosa vittoria Ucraina e l'apparente inerzia Russa

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Finora Putin si è sempre rifiutato di ordinare un cambio di passo nel suo approccio 'moderato' alla guerra e d’imporre una mobilitazione anche parziale


La sanguinosa vittoria Ucraina e l'apparente inerzia Russa

Dopo gli annunci che si sono susseguiti per mesi, la “madre di tutte le controffensive” dell’esercito ucraino si è finalmente rivelata, ottenendo un ragguardevole e inatteso successo. Dopo aver rastrellato per mesi in tutto il paese centinaia di migliaia di uomini e averli sommariamente addestrati e armati, Zelenski li ha gettati avanti a ondate suicide prima sul fronte di Kherson, dove sono stati respinti, e subito dopo su quello di Kharkov, dove sono finalmente riusciti a sfondare. La chiave della vittoria ucraina, ancora più che le armi e l’intelligence degli USA e della NATO, è stata la superiorità schiacciante del numero, che raggiungeva in alcuni settori del fronte la proporzione di otto-dieci soldati a uno. A ciò si è sommata la stupefacente indifferenza del comando ucraino per le perdite subite nel corso degli attacchi, più di mille uomini al giorno tra morti e feriti.
Per non venire letteralmente travolti e per preservare il più possibile i propri reparti, i russi sono stati costretti a ordinare una ritirata generale dall’intero fronte di Kharkov, attestandosi sulla linea naturale del fiume Oskol. Sul piano militare le operazioni sono ancora in corso ed è difficile prevedere se i soldati di Bandera intraprenderanno nuovi tentativi di sfondamento nel Donbass o a Kherson prima che sopraggiunga il generale autunno.

Zelenski aveva bisogno di un successo per dimostrare ai propri curatori occidentali che armare e foraggiare senza limiti il suo regime continua ad essere un investimento vantaggioso in funzione antirussa. E con il sanguinoso successo della controffensiva ha dato alla NATO un’ulteriore garanzia della sua volontà di combattere senza curarsi delle perdite, fino all’ultimo ucraino se necessario. L’establishment di Kiev, che ha legato indissolubilmente la propria sopravvivenza a questo conflitto e che risponde agli interessi imperiali americani piuttosto che alla stessa sopravvivenza del proprio popolo, si sta dimostrando letteralmente capace di tutto, anche d’imboccare senza alcuna remora una vera e propria deriva terroristica. I bombardamenti sistematici che si susseguono sulla centrale nucleare di Energodar dimostrano in modo lampante quanto Zelenski, e la NATO che lo teleguida, siano indifferenti alla sorte degli ucraini, fino al punto di mettere in conto una catastrofe nucleare sul proprio territorio. Quotidianamente i centri abitati delle repubbliche filorosse di Lugansk e Donetsk vengono inondati di mine antiuomo “Petal”, con il preciso scopo di ferire e mutilare la popolazione civile. Si tratta di un grave crimine di guerra consumato nel vergognoso silenzio di tutte le istituzioni pubbliche e dei sistemi informativi occidentali. La timida protesta di Amnesty International dell’agosto scorso è stata subito repressa da Zelenski con l’accusa che favoriva “l’invasore russo”.

In questo contesto, a destare maggior meraviglia non è stata però la vittoria ucraina sul campo di battaglia quanto il perdurante silenzio e l’inerzia, almeno per quel che appare all’esterno, dell’élite russa, a cominciare da Putin. Nell’economia generale di una guerra che già si sapeva lunga e sanguinosa le battaglie si vincono e si perdono, e non sarà la controffensiva di Kiev di queste settimane a porvi definitivamente fine. Ma anche senza questi ultimi sviluppi, era da tempo evidente che una guerra a mezzo servizio, camuffata sotto l’espressione dell’operazione militare speciale, non era più sostenibile per i russi. Si poteva comprendere forse nelle prime settimane o nei primi mesi, ma non da quando una trentina di paesi ha cominciato a giocare sul serio alla guerra grossa, assumendo il comando e il controllo di tutte le operazioni belliche e fornendo attrezzature militari sempre più sofisticate al puppet state di Zelenski. Tutto ciò è avvenuto con gradualità, saggiando con timore la reazione russa, che non è mai arrivata. Alle deboli proteste non è seguita una decisa reazione, che segnasse la linea rossa da non oltrepassare. Alle migliaia di mercenari stranieri e di “consiglieri militari” che affiancano le truppe ucraine fin dall’inizio delle ostilità, si sono aggiunti i rifornimenti di armi sempre più letali: prima gli obici pesanti M77, poi gli Himars, e ora si parla di inviare in Ucraina carri armati Abrams e aerei F16.

Gli americani nelle loro guerre non si sono mai fatti scrupolo di radere al suolo sistematicamente tutte le infrastrutture civili dei paesi che attaccavano, allo scopo di paralizzare la logistica del nemico e di spezzare lo spirito di resistenza della popolazione. Pur avendo tutti i mezzi per portare l’Ucraina “all’età della pietra” - come il segretario di stato USA Madeleine Albright definì con orgoglio il risultato dei bombardamenti NATO sulla ex Jugoslavia - i russi non li hanno mai utilizzati, consentendo il pressochè regolare funzionamento non solo della vita civile ma anche dei sistemi logistici e di comando del nemico.

Inoltre, se l’esercito di Mosca conserva tuttora una superiorità anche netta in fatto di dotazioni belliche complessive, non altrettanto può dirsi per la quantità delle truppe impiegate. Un esercito di 150 mila soldati era ed è insufficiente a garantire una superiorità strategica, soprattutto in fase di attacco, su una linea del fronte lunga centinaia di chilometri e con forze nemiche almeno tre volte superiori in numero.

La vittoria più importante che hanno registrato i russi è stata sul fronte interno: l’economia si è stabilizzata e ha retto bene alle sanzioni, provocando anzi danni maggiori agli stati che le hanno applicate. Anche l’arma pesante del ricatto energetico nei confronti dell’occidente è stata fin qui usata con abilità, ma il suo impatto ha bisogno di tempi lunghi per manifestarsi in tutte le sue devastanti conseguenze.

Finora Putin si è sempre rifiutato di ordinare un cambio di passo nel suo approccio “moderato” alla guerra e d’imporre una mobilitazione anche parziale. E’ probabile che collochi il teatro ucraino nell’ambito di una partita a scacchi più ampia con l’occidente, appena iniziata e destinata a durare a lungo, e che in queste prospettiva preferisca evitare rischiose escalation per non tagliarsi tutti i ponti alle spalle. E’ possibile inoltre che i comandi militari russi pensino che l’Ucraina a questi ritmi folli di perdite umane non sarà in grado di fornire carne da cannone alla NATO ancora per molto e che il fronte interno sia prima o poi destinato a implodere. Tuttavia, il 24 febbraio il presidente russo ha personalmente garantito la protezione dei russi del Donbass, e questa promessa è tanto più attuale ora che rischiano di trovarsi alla mercè della vendetta ucraina.

Il prudente e calcolatore Putin si trova ad un bivio pressochè obbligato: trincerarsi in difesa dei territori fin qui conquistati nel Donbass, trasformando il conflitto in un’indefinita guerra di logoramento, oppure ordinare la mobilitazione delle risorse umane e militari necessarie a conseguire una svolta strategica nel teatro ucraino. Ambedue le strade presentano vantaggi e rischi: nelle prossime settimane vedremo quale delle due sceglierà.
Giovanni Fantozzi



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Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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