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La Schlein invece di unire spacca il Pd

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Chiacchiere, salotti bene, vacanze esotiche, incontri riservati: una proletaria per noia, insomma...


La Schlein invece di unire spacca il Pd
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Se c’era un candidato divisivo nella corsa alla segreteria del Pd dopo la fallimentare gestione Letta,  questo pare essere, dalle prime dichiarazioni e commenti, Elly Schlein. Definita, da autorevoli analisti e commentatori politici, come il “perfetto prodotto del laboratorio radical-chic della sinistra delle lobby di potere e della grande finanza  internazionale, che ha scambiato i diritti sociali con quelli civili, inseguendo i secondi e dimenticandosi dei primi”.

Con cittadinanza americana, svizzera e italiana e tre passaporti in tasca, nata a Lugano in una ricca famiglia di religione ebraica aschenazita, rigorosamente anti israeliana e filo palestinese, col padre accademico negli Stati Uniti, laureata in giurisprudenza, Elly Schlein ha scalato il Pd seguendo prima Veltroni, poi Civati e infine Renzi, uscendone poi sbattendo la porta senza più tornarci. Nelle tante interviste televisive degli ultimi giorni si è definita di “sinistra, femminista, bisessuale, ecologista, pro Lgbtq, favorevole allo ius-soli e allo ius-schole, alla pillola abortiva e contro il neo-liberismo”.

Ma, ha commentato qualcuno, “non ha parlato di lavoro e di lavoratori perché evidentemente non è abituata a frequentazioni ‘proletarie’ non essendo mai entrata in un centro sociale o in una casa popolare, non ha mai visto un operaio in tuta perché mai entrata in una fabbrica, mai vissuto con problemi economici e fatto i conti con l’aumento del costo della vita. Il classico esempio insomma di un rappresentante di quella classe dirigente altolocata radical-chic che anche noi abbiamo conosciuto in Italia negli ultimi decenni, tutta chiacchiere, salotti bene, vacanze esotiche, incontri riservati: una proletaria per noia, insomma”.

E, di fronte a questa candidatura divisiva, il Pd  è andato in fibrillazione e il suo gruppo drigente sparso nelle quattro correnti interne (Orlando, Franceschini, Guerini, Letta) si è diviso in due: una pro Schlein e l’altra pro Bonaccini.

Con la Schlein si sono schierati Orlando, Franceschini, Letta, Zingaretti, Cuperlo, Provenzano, la Boldrini, ma anche Speranza e Bersani. Tutti orientati a ricucire coi 5 Stelle di Conte senza i cui voti non vinceranno mai le elezioni, mentre con Bonaccini si sono al momento schierati il sindaco di Firenze Nardella (col quale farà un tiket) e quello di Bergamo Gori (“se vince la Schlein esco dal partito”, ha detto).
A sostegno della candidatura della benestante italo-svizzera-americana, si sono prontamente allineati i conduttori dei salotti televisivi pubblici e privati come Fazio, Gramellini, la Gruber, la Berlinguer, Giannini, Formigli, Floris, Telese, Padellaro, Scanzi e, naturalmente, Soros e il capo delle sardine Sartori.
Non hanno invece ancora fatto sapere a quale schieramento aderiranno la De Micheli e il sindaco di Pesaro Ricci (indebolito peraltro dalla perdita della Regione Marche) ma anche, a sorpresa, il sindaco di Bologna Lepore che avrebbe manifestato simpatie per la Schlein.

In tutto questo bailamme, sono giunte parole sferzanti dal comunista Marco Rizzo e da Rosy Bindi. Il primo ha dichiarato che una vittoria della Schlein significherebbe “la fine del Pd”, mentre la Bindi ha ripetuto la sua tesi già espressa e cioè che indire un congresso in queste condizioni “significa proseguire una sorta di accanimento terapeutico perché il Pd va sciolto ora e dalle sue ceneri crearne uno nuovo e diverso”.

Anche se il giudizio più sferzante è venuto da Ritanna Armeni, da sempre donna di sinistra e per anni giornalista del Manifesto. “Chi sia, cosa voglia fare e dove voglia arrivare – si è chiesta provocatoriamente – non mi è chiaro anche se io dico che per costruire un partito di sinistra, come lei dice di volere fare, non ne ha la base sociale nè le capacità perchè non si è fatta le ossa qui. E ha sbagliato nel rispondere di essere nata nel 1985 alla domanda se era stata comunista. Essere o non essere comunisti non è un fatto anagrafico. Si può prendere le distanze da quella esperienza ma non cancellare quella storia. Così come è sbagliato urlare contro la Meloni che ha rotto un tabù: la prima donna premier in Italia per di più di destra e non di sinistra. E’ questo il vero interrogativo che ci si deve porre”.
Non c’è male come inizio di una “nuova storia della sinistra italiana”.

Cesare Pradella

Cesare Pradella
Cesare Pradella

Giornalista pubblicista, è stato per dieci anni corrispondente da Modena del Giornale diretto da Indro Montanelli, per vent'anni corrispondente da Carpi del Resto del Carlino, per cinque..   Continua >>


 


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