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Qatar e l'Italia che fa la Bella Addormentata

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Per restare in territorio modenese, ha compiuto poco più di un anno, nella sua versione rinnovata, il centro culturale islamico di Mirandola, finanziato anche dalla Regione Emilia Romagna, sul cui territorio i centri di culto musulmani sono oltre 170. Per l'opera dal Qatar sono arrivati circa quattrocentomila euro, parte di un plafond da 25 milioni che in tre anni ha portato alla costruzione di 43 moschee in tutta Italia. Molto probabilmente ne seguiranno altre


Qatar e l'Italia che fa la Bella Addormentata
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Dagli ambienti finanziari si manifesta tranquillità: gli investimenti del Qatar in Italia sono “al sicuro”, mancando ragioni economiche per cambi di rotta o disimpegni, dopo il bando choc che alcuni Paesi arabi hanno redatto per l’emirato del Golfo, accusato di fiancheggiare il terrorismo islamico. Una rassicurazione, quella del chief strategist dell’Oman Investment Fund,  (riportata da Linkiesta) quantomai attuale, se si pensa a quanta liquidità gas e petrolio qatarioti abbiano pompato negli asset nostrani. Perché se l’elenco  delle partecipazioni mondiali, si pensi al 17% di Volkwswagen, agli acquisti in Rosneft o allo shopping su Harrods e Paris Saint Germain, è degno di quelli telefonici, in Italia non si scherza e si incrociano eccellenze, dal lusso all’agroalimentare.

Porta Nuova a Milano, Costa Smeralda, l’hotel Four Seasons di Firenze a Palazzo della Gherardesca (quartier generale renziano) sono gioielli che portano il marchio del Fondo sovrano della famiglia Al-Thani, che nel 2014 entrò, in joint venture con l’italico Fsi (Cassa depositi e Prestiti), nel capitale di Inalca, colosso della produzione di carne del Gruppo Cremonini. L’acquisizione di quel 28,5% fu uno dei primi colpi del binomio finanziario Italia-Qatar, attraverso il fondo per cui, in sede di presentazione, si parlò di una dotazione da due miliardi. Inalca, che nel 2016 si è confermata top player mondiale con un fatturato vicino ai 2mld, produce una linea halal (gli alimenti preparati secondo i dettami islamici) e, oltre alla storica presenza sul mercato russo, sta consolidando la sua espansione in Africa: quello della carne è d’altronde un business globale. Anche a Doha, dove è vietata quella di maiale.

Se da un lato è evidente quanto con il suo Fondo sovrano il Qatar stia gettando le basi per conservare l’attuale influenza globale anche nell’epoca post combustibili fossili, o semplicemente quando prezzi o scorte renderanno più urgente una diversificazione delle entrate, dall’altro non va sottovalutato, in questa sorta di epifania da belli addormentati che sta caratterizzando l’Italia, accortasi di avere significativi intrecci economici con uno stato accusato di “supportare gruppi terroristici”, il soft power legato ai centri culturali islamici. Per restare in territorio modenese, ha compiuto poco più di un anno, nella sua versione rinnovata, quello di Mirandola, finanziato anche dalla Regione Emilia Romagna, sul cui territorio i centri di culto musulmani sono oltre 170. Per l’opera dal Qatar sono arrivati circa quattrocentomila euro, parte di un plafond da 25 milioni che in tre anni ha portato alla costruzione di 43 moschee in tutta Italia. Molto probabilmente ne seguiranno altre.

E’ chiaro come il “Qatar ban”, pur gettando qualche ombra sull’interscambio commerciale nella zona e sul rating sovrano (ora high grade) dell’emirato, assai dipendente  dall’import da vicini come Arabia Saudita ed Eau, abbia valenze prettamente geopolitiche: rientrando nella contrapposizione sunniti-sciiti all’interno del mondo musulmano, sembra una mossa inserita nella ridefinizione di alleanze e strategie, in cui il rafforzato (da Trump) legame Usa-Riyad ha rappresentato un passo fondamentale. Ragion per cui è lecito attendersi nulla, almeno nel breve periodo, che sconvolga la storia. Soprattutto a livello economico: qui l’Italia, affamata di investimenti esteri per alimentare il suo capitalismo con pochi campioni e tante pmi vessate dal fisco, gioca la parte della preda, sapendo che sull’altro piatto della bilancia ci sono, tra l’altro, le commesse per la costruzione dei lussuosi grattacieli di Doha e dintorni. E molto di più, perché Salini Impregilo, che già sta realizzando la linea metro della capitale, ha vinto la gara (770 milioni) per uno degli stadi dei Mondiali di calcio 2022. Altro strumento di marketing territoriale con cui il Qatar prova a estendere il suo soft power: sin qui, tuttavia, a far notizia sono stati più che altro gli operai morti nella costruzione degli impianti.

Francesco Tomei - https://atlantic503.wordpress.com/

 


Redazione Pressa
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