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Smart working? A pagare sono apprendisti, donne e piccole imprese

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La nuova pratica favorisce le multinazionali, perché azzerando il valore della casualità e dell’empatia si disarma il meglio delle aziende di casa nostra


Smart working? A pagare sono apprendisti, donne e piccole imprese
Alle volte ci facciamo prendere la mano, spunta una novità che piace a tutti e ne diventiamo i più attivi promotori. Siamo tifosi, estremisti e primi difensori di questa strabiliante nuova metodologia. Insomma, alle volte esageriamo e ci mettiamo i paraocchi dimenticandoci che il meglio sta a metà e non da una parte o dall’altra.
Amiamo il nuovo specialmente quando avvertiamo quel profumo di vantaggio personale, di privilegio. Senza badare agli inganni.

A darci alla testa oggi è la grande opportunità offerta dallo Smart Working e dal lavoro in remoto, effetti collaterali ancora da verificare e benefici incredibili, alle volte sia per il datore di lavoro che per il dipendente. Chiaro che, presi dall’entusiasmo, adoriamo indugiare sulle virtù mentre tendiamo ad ignorare tutto ciò che ci mette in difficoltà. Restiamo in tuta, facciamo partire la lavatrice, ma i problemi pratici sono innumerevoli: per esempio non tutti dispongono di una casa abbastanza grande per permettere al dipendente di concentrarsi, di non pensare alla lavastoviglie ma di dare mente e corpo al bilancio da ultimare, al controllo delle fatture da portare a termine.

Non tutti dispongono di postazioni adeguate e tantissimi cittadini del Belpaese non possono nemmeno fruire di una buona connessione, devono ripiegare su scelte di secondo piano che, alle volte, non garantiscono un buon collegamento. Spesso manca una rete in grado di sopperire a tutte le necessità di una abitazione digitale, che è cinema, aula, ufficio, sala riunioni e palestra a seconda dell’evenienza.

Pensate ai comuni dell’Appennino, dove spesso salta la corrente, pensate alla famiglia di quattro persone che vive nell’alveare-condominiale di Milano, di Torino, di Brescia: lavorare da una cella rumorosa non è semplice. Tutto in 78 metri quadri. Sempre, ogni giorno.

Penso alle donne (che Dio le benedica), che devono mandare avanti il proprio lavoro da dipendente e, per malcostume, devono pensare a tutto il resto, più di prima. La storia si ripete e penso alle operaie del tessile della Toscana di ieri, che lavoravano a cottimo, circondate dalle culle e con l’occhio ai fornelli: l’Italia è andata avanti senza cambiare.

Problemi pratici e immediati che evidenziano delle difficoltà enormi, stiamo tentando di colmare delle lacune con quello che abbiamo in casa, senza piani, siamo rimasti indietro ma facciamo finta che non sia vero e non mancano i titoloni su borghi e alture popolate da giovani lavoratori che, muniti di portatile e di borraccia ecosostenibile, scrivono mail e sorridono perché il lavoro a distanza è meraviglioso. Segue motivetto motivazionale.

Questa nuova metodologia va sicuramente studiata e implementata ma occorre ragionare sugli effetti futuri, sulle controindicazioni. Dal punto di vista commerciale la nuova pratica favorisce le grandi aziende, le multinazionali, perché azzerando il valore assoluto della casualità e dell’empatia si disarma la punta di diamante che c’è in ogni piccola e media impresa.

Se hai la possibilità di schierare massicce risorse per organizzare webinar, call ed eventi online allora vendi, prosegui. Se sei l’agente di commercio e titolare della piccola impresa con venti dipendenti allora il tuo elemento differenziante è nullo: i rapporti personali, le visite in azienda, il presenzialismo alle fiere, la vita associativa e sociale. Tutto questo è stato sostituito dall’algoritmo, dal social media che funziona se investi somme ingenti, dal link che compare nella tua mail al momento giusto. Il novanta per cento delle nostre imprese non è in grado di organizzarsi e di sopperire a questa necessità, serve tempo per recuperare e per studiare nuovi modelli a sostituzione della vecchia scuola, una scuola fatta d’esperienza e di rapporti umani che è la forza dei nostri quartieri artigiani.

Più passa il tempo e più le grandi multinazionali guadagnano spazio a discapito delle nostre fitte e deboli reti composte, in maggioranza, da piccole e medie imprese, questo accade perché loro sono pronti mentre noi, fino a ieri, usavamo il fax.

Non solo: azzerato il valore assoluto della casualità e dell’empatia, che spesso si traduce in fatturato, dobbiamo fare i conti con le aziende che non sono più luoghi di scambio e di contaminazione, perché ciascuno di noi resta in soggiorno con la sua webcam e la felpa col cappuccio mentre prima passavamo il tempo con gli altri ed io insegnavo quello che sapevo a te mentre il mio collega mi faceva notare questo, quello ed insieme si procedeva, con la sicurezza di essere in tanti e di non avere solo il tutorial di YouTube come alleato certo.

A pagare di più sono gli apprendisti, i giovani che si avvicinano al mondo del lavoro, che si ritrovano a galleggiare davanti ad un gestionale e che non hanno un veterano in prossimità della loro scrivania, pronto a dare una mano, ad insegnare mostrando nel dettaglio, con praticità. Niente pausa caffè, anche arrabbiarsi da soli non è esaustivo.
Inoltre ogni piccola richiesta diventa un messaggio in chat, una call, una mail e di notte sentiamo il suono delle notifiche colpire i bonghi nella parte occipitale del cranio.

Non è tutto oro quello che luccica, l’azienda è un luogo di lavoro unico e spesso sostituisce la scuola, specialmente ora che di istruzione non si parla più; l’azienda è soprattutto scuola, alle volte è la migliore accademia a disposizione.

Lavorare insieme agli altri, lontano dalle mura domestiche, in ambienti salubri e sereni, è importante per la crescita di ciascuno, serve per alimentare la tenuta sociale. Non abbandoniamo le nostre sedi, troviamo il punto di equilibrio tra lavorare da casa e incontrare gli altri.
Dopotutto siamo (ancora) esseri umani, non computer.

Amedeo Faino


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