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Ucraina, ma quella di Zelensky è la verità?

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Certezze vaghe e discutibili in una guerra dove, oltre alla granate, si usa la comunicazione in modo spericolato


Ucraina, ma quella di Zelensky è la verità?
Siccome la parte di mondo indifferente a “sotuttoiocomeosainterrompermi” Antonio Capranica afferma che questa guerra in Ucraina è iniziata nel 2014 e la responsabilità del “first blood” è di Kiev e dei suo battaglioni nazionalsocialisti, il Presidente Zelensky si lancia in una affermazione che sconcerta per l’audacia storica. Sui social posta un video nel quale svela al mondo la verità sul Donbass: «Negli ultimi 8 anni, i russi hanno ucciso 14 mila ucraini!».

Per qualcuno, questa è la prova provata che il Patriarca Kirill e Vladimir Putin hanno ragione: il nuovo Churchill “sniffa” roba buona o ha fatto propria la frase attribuita a Joseph Goebbels, Ministro della propaganda del Terzo Reich dal 1933 al 1945: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Ora, per ripetere una bugia bastano le condivisioni sui social e il gioco è fatto.

Intanto partiamo dai numeri. Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), dall’aprile del 2014 fino alla fine del 2018, sono state quasi 13 mila le vittime della guerra nel Donbass. Nello specifico, i civili rimasti uccisi sarebbero 3.300, oltre a 4 mila soldati ucraini e 5.500 miliziani separatisti. In aggiunta, un numero di persone fra le 27 e le 30 mila tra i civili sono rimaste ferite nel corso del cannoneggiamenti operati da Kiev nelle regioni di Lugansk e Donetsk.

Questo dice l’ONU. Con la macchina del tempo di Herbert George Wells, torniamo a quei giorni. Dopo la “Rivoluzione Arancione”, e per alcuni il colpo di Stato finanziato dalla CIA, l’Ucraina cambia repentinamente governo e sposta il proprio asse verso l’Occidente. L’America ammette d’aver favorito l’esportazione della democrazia (nessuno saprà mai chi ha incaricato gli USA di questo nobile ufficio) con la dichiarazione del sottosegretario agli Affari politici di Joe Biden Victoria J.

Nuland. Si viene a sapere che “Gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita”. Infatti, con l’ausilio di milizie neonaziste, si caccia il presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovich, filo-russo ma anche filo-Ue.

Per aggiungere qualche informazione e sgombrare il campo dalle fandonie, nel mese precedente, la Nuland è intercettata da una spia russa mentre è al telefono con Geoffrey Pyatt, ambasciatore Usa in Ucraina, e la chiamata è immediatamente messo in rete, affinché tutto il mondo sappia. Qui potete ascoltarla

In questa conversazione, i due sanno già che Yanukovich cadrà e discutono su chi dovrà sostituirlo. Sempre la Nuland, dice d’aver già informato il sottosegretario per gli Affari politici dell’Onu, l’americano Jeffrey Feltman, che avrebbe intenzione di nominare un inviato speciale d’intesa col vicepresidente Usa Joe Biden e all’insaputa degli alleati Nato e Ue.

I due analizzano i candidati con il capo dell’opposizione, l’ex pugile Vitali Klitschko, non molto gradito, mentre l’uomo delle banche Arseniy Yatsenyuk sarebbe perfetto; infatti, salirà al governo il mese successivo. Pyatt vorrebbe consultare l’Ue, ma la Nuland replica: “Fuck the Eu!” (l’Ue si fotta!). Venuti a conoscenza del fatto, tramite la conversazione messa in rete dalla spia russa, la Merkel e il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy protestano per le “parole assolutamente inaccettabili”.

Sulla “Rivoluzione Arancione”, interessante è la lunga intervista al fotoreporter Giorgio Bianchi che era sul posto quando accadde lo scontro.

Ed ecco una notizia che non è riportata e conosciuta come dovrebbe. Se andate su Wikipedia alla voce “Guerra del Donbass”, per fare un esempio, leggerete che tutto è iniziato il 6 aprile, quando alcuni manifestanti contro il cambio del governo e armati, si sono impadroniti di alcuni palazzi amministrativi.

La notizia poco nota ai più, è che il Donbass chiese al Governo di Kiev d’inserire nella Costituzione lo status speciale dell’area in oggetto e cioè che le province di Lugansk e Donetsk potessero autogovernarsi, pur restando all’interno dello Stato Ucraina. In termini semplici: essendo la popolazione di questi territori di origine, lingua e cultura russa, più legata a Mosca che a Washington, chiese al governo centrale di trasformarsi in uno Stato Federale.

In seguito alla risposta negativa, iniziarono le sommosse culminate in veri e propri scontri armati e l’auto proclamazione d’indipendenza delle due Repubbliche separatiste, finché nel 2020 il Parlamento ucraino comunicò la volontà di adottare una legge, che consentisse l’autogoverno alle province di Lugansk e Donetsk di autogovernarsi, senza sancire lo status speciale nella Costituzione. A questo link dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’Università Luiss, potrete leggere l’articolo dell’epoca.

Sembrava tutto risolto, finché il 7 novembre del 2020 non è eletto alla Casa Bianca Joe Biden e qualche mese dopo, nel febbraio del 2021, riprendono gli scontri: A Stanycja Luhans'k è bombardata una scuola nella zona sotto il controllo ucraino. Kiev afferma che sono stati i secessionisti e per i secessionisti, la responsabilità è dei battaglioni nazisti di Kiev, che hanno voluto far riprendere i combattimenti. Il resto è cronaca dei nostri giorni con certezze vaghe e discutibili in una guerra dove, oltre alla granate, si usa la comunicazione in modo spericolato.

Massimo Carpegna


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Massimo Carpegna
Massimo Carpegna

Visiting Professor London Performing Academy of Music di Londra. Docente di Formazione Corale e del master in Musica e Cinema presso Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi Tonelli..   Continua >>



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