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Il ritorno di D'Alema: 'Ma dove prendono il caffè i dirigenti Pd?'

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'Io non so che rapporti abbiano i dirigenti del Pd con la società italiana. Mi domando persino dove prendano il caffè'


Il ritorno di D'Alema: 'Ma dove prendono il caffè i dirigenti Pd?'
“La destra ha preso 12 milioni di voti, gli stessi del 2018, con una forte concentrazione in FdI. Un balzo in avanti compensato dal dimezzamento degli alleati. La maggioranza parlamentare poggia su un consenso espresso dal 28% dell’elettorato: sono elezioni che mostrano una profonda crisi del sistema democratico. Una crisi non solo italiana”. Parte da qui l’analisi del voto di Massimo D’Alema, intervistato da ‘Il Fatto quotidiano’.

L’ex premier nega l’ipotesi di un pericolo fascista, “anche se questa destra è venata di aspetti nostalgici“. E poi passa ad analizzare la crisi del Pd, suggerendo un riavvicinamento al Movimento 5 Stelle. Secondo D’Alema, il governo Conte 2 “ha fatto bene durante il Covid e ha rappresentato con dignità l’Italia nell’Ue. Conte ha portato i soldi del Recovery fund. È caduto per il sabotaggio interno e per alcune pressioni esterne“.


Per D’Alema, la decisione del partito guidato – ancora per poco – da Enrico Letta di presentarsi alle elezioni politiche diviso dal M5S è stato un errore di strategia. “I dirigenti del Pd hanno pensato che la fine di Draghi provocasse un’ondata popolare nel Paese, travolgesse Conte e portasse il Pd, la forza più leale a Draghi, a essere il primo partito. Io non so che rapporti abbiano i dirigenti del Pd con la società italiana – graffia l’ex presidente del Consiglio – Mi domando persino dove prendano il caffè la mattina, perché il risultato ha detto esattamente l’opposto. La scena del voto è stata dominata dai due leader che hanno contrastato Draghi (Meloni e Conte, ndr). La tecnocrazia evoca sempre il populismo e la vicenda Monti avrebbe dovuto vaccinare il Pd”.

Ma l’ex premier ne ha anche per il Terzo polo: secondo lui, nell’alleanza saltata con Calenda e Renzi “Letta è stato fortunato.

Quest’alleanza avrebbe portato Conte al 20%”. Il suggerimento di D’Alema, in vista della fase congressuale che deciderà il futuro dei dem, è quindi di tornare all’alleanza con il M5S.
Nel corso dell’intervista, D’Alema rimarca lo scollamento tra il Pd e il mondo che rappresenta e le classi popolari: “Le élite economiche e culturali del Paese, quelle che leggono i giornali, non hanno più rapporti con la realtà. Sa che mi hanno detto alcuni vecchi compagni comunisti? ‘Votiamo Conte perché i grandi giornali ne parlano male'”.
Da qui il consiglio di riformare il campo largo, naufragato dopo il mancato voto di fiducia del M5S a Draghi. “Conte ha rifondato e ricollocato il M5S e il Pd ha bisogno di lui perché non intercetta più il voto popolare. Il voto dei poveri, degli operai, si è polarizzato tra la destra e il Movimento, il Pd ne prende davvero pochi. Ora bisogna ricomporre il campo largo”.
D’Alema si tira però fuori dall’agone politico: “Mi capita di sentire Conte ma io non faccio più politica attiva. È un uomo che ascolta e valuta e ha anche un tratto di grande civiltà personale”.
“È una campagna vergognosa – ha dichiarato il presidente D’Alema – quella che si fa su ció che uno avrebbe votato. È una inaccettabile violazione di uno dei principi fondanti della democrazia: la segretezza del voto. In ogni caso la notizia per cui avrei votato Movimento 5 Stelle è falsa”. Conclude D’Alema.


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