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Grazie Maestro: 90 anni di Franco Fontana, la fotografia come romanzo d'autore

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L'opera di Fontana come interpretazione ed espressione di identità dell'autore raccontata nella lezione/intervista il giorno del suo compleanno, nell'evento organizzato ad Ago: 'Tutti, anche le scimmie, possono fare foto, pochi sono autori'


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'Se dovessi bruciare tutto e mi chiedessero quale foto salvare salverei senza ombra di dubbio quella del mare, tagliato dalla linea nera dell'orizzonte con due linee bianche nella parte sopra e sotto. Una foto che è come un cerchio. Finita e infinita allo stesso tempo. Al punto da essere stata pubblicata anche al rovescio'.
Si chiude con questa immagine che unisce e attraversa concettualmente l'intera e grande opera ad immagini fotografiche di Franco Fontana, l'appuntamento Franco90, organizzato da MAV Fondazione Modena Arti Visive, omaggio al maestro nel giorno del suo novantesimo compleanno, organizzato presso l'ex Cappella di AGO Modena Fabbriche Culturali. Spazio troppo piccolo per contenere i tanti modenesi che avrebbero voluto partecipare e che invece sono stati obbligati a rimanere fuori dalla porta o fuori dalla sala, tra il disappunto di tanti. A fare gli onori di casa, Donatella Pieri, Presidente di FMAV.

Una conversazione, quella con Nicolas Ballario, conduttore per Radio Rai e Sky Arte, che si trasformerà in una  anomala e coinvolgente lezione magistrale. Tale da trasformare in un omaggio della città in un omaggio dell'autore alla città. Quella Modena che nonostante una vita di viaggi e trasferte in ogni angolo della terra dove sono state ospitate più di 500 sue mostre, tra cui quella permanente al Metropolitan Museum di Tokio. 'E' una di quelle che ricordo con maggiore piacere, anche perché ci sono mie 20 fotografie fisse, sempre' - sottolinea Fontana.



Le parole spaziano del personale al personale ma il filo conduttore concettuale che lega l'uno e l'altro piano è quello di una una fotografia che Fontana paragona più volte ad un romanzo d'autore.

Lo scrittore ha penna io la macchina fotografica, che diventa strumento di espressione dello spirito e dell'indentità dell'autore, la sua interpretazione della realtà fotografata'. Ed è qui che anche lo strumento, la macchina fotografica, visto e utilizzato come strumento, ha una importanza relativa. 'Ho seguito lo sviluppo tecnologico, passando dalla Canon a una Sony che mi permette di concentrare in pochi centrietri lo zoom che un tempo riuscivo ad ottenere portando con me 15 chilogrammi di attrezzature,  ma se alla fine non c'è l'uomo, l'autore a scattare la foto, poco cambia, nulla vale. La macchina fotografica in sé non mi ha mai interessato più di tanto'.

Cambia invece molto, per Fontana, l'avvento del colore. Anzi per lui è tutto. La sua opera è l'esaltazione dei colori, elemento per esprimere la realtà come esistente da interpretare e immortalare in uno scatto. 'Per questo non mi è mai piaciuto il bianco e nero. E' finto, non è reale, in bianco e nero ho fatto cose ma di poca importanza. Non mi è mai interessato'. Anche quando Fontana decise di concentrarsi e dedicare sempre più tempo alla passione per la fotografia. Arrivata nel dopoguerra, dopo una infanzia che la guerra l'ha attraversata, che nel '39 lo vide Balilla in camicia nera, pantaloncini verdi e l'effigie del Duce sul petto. Poi gli anni difficili della scuola: 'Non me ne fregava nulla. La mia istruzione scolastica si ferma alla prima media. Riprovai la seconda ma preferivo andare a zonzo. Letteralmente a scuola non ci andavo e girovagavo nella campagne della periferia di Modena. Quando mia madre mi disse che sarebbe andata a scuola per sapere come andavo, le dissi di evitare perchè a scuola non mi vedevano mai'.
Poi dei primi lavori nel dopoguerra, per raccimolare da vivere. In bottega, coma garzone, e altro. I soldi divennero tanti in un negozio di mobili antichi. 'Guadagnavo bene, allora valutarono l'attività 100 milioni, quando per comprare una casa ce ne volevano molti meno, ma il mio interesse era quello della fotografia'. Un fuoco che ardeva dentro per Franco che mano a mano si trasformò in mestiere.

Le sue fotografie piacciono e Fontana, come i grandi artisti si divide tra foto che realizza per passione, che rimangono nel cassetto o che vengono comprate anche da editori e testate nazionali e quelle che vengono commissionate. Come soggetto o come idea. I lavori su commissione danno da vivere, definiscono l'autore ma non sono a pieno l'autore che produce a prescindere dalla commissione. In questo alternarsi, nascono i libri di fotografie di Franco Fontana. 'Uno dei primi, su Modena, ha avuto quattro ristampe. Fu un successo. I primi libri avevano le fotografie direttamente attaccate'. Come quelle una partecipante tra il pubblico gli fa autografare al termine dell'incontro. Fotografie che esprimono un tratto unico, identitario. Quello di Franco Fontana, appunto. Senza riferimenti o richiami ad altri autori. 'Ci sono tanti altri autori, ma nelle mie fotografie ci sono io. Io sono l'unico autore. In quelle vedi subito Franco Fontana'. Fotografia come un romanzo d'autore. Unica e identificabile. In questo senso Franco Fontana è un 'non - fotografo'. O almeno lo è ma non quando è Franco Fontana autore. 'Io faccio foto anche col telefonino, non ho alcun problema, ma sono foto ricordo o per divertimento. Tutti oggi possono fare foto, anche una scimmia, e il mondo è pieno di scimmie. Ma la fotografia è altro. E' l'autore. Espressione della sua interpretazione e della sua identità'.
Un concetto che pervade anche le sue lezioni ai partecipanti ai suoi corsi: 'Sono stato il primo a fare corsi fotografia, anche se non insegno niente. Agli 'studenti' fornisco soltanto compiti, stimoli su cose da fotografare, soprattutto cose che non piace fotografare. Perché sono da queste che poi arrivano le fotografie migliori, quelle che fanno emergere l'autore e la sua personalità. Le foto che al termine dei corsi vengono scelte sono spesso quelli di soggetti che gli allievi non volevano fotografare che proprio per questo indico di fotografare'.

Dal professionale al personale Franco Fontana si racconta con grande lucidità. I 90 anni pesano ma soprattutto a livello fisico. Il pensiero e il mistero della morte non lo spaventa. 'Sono sereno e vivo la mia quotidianità'. E alla domanda sulla fede risponde: 'Non credo nel Dio che ci indica Papa Francesco, ma più in un concetto di Dio che si esprime nelle preghiere e nei credo delle persone in ogni parte del mondo e in ogni epoca. E che ho visto nei miei viaggi in tutto il mondo. Prima di Cristo, i romani e le civiltà avevano i loro dei. Il resto lo scoprirò quando sarà il momento'.

Gianni Galeotti

Redazione Pressa
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La Pressa è un quotidiano on-line indipendente fondato da Cinzia Franchini, Gianni Galeotti e Giuseppe Leonelli. Propone approfondimenti, inchieste e commenti sulla situazione politica, ..   Continua >>


 
 
 
 

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