Nel 1942, con l’Italia nel pieno del conflitto, il giovane Rolando Rivi, proveniente da una famiglia di umili origini e fervida religiosità, era entrato appena undicenne nel seminario di Marola. Due anni dopo, i tedeschi avevano occupato l’edificio e tutti i seminaristi erano tornati alle famiglie d’origine. A casa, il ragazzo aveva continuato gli studi sotto la guida del parroco, senza mai smettere l’abito talare – tunica nera e cappello a falda larga e rigida – che i seminaristi vestivano in quel periodo, nonostante il rischio cui si esponeva. Questa fervida testimonianza di fede, così intensa da coinvolgere anche altri ragazzi del paese, infatti, lo aveva ben presto fatto finire nel mirino di un gruppo di partigiani comunisti.
Il 10 aprile, Rolando, con l’accusa di essere una spia dei fascisti, era stato prelevato e portato in un casolare a Piane di Monchio frazione di Palagano. Spogliato dell’odiato abito religioso, per tre giorni era stato torturato, picchiato e, infine, barbaramente ucciso con due colpi di pistola. La tonaca nera era stata usata come pallone da calcio e poi appesa come un trofeo. I suoi carnefici, Giuseppe Corghi e Delciso Rioli, comandante di una Brigata Garibaldi, furono condannati a 22 anni di reclusione, ma ne scontarono solo 6 a causa dell’amnistia Togliatti.
Martire, testimone della vita. Il suo assassinio “in odium fidei”, in odio e a causa della sua fede, l’hanno innalzato agli onori degli altari: nel 2013 Rolando Rivi è stato proclamato beato. Ma al di là dell’aspetto religioso, rimane l’esempio di un ragazzo incapace di compromessi, che ha anteposto i propri valori alla sua stessa vita.
Simone Zanin


