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Aemilia, la difesa: 'I Bianchini con la mafia non c'entrano nulla'

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'Bianchini ascolta il suo processo: è rassegnato ma con la voglia di raccontare le sue verità'


Aemilia, la difesa: 'I Bianchini con la mafia non c'entrano nulla'

Colpevole, dunque innocente. Così è -per il suo difensore Giulio Garuti - l'imprenditore Augusto Bianchini, imputato 'eccellente' del processo Aemilia contro la Ndrangheta. Nel dibattimento in corso a Reggio Emilia - dove il modenese è a giudizio insieme alla moglie e i tre figli, per quasi 50 anni di carcere chiesti nella requisitoria dell'accusa per tutta la famiglia - Bianchini è dunque responsabile di riciclaggio di rifiuti, abuso di ufficio, e falsa fatturazione, spiega il legale.
Ma 'perlomeno con la mafia i Bianchini non c'entrano nulla. Le loro aziende non erano a disposizione della mafia e questa famiglia non ha consentito alla mafia di entrare nella ricostruzione post sisma che è l'accusa più infamante che viene rivolta', afferma Garuti. Nella prima parte della requisitoria svolta stamattina l'avvocato sottolinea poi il particolare clamore che ha circondato le vicende giudiziarie del suo assistito e sottolinea: 'Questo è un processo dei Bianchini. Il pubblico ministero ha parlato per ben tre ore di questa posizione e le parti civili hanno tutte offeso Bianchini per diverse ore. Ma lui è stato lì ad incassare e ad ascoltare cosa che ha fatto dal primo giorno di udienza. Bianchini ascolta il suo processo: è rassegnato ma con la voglia di raccontare le sue verità'.

Insomma 'è un processo a tutta la vita di questa famiglia, alla sua storia, all'azienda e a tutto ciò che fino al 28 gennaio 2015 (data degli arresti di Aemilia, ndr) hanno rappresentato nel mondo imprenditoriale della bassa modenese'. Da quel giorno, sottolinea il legale, 'tutto è cambiato: non c'e' più l'azienda, non c'è il benessere e il prestigio, ma ci sono la malattia e le mille difficoltà quotidiane che devono affrontare anche questi ragazzi (i tre figli di Bianchini accusati di aver rilevato le attivita' paterne bloccate dall'esclusione dalla white list, ndr) che, a mio parere sono entrati in questo processo ingiustamente e ora hanno enormi difficoltà a per inserirsi nel mondo del lavoro'.
La tesi dei pubblici ministeri, continua il difensore, è 'volutamente fluida e sfuggente, con un invito ai giudici a riempirla di contenuti', oltre che viziata da un 'macroscopico paradosso'. Il fatto cioè che alcuni reati 'fini' (che cioè dimostrerebbero l'aiuto di Bianchini al sodalizio criminale, ndr) 'non gli vengono contestati, ma si pretende che rientrino nel capo di imputazione del concorso all'associazione, con cui non c'è nessun collegamento'. E' il caso, evidenzia ancora Garuti, 'delle false fatturazioni del periodo 2007-2008, che Bianchini ha ammesso e per cui il gip di Modena ha chiesto l'archiviazione'.

Dirimenti poi per la difesa alcune intercettazioni raccolte nell'inchiesta in cui l'imputato, ben lungi dal fare affari illeciti con gli esponenti del clan, domanda al telefono ad Antonio Valerio (oggi collaboratore di giustizia) chi fosse. A riprova del fatto che Bianchini non ha agevolato l'infiltrazione della Ndrangheta nel tessuto produttivo emiliano, viene infine citato il caso della fornitura di materiale ferroso di cui Bianchini si avvalse per un lavoro ottenuto in appalto da Iren. Il modenese infatti preferì per due centesimi in più l'offerta di un altro fornitore, rispetto a quella presentata da Alfonso Diletto, ritenuto uno dei capi del clan (con Parma e Reggio Emilia come zone controllate), che aveva tra gli altri compiti quello di riciclare i soldi sporchi'.

'I pentiti sono importanti per quello che sanno, ma soprattutto per quello che non sanno'. Cioe', 'per essere credibili, o portano fatti ed elementi diversi da quelli che hanno potuto leggere nelle carte o ascoltare in dibattimento, oppure sono solo personaggi in cerca di uno sconto di pena'. E' poi l'affondo di Giulio Garuti contro i collaboratori di giustizia Giuseppe Giglio e Antonio Valerio. I due 'pentiti' hanno infatti accusato i suoi assistiti di aver agevolato gli affari illeciti della cosca di Ndrangheta radicata in Emilia, facente capo alla famiglia Grande Aracri di Cutro

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