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Black monkey, Cassazione: 'Ecco perchè non fu Ndrangheta'

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Tra le parti civili del processo a cui sono stati revocati i risarcimenti compariva anche il giornalista modenese Giovanni Tizian


Black monkey, Cassazione: 'Ecco perchè non fu Ndrangheta'

Ad aver costruito un impero fondato sul gioco d'azzardo illegale è stato un gruppo criminale affarista, imprenditoriale e, se occorreva, disposto alla violenza. Ma si è trattato di un'associazione 'semplice' e non di 'ndrangheta. E' quanto ribadito nelle motivazioni depositate oggi in Corte di Cassazione, che spiegano la sentenza emessa dai giudici della 'Suprema Corte' il 10 dicembre dell'anno scorso per 'Black Monkey', processo iniziato a Bologna nel 2013. Era l'alba dei procedimenti giudiziari contro le cosche calabresi in Emilia-Romagna, il primo in cui, da un'inchiesta della Dda bolognese, veniva contestata l'associazione mafiosa. Ma dopo la sentenza di primo grado del 2017 (con 13 imputati su 23 a cui era stato riconosciuto il 416 bis o il concorso esterno) la Corte d'Appello prima - nel 2019 - e più di recente la Cassazione hanno scritto una nuova e differente verità giudiziaria, ridimensionando condanne e annullando i risarcimenti alle parti civili.


Quasi otto anni fa era finito alla sbarra un presunto clan 'ndranghetistico con ramificazioni in tutta Italia e all'estero. Al vertice c'era Nicola Femia (nella foto) detto 'Rocco', originario di Marina di Gioiosa Ionica, ma arrivato in Romagna - a Conselice in provincia di Ravenna - nei primi anni 2000. Qui è entrato nel business del noleggio delle slot machines, sviluppando accanto a quello 'ufficiale' un mercato parallelo del gioco d'azzardo illegale, basato su schede che 'truccavano' gli apparecchi (tra cui la 'Black Monkey') da cui prende il nome il processo. E ricorrendo a minacce e intimidazioni verso chi non voleva installarli.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado che aveva riconosciuto l'associazione come mafiosa, i giudici di Bologna avevano scritto: 'La mafia oggi sempre più sta diventando una modalità di organizzare attività illecite e parallele secondo le logiche dell'economia diffusa, non più quindi solo 'pizzo' e affini, ma imprenditoria con aspirazioni monopolistiche oppure oligopolistiche' e rimarcato quindi la necessità di 'una rivisitazione delle norme incriminatrici'. La 'sentenza impugnata - ritiene invece la Prima sezione penale della Cassazione - ha spiegato le ragioni per le quali gli episodi estorsivi non possano costituire un dato decisivo per valutare la sussistenza del carattere mafioso dell'associazione'. Si ritiene infatti che la Corte d'Appello 'ha evidenziato l'assenza di riscontro di un concreto esercizio, sufficientemente percepito, sul territorio di riferimento e nel contesto sociale della forza di intimidazione tipica dell'associazione di tipo mafioso'. Nè il legame con organizzazioni criminali 'di sicura natura mafiosa' può per i giudici confermare l'accusa di mafia. 'Nello svolgimento di una attività criminale come quella esercitata dal gruppo Femia, è naturale correlarsi, specie in alcune zone del Paese, con organizzazioni di tipo mafioso che, controllando il territorio e le attività economiche ivi insistenti, divengono interlocutore pressochè obbligato per quanti, anche nel settore illecito, intendano inserirsi, sia pure episodicamente, in quel tessuto', si legge nelle motivazioni.

La sentenza di secondo grado, quindi, 'ha coerentemente concluso per l'esistenza di una struttura organizzata che operava illecitamente nel settore del gioco elettronico a distanza e della distribuzione e noleggio di apparecchi di intrattenimento commettendo reati di esercizio abusivo del gioco on-line e intestazioni fittizie di beni', ritiene la Cassazione. Contro la sentenza d'appello avevano presentato ricorso, tra gli altri, anche l'associazione Libera e la Procura di Bologna. La sentenza di dicembre ha stabilito che quei ricorsi sono inammissibili. Tra le parti civili del processo a cui sono stati revocati i risarcimenti compariva anche il giornalista modenese de 'L'Espresso' Giovanni Tizian, minacciato per le sue inchieste e messo sotto scorta.


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