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Fanano, quando l'ospitalità non regge più

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La solidarietà non può essere obbligatoria e soprattutto non ci si può nascondere dietro alla retorica del anche-noi-siamo-stati-migranti


Fanano, quando l'ospitalità non regge più

La questione del “rifiuto” della comunità fananese di voler ospitare dieci migranti (cosa che sembra avverrà a fine agosto) ha smosso critiche e interessi, nonché opinioni un tanto al chilo di presunti influencer sui social network.

Innanzitutto siamo di fronte a due drammatiche banalità: quella della solidarietà obbligatoria e quella dell’opinione social, negativa o positiva che sia, altrettanto obbligatoria. In relazione a quest’ultima, in merito a chi si augurava che Fanano si spopolasse turisticamente in quanto “poco umana ma solo avvezza al denaro”, vorrei davvero vedere quanto pesa l’influencer di turno, anche alla luce di un’intervista alla Gazzetta di Modena. Allo stesso modo parliamo di chi ha alzato bandiera nera, o per lo meno si è fatto passare per razzista in base ad alcuni commenti diciamo “poco aperti”: siamo nella categoria dei leoni da tastiera, e il detto è adattabile a “sulla tastiera leoni, dal vivo…”

Bando alle ciance, la situazione è grave ma non seria, per citare Flaiano. Anche perché vorrei davvero vedere da un lato qual’è la reale influenza dei social in aree dove si fatica ad avere la copertura 4G, il wi-fi satellitare o l’adsl; e dall’altro quante persone non hanno necessità di dire per forza la loro in quanto non hanno tempo da perdere sui suddetti social ma, senza per forza passare per razzisti, hanno qualche timore in merito a quella che più sopra abbiamo definito come  solidarietà obbligatoria.

Anche perché, pur avendoci Fanano una frazione che si chiama Ospitale, e pur essendo stato un paese ad alto tasso migratorio in passato occorre puntualizzare su alcune cosette: in primis, quando gli italiani migravano (e la prima ondata risale al periodo post risorgimentale) non scappavano né da guerre (oppure avevano i postumi di quella guerra proto-civile che è stata la guerra al brigantaggio), né se ne scappavano in cerca di asilo politico (e il diritto internazionale e dei rifugiati era molto diverso da quello di oggi, per non dire inesistente). In ultimo non è che dove andassero le porte fossero così aperte anzi. A Ellis Island, per dire alle porte del sogno americano, gli italiani ci stavano in media un mesetto e non era affatto scontato che dopo potessero entrare. Nella peggiore delle ipotesi ri-attraversavano l’Atlantico con ciò che ne conseguiva.

Non faccio questi discorsi a caso, poiché io stesso sono nipote di migranti, di quei migranti che però, in base ad un contratto di lavoro (manodopera in cambio di carbone) andarono in Belgio, ma non pensiate che nel 1946 gli italiani fossero ben accetti al di là delle Alpi.

Direte voi, non è da questo che dovremmo imparare? Non dovremmo dare forse noi il buon esempio dopo aver subito queste angherie?

No, signori, non regge. Non regge perché appunto noi non avevamo né status di rifugiati e, spesso ci si è mossi in virtù di contratti di lavoro. Migrazione economica, la stessa che riguarda la maggior parte dei flussi migratori che partono dall’Africa sub sahariana, con la differenza che non ci sono contatti in essere, nemmeno per gli italiani che dal meridione vengono al nord. Ma il dato che emerge è che molti di quelli che viaggiano sui barconi sarebbero in realtà gente che fugge dalla guerra e dalle persecuzioni. E’ vero ma solo in parte, non a caso la Germania tiene le porte aperte solo per i siriani.

Gian Luca di Feo su Repubblica (non esattamente un giornale che si può definire razzista) ha scritto che le migrazioni che partono dal Niger sono di matrice economica, ma i francesi che presidiano l’area, sono concentrati nella lotta al jihadismo e lasciano passare i trafficanti di anime. Questi arrivano il Libia e il resto lo sappiamo.

Poi si arriva a Fanano, piccolo paese che ha trai suoi abitanti, gente che teme l’arrivo dei rifugiati, o migranti o non si sa che status abbiano. Si sa che sono stranieri e che hanno la pelle prevalentemente scura. Si crede che possano danneggiare l’immagine del paese come se, chi ci va per turismo o lavoro (Fanano non è solo turismo) non sapesse cosa si trova davanti.

La verità, signori miei, è che la solidarietà non può essere obbligatoria e soprattutto non ci si può nascondere dietro alla retorica del anche-noi-siamo-stati-migranti. Ogni epoca fa storia a sé, le comunità reagiscono in base al sentimento corrente e i fananesi, come molti altri italiani, sono impegnati a doversela vedere coi propri problemi quotidiani che lo Stato ha cercato di alleviare come ha potuto quando non li ha addirittura peggiorati. Chiaro che c’è chi sta peggio, ma ognuno ha il proprio peggio a cui pensare. E se qualcuno la butta in retorica dicendo che non spenderà soldi in terre dove “non vuole avere nulla a che spartire con questa gente” mi fa piacere per lui che può scegliere dove andare in vacanza. Ma vorrei ricordare che “questa gente” vorrebbe poter scegliere di aiutare, non trovarselo imposto. E magari vorrebbe anche capire come aiutare e perché, non sentirsi fare il predicozzo solidale, senza sapere se sta aiutando un rifugiato richiedente asilo, oppure un migrante economico. Perché nel secondo caso, si fa davvero fatica ad aiutarlo.

Stefano Bonacorsi



Stefano Bonacorsi
Stefano Bonacorsi

Modenese nel senso di montanaro, laureato in giurisprudenza, imprenditore artigiano, corrispondente, blogger e, più raramente, performer. Di fede cristiana, mi piace dire che sono ..   Continua >>


 

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