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'Fonderie cooperative, una buona notizia, anzi quasi due'

Data: / Categoria: Lettere al Direttore
Autore:
La Pressa
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Con l'obiettivo delocalizzazione al 2022, inizia oggi la sperimentazione sull'efficacia degli interventi sulle emissioni. A La Pressa l'intervento dell'esperto Adriano Zavatti


'Fonderie cooperative, una buona notizia, anzi quasi due'

E' attivo da questa mattina, alle Fonderie cooperative di via Zarlati, l’impianto sperimentale per l’abbattimento ulteriore delle emissioni e la mitigazione degli odori. L’azienda ha confermato nei giorni scorsi, con una lettera inviata all’assessorato all’Ambiente del Comune di Modena, la conclusione dei lavori e l’avvio della sperimentazione nei tempi che erano stati pianificati.

L’impianto sperimentale con iniezione di carboni attivi nelle condotte di aspirazione è stato installato sul punto di emissione E27, a monte dei filtri già presenti.

Il punto di emissione E27, distaffatura, insieme al punto E26 (lavorazione e recupero terra), sulla base delle analisi effettuate da Arpae nei mesi di maggio e giugno era stato individuato come responsabile delle emissioni più significative su cui intervenire per ridurre i disagi segnalati dai cittadini. Il progetto sperimentale e i tempi di avvio sono stati concordati con il tavolo tecnico composto da Comune di Modena, Arpae e Ausl dal quale ha ottenuto il nulla osta.

E sugli ultimi passaggi sul piano istituzionale e tecnico che da un lato hanno portato all'approvazione del percorso di dismissione e delocalizzazione dell'impianto, che dovrà avvenire entro il 2022, e dall'altro all'intervento nei punti critici dell'impianto, ritenuti i responsabili delle emissioni odorigine ed inquinanti che hanno creato forti disagi alla popolazione residente nell'area circostante la fonderia, pubblichiamo l'intervento del Dr. Adriano Zavatti  


'Il 21 dicembre il Consiglio Comunale di Modena ha approvato la delibera che impegna l'Amministrazione e le Fonderie Cooperative di Modena in un protocollo d'intesa, incentrato sostanzialmente su due temi: la chiusura dello stabilimento di via Zarlati col trasferimento in altra localizzazione degli impianti, rinnovati strutturalmente, entro 4 anni, con il contestuale controllo delle emissioni dagli impianti attuali in questo periodo.

Leggiamo la delibera, che ricalca fedelmente il protocollo, e notiamo come siano stati indicati e puntualizzati con estrema precisione tutti gli elementi più delicati che sono da tenere fermi in casi come questo. In primis quello più rilevante: la presa d'atto che le condizioni interne ed esterne all'attuale stabilimento non consentono alcun intervento
migliorativo, anche se ve ne fosse la volontà. Come è infatti possibile modificare strutturalmente un processo produttivo sequenziale del tutto obsoleto, a produzione in atto, senza sospendere la produzione? In quali spazi poter agire, stante la evidente ristrettezza nei vari reparti e tra loro? Con quali garanzie di successo, in un contesto residenziale che stringe l'area industriale così da presso? E, ancora e soprattutto, in un momento in cui la
dismissione della linea ferroviaria storica, che divide le due pre-esistenze, genererà inevitabilmente una trasformazione urbanistica sostanziale, migliorativa per tutto il quartiere?
Sono queste le domande, fin quasi retoriche, a cui la decisione risponde. Ma non le sole. Infatti nella decisione ci si preoccupa, oltre che della dismissione dell'attuale sede, anche e soprattutto di dare risposte preventivamente ai possibili dubbi in merito alla nuova collocazione urbanistica dell'insediamento (peraltro non ancora individuata, ma che si presume idonea), con garanzia di mantenimento occupazionale e di sviluppo, col complessivo affermato rinnovo del processo produttivo, che, immaginiamo come è chiaramente sostenuto, adotterà nuove e più avanzate tecnologie, come in altri casi già noti nella stessa città.

A garanzia di questo si apre quindi, con una tempistica incalzante indicata nell'atto deliberativo, un nuovo percorso autorizzativo, attraverso la procedura di Valutazione d'Impatto Ambientale, il più evoluto strumento di garanzia di controllo dei nuovi insediamenti ed opere. La procedura avrà, secondo le indicazioni contenute nell'atto approvato, tutte le caratteristiche di trasparenza, verificabilità e controllo tecnico, che dovranno rispondere alla classica e prevedibile contestazione NIMBY (not in my back yard, non nel mio cortile).

Come è noto, infatti, è la Ditta che propone uno Studio d'Impatto Ambientale, che viene esaminato dall'autorità e sulla cui base viene dichiarata la compatibilità ambientale, dopo una intensa dialettica, aperta al controllo sociale, con le amministrazioni preposte, prime tra tutte ARPAE e AUSL come garanti, nella loro terzietà tecnico-scientifica. 
Non è la prima volta che questo percorso è avvenuto a Modena in tempi passati (e con ben minori strumenti tecnico-ammiistrativi di supporto), dimostrando che, oltre al controllo ed al miglioramento dei processi produttivi e delle relative emissioni, è la stessa ubicazione urbanistica degli insediamenti a dare le maggiori garanzie di sostenibilità.
Insomma, quella che il periodo pre-natalizio ci porta è una buona notizia: si chiuderà tra pochissimi anni un percorso che nacque negli anni '50 del secolo scorso, in tutt'altre condizioni sociali ed economiche e che ha visto la realtà modenese passare da una economia essenzialmente agricola ad una fortemente industrializzata, con una crescita
esponenziale della ricchezza prodotta e del conseguente benessere dell'intera collettività,

fino alla trasformazione degli ultimi decenni, durante i quali l'industria, ridotta in termini quantitativi, si è progressivamente qualificata tecnologicamente, affiancata dalla crescita di un terziario altrettanto evoluto.
Si apre contestualmente un altro percorso che si pretende sia esemplare della coniugazione tra tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini e di difesa del lavoro e del rilancio produttivo di una realtà economica viva e vitale.
L'esempio delle fonderie di ghisa di seconda fusione è, al riguardo, illuminante: alle 14 fonderie degli anni 60-70 con diverse migliaia di addetti, si è passati infatti a poche decine di addetti, in pochissime unità produttive, una delle quali è la Fonderie Cooperative, quasi un relitto di quel periodo, sia fisicamente, sia tecnologicamente, con la quale
sopravvivono tutte le conseguenze ambientali ben note agli abitanti circostanti: quel tipico odore misto tra marcescenza di pesce e carbone combusto e quelle polveri nere o rossastre onnipresenti, ormai solo un ricordo per molti modenesi e per chi professionalmente frequentava i siti produttivi, ma non per chi abita nel quartiere Madonnina. E le lamentele, in questi ultimi vent'anni, si sono moltiplicate, rendendo evidente che la stretta vicinanza
tra l'insediamento produttivo e la residenza non è compatibile, nonostante i vincoli imposti dalla Autorizzazione Integrata Ambientale ed i conseguenti stringenti monitoraggi imposti: vuoi per la obsolescenza delle tecnologie impiegate, nonostante talune modifiche del ciclo produttivo, con emissioni di fumi ed odori, controllate, ma comunque
difficilmente sopportabili; vuoi per disattenzioni o incidenti gestionali, che la vicinanza stessa rende inaccettabili; vuoi per la concomitanza di fattori meteorologici avversi.

Tutto ciò è destinato a cessare in pochi anni, ma anche a vedere rinascere questa storica attività produttiva su basi nuove, in una collocazione idonea e con processi produttivi più efficienti e poco o per niente inquinanti.
In questo interregno i monitoraggi e l'attenzione sui processi non deve certamente calare e di ciò si dà atto nella delibera del Consiglio e nell'allegato protocollo d'intesa. E questa è la seconda (quasi) buona notizia. Si presume infatti (e in ciò sta l'impegno dell'Amministrazione, degli enti preposti ai controlli e della Direzione aziendale) che in
tale periodo gli impianti non vengano abbandonati a se stessi, ma che, mentre si progetta e  realizza il nuovo, vi sia un altrettanto serio lavoro di affinamento e prevenzione della nocività nel vecchio insediamento, pur con tutti i limiti di cui si è parlato. Ci si augura che anche questi impegni siano rispettati e la notizia da “quasi”, diverrà buona tout court'

Adriano Zavatti




Adriano Zavatti, chimico, è stato dal 1973 responsabile del Servizio Ambiente del Comune e dell’USL di Modena; dal 1989 al 1996 direttore del PMP di Modena, poi direttore tecnico di ARPA Emilia-Romagna, fino al 2004. Docente in università italiane ed europee su temi ambientali, ha diretto Unità di ricerca CNR. Esperto del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile e membro di Commissioni nazionali e regionali per la stesura di norme tecniche, è autore di oltre 280 pubblicazioni su riviste scientifiche italiane e straniere , di volumi monografici e curatore di collane scientifiche.



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