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Filadelfia, lo stadio, la dolcezza e la Storia

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Il pensiero non può non correre ai fatti di casa nostra, trecento chilometri dal Fila che sembrano anni luce, se pensiamo alla penosa ed umiliante querelle giocata anche sullo stadio Braglia, questione che odora tanto di muffa e di disperazioneà


Filadelfia, lo stadio, la dolcezza e la Storia

Esistono avvenimenti i quali, nel momento stesso in cui avvengono, sono già consegnati alla storia.

Succede, ad esempio, quando riguardano un’autentica resurrezione, di un luogo che rappresenta per una comunità e un “popolo”, un punto di riferimento storico e morale. E’ per questo che oggi andremo indietro, con i nostri giornali, di …24 ore!

Quello di cui vogliamo parlare è la storia di un campo di calcio. Premetto immediatamente che non si tratta solo di una storia di tifo, che rischierebbe di svilire il significato di un articolo ospitato tanto lontano da dove nasce. Prima di tutto questa è una storia di sport e di un sogno che si realizza. La dimostrazione che anche nel calcio dei milioni e delle plusvalenze tanto vituperato (giustamente, per carità!), può esistere un angolo per i sentimenti.


Sigmund Freud, uno che di sogni se ne intendeva parecchio, disse che “I sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole.” Il nuovo giorno, il 24 di maggio, è forse tuttavia ancora meglio del meraviglioso sogno, e oltre a portare una bellissima e caldissima giornata di sole, porta la realizzazione di una opera dai più considerata, appunto, poco più che un miraggio.

Questa è la storia di un campo da calcio, dicevamo; di un piccolo stadio, che sorse 90 anni fa nella ancora desolata periferia torinese, oggi fitta di palazzi e costruzioni di varie epoche. Si chiama semplicemente “Campo Torino” di corso Filadelfia, ma tutti imparano presto a chiamarlo il Filadelfia, o più comunemente il 'Fila'.

La sua è una storia tanto straordinaria quanto sconosciuta, forse perché appartiene una squadra che non è, come si dice in gergo, di prima fascia. Viene costruito grazie allo sforzo economico dei soci e abbonati del Torino (che allora poi erano la stessa cosa), i quali mettono quello che possono in una raccolta di fondi che permette così alla società di costruirlo. In un’Italia in cui la Fiat 503 spider costa 15 mila lire e il pane una lira e mezzo al chilo, a una dozzina d’anni da quelle “mille lire al mese” che ti cambiano la vita, sono necessari due milioni e 500 mila lire per costruirlo (attualizzati, su per giù 2 milioni di euro).

Una splendida tribuna costruita completamente in legno e ghisa, in stile liberty. Una sola curva, peraltro rettilinea e composta di una ventina di gradini, ed una gradinata anche essa molto bassa. In questo piccolo gioiello giocherà tre volte la nazionale di Vittorio Pozzo (che al “Fila” era di casa, essendo “nato” nel Torino). Ma fu anche il “teatro delle gesta” di giocatori come il mitico Capitano azzurro Adolfo Baloncieri, il primo oriundo della storia Julio Libonatti, il modenesissimo Luciano Vezzani, o Gino Rossetti, il bomber della Nazionale. Ma anche il portiere Aldo Olivieri, campione del mondo nel 1938. E poi il Grande Torino di Valentino Mazzola e Gabetto. Con loro, il Toro rimase imbattuto in quello stadio per cento partite consecutive (quasi 90 vittorie!), per sei anni. Proprio su questo campo, durante un Italia Ungheria, nacque la famosa “zona Cesarini”, quella del gol all’ultimo minuto. Se ai più giovani questi nomi non dicono granché, possiamo aggiungere che sul prato del Fila giocarono anche Enzo Bearzot (che a fine carriera proprio lì cominciò la carriera di allenatore), il compianto Gigi Meroni, e Giorgio Ferrini. Ma anche Pulici, Graziani, Dossena, Junior, Lentini, Scifo, Martin Vazquez e altre centinaia ancora. Giocatori di nazionali straniere, idoli in patria che accettavano di allenarsi in uno stadio in cui gli spogliatoi erano riscaldati a legna, ed il magazziniere accendeva le stufe prima degli allenamenti. Condividendo gli spazi con alcuni pezzi dei rottami dell’aereo di Superga, anche una immensa ruota e un’elica attorcigliatasi per l’impatto. Portati lì, quei rottami, proprio perché tutti i giocatori, fossero campioni brasiliani o giovani della primavera, capissero che la maglia che indossavano non era e non poteva essere come le altre. Prendere o lasciare!  Portate lì perché si respirasse l’odore della storia. Quell’odore di legno, polvere e canfora che i giocatori che sono passati da quelle stanze sentono ancora distintamente nelle narici quando ne parlano. In quei corridoi bui e fatiscenti. Le pareti coperte da una infinita serie di scarpiere in legno, lasciati come quando a percorrerli erano giocatori con in testa la retina o la fascia per proteggersi dal cuoio dei palloni sulla fronte. Uno stadio in cui i celebrati divi del pallone, per entrare nel campo di allenamento dovevano passare in mezzo ai tifosi raggruppati nel piazzale, tra una pacca sulla spalla, un bonario rimprovero o una battuta in piemontese. Anche questo, quasi perché ricordassero sempre che era a loro che dovevano rispondere, al pubblico. Anche questo perché sapessero che l’unica cosa che li distingueva da chi rimaneva sugli spalti era (forse) qualche anno in meno ed una maglia sulle spalle. LA, maglia!.

Questo stadio, con tutto questo, fu abbandonato nel 1994 perché letteralmente pericolante. Quel calcio anche, era pericolante, e sarebbe crollato di lì a poco. Parzialmente abbattuto nel 1997 in fretta e furia, nonostante la tutela di edificio storico. Rimanendo a “pezzi e monconi” per vent’anni, in balia dei gatti randagi. Il tutto in attesa (o ostaggio, per meglio dire) di mirabolanti progetti di ristrutturazione che duravano il tempo di una campagna elettorale, poi archiviati come le promesse.

Poi, un giorno, un gruppo di tifosi, con molti più sogni in testa che denaro nelle tasche, decidono che quell’autentico Tempio del calcio deve rinascere, e decidono che vale la pena provare. Ci vorranno tanti anni e teste durissime. Tanto dure (e forse incoscienti) da non avere paura di affrontare l’incontro (o meglio lo scontro) con i temutissimi interessi economici. Ma soprattutto contro gli  altrettanto pericolosi disinteressi economici, forse ancor più deleteri. Vent’anni di battaglie indicibili, indescrivibili, spesso nel buio del disinteresse generale, anche dello stesso Torino Calcio. Con la perseveranza e la costanza, la goccia diventa onda e il sogno si realizza. Arrivano il denaro e i progetti. Lo stadio viene costruito nel giro di un anno, a dimostrazione che i problemi non stavano certo nella realizzazione del monumento, ma nella sua approvazione.

E quindi eccoci al 25 di maggio: il “Fila” viene riconsegnato alla città, ai tanti tifosi in tutto il mondo. Moderno, ma disegnato su quello stile. Giovane, ma con un sapore ed uno spirito antichissimo.

Non è grande come il Maracanà, ma è come se lo fosse perché dentro c’è la grandezza del Calcio, quello con la C maiuscola. Non ci sono le coppe ed i trofei che solo qualche centinaia di metri più lontano si fatica persino a contarli (in casa degli “odiati” cugini bianconeri), ma contiene la medaglia più brillante, quella della consapevolezza che lo sport, l’aggregazione e il calcio possono esser un’altra cosa rispetto a quello che sono diventati. Per questo dobbiamo prendere esempio ed essere grati a chi ha permesso questa resurrezione, che ci permette e ci offre la possibilità di rivivere i luoghi e le sensazioni di un calcio migliore. Il pensiero non può non correre ai fatti di casa nostra, trecento chilometri dal Fila che sembrano anni luce, se pensiamo alla penosa ed umiliante querelle giocata anche sullo stadio Braglia, questione che odora tanto di muffa e di disperazione…

Mirko Ballotta



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