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'Anticorpi? Emilia scese a patti con le mafie'

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Il vicepresidente della Commissione Antimafia: «Quando ci si è accorti del problema era troppo tardi»


'Anticorpi? Emilia scese a patti con le mafie'

Dopo le parole di Stefano Vaccari e Carlo Giovanardi sulla mafia in Emilia (i due senatori sostengono la nostra regione «abbia gli anticorpi » e sia «sana» come afferma il procuratore di Bologna Amato), la scorsa estate Prima Pagina intervistò il vicepresidente della stessa commissione Antimafia Luigi Gaetti, il vice-Bindi, allora come oggi.

Senatore, concorda con la visione del procuratore di Bologna, sostenuta da diversi rappresentanti della politica e dell’economia locale, secondo cui il processo Aemilia è la prova che laregione ha gli anticorpi giusti per reagire alle infiltrazioni mafiose? «Certamente non è così. Se avesse avuto gli anticorpi avrebbe riconosciuto per tempo il problema e non avrebbe permesso alla mafia di inserirsi nell\\\'economia come invece è stato in misura tanto profonda».

E come è andata dunque? «L'economia locale si è servita delle associazioni mafiose per anni: ha comprato sabbia aminor costo, lavoro a minor costo, attrezzature e materiali che hanno alimentato il mercato immobiliare cresciuto a dismisura. Gli imprenditori e l’intera economia emiliano romagnola, ma è un problema che riguarda gran parte del nord, è scesa a patti con questo tipo di entità creando con le mafie un rapporto economico stretto. Poi quando ci si è accorti di quanto questo rapporto fosse stretto era troppo tardi: quando ci si voleva sganciare la bolla immobiliare stava per scoppiare non ci si è più riusciti».

Eppure pochi imprenditori si definirebbero legati a quel sistema… «E' una mafia con i colletti bianchi, non bisogna fare confusione con idee superate relativamente alla malavita organizzata…»

Intende che non è il mafioso con la lupara a trattare con l’imprenditore. «Intendo questo ma anche di più. La mafia tradizionale, quella che ricatta, minaccia e chiede il pizzo, in Emilia Romagna, si rapportava esclusivamente con le ‘pro pr i e’ aziende cioè con quelle realtà imprenditoriali che si trovano sul territorio, ma che arrivano da zone tipiche in mano alla ‘ndrangheta».

Come la zona di Cutro? «Esatto. Solo ai conterranei veniva chiesto il pizzo, o si agiva con metodi tradizionali tra cui estorsioni e minacce. Con la componente emiliana la mafia è scesa a patti: hanno proposto affari, tanti ci hanno fatto i soldi e gli onesti sono falliti…»

Un esempio? «Un esempio è la ghiaia per le costruzioni. Le ditte ‘mafio - se’ o coinvolte in giri mafiosi, riuscivano ad offrirla a prezzi molto inferiori dei trasportatori tradizionali. Lo facevano perché non rispettavano le regole, sulla quantità di ghiaia per camion, sulle ore di lavoro per ogni dipendente. Ma i costruttori del nord quella ghiaia la acquistavano, eccome. Nessuno li obbligava, semplicemente era conveniente».

Ed ecco le infiltrazioni divenute pregnanti di cui parla il rapporto della Dia… «Esatto. La società emiliana non conoscendo il problema mafie da un lato si è lasciata convincere ad avere rapporti economici sottoprezzo e d al l’altro non si è mai preoccupata troppo della provenienza dei materiali proposti, né di tutto il tema dello smaltimento rifiuti affidato, in molti casi, ad un sistema che permetteva di risparmiare, ma che utilizzava vie illegali».

Nelle relazioni più recenti sul fenomeno mafie si parla di tre diversi livelli di azione, quali sono? «Il primo livello è quello tradizionale che conosciamo tutti, che con metodi violenti gestisce mercati illegali. Il secondo è la masso-mafia, cioè quel rapporto stretto dalla malavita organizzata con la massoneria e poi c'è la mafia, tipica del nord, che si manifesta solo attraverso la corruzione, ma senza esercitare la minima violenza».

Ci spieghi meglio... «Se lei sa che io vengo da Cutro e che sono un delinquente e io, senza minimamente agire pressioni, le offro di comprare qualcosa ad un prezzo più basso del normale e lei lo acquista, ecco che da quel momento ci lega un rapporto economico, dietro al quale vive il sistema mafioso. Non ci sono state pressioni, ma la mafia c’è comunque. Perché io, il mio bagaglio economico me lo sono costruito in un ambiente impregnato di ‘ndrangheta e mi porto dietro una storia che lei, in parte accetta di condividere, facendo affari con me».

Una connivenza economica, quindi. «C'è stata una forte sottovalutazione dell'Emilia romagna sul fenomeno mafie, per anni, ma si è trattato di una sottovalutazione redditizia e compiaciuta».

E oggi le cose sono cambiate ? «Non abbastanza. Il fatto di continuare a negare una forte presenza delle mafie sui territori dimostra ulteriormente che non c'è la voglia, fino in fondo, di superare il problema. E’ un po’ come quando uno nega di avere un tumore e dunque non si cura».

Parla dei professionisti? «Sì, c'è ancora una parte consistente di professionisti che con questo sistema ha rapporti redditizi. Prova ne sia che molto spesso proprio i professionisti non denunciano: non denunciano né passaggi sospetti di denaro, né palesi conflitti di interesse che toccano anche le amministrazioni pubbliche. C'è una difficoltà della classe dirigente a staccarsi e cambiare pagina, perché cambiare pagina significa concorrere sul mercato con professionalità».

E la politica? «Stesso discorso, visto che la componente economica fa riferimento alla politica. Io, ditta, voglio che tu, decisore politico, mi dia un lavoro, con un appalto pubblico. Io guadagno e, in cambio, ti do il mio consenso. Molti politici sono corrotti non perchè prendono denaro, ma perchè vogliono il potere e hanno bisogno del consenso».  

Alessia Pedrielli



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