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Davide e l’amico che non c’è più

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La Modena invisibile


Davide e l’amico che non c’è più

Una mail e una telefonata in redazione: una signora ci chiede di parlare con un amico che da anni vive in strada. Di incontrarlo, perchè anche lui vorrebbe raccontare la sua storia, «come hanno fatto Nello, Andrea, Nicolaus, i due cugini romeni...» L’appuntamento è alle otto di sera all’inizio di via Gallucci, davanti a una birreria. Arriviamo e ci guardiamo intorno. Non c’è nessuno che abbia l’aspetto di un clochard. Dopo qualche istante una donna e un uomo seduti davanti a un portone vedono il fotografo e si avvicinano. Davide Chiarolanza, 51anni, divorziato con una figlia di 19 anni, due fratelli e una sorella. Nato e cresciuto a Modena, fino alla fine degli anni‘90 ha lavorato come metalmeccanico, poi la morte di entrambi i genitori, la perdita dell’impiego, i problemi con l’alcol.

Da 10anni vive in strada, aiutato da un prete e da qualche negoziante.


Nulla in lui a prima vista lascia presupporre una esistenza da clochard. La barba fatta di recente, le mani curate, il cappello e l’orecchino argentato, i vestiti semplici ma puliti. Solo uno zainetto sgualcito tradisce il tanto tempo passato all’aperto. Facciamo notare quella che, con un certo pregiudizio, appare come una anomalia. Davide sorride, lo prende come un complimento. «D’estate dormo all’aperto, dove capita, spesso sulla panchina davanti alla gelateria di corso Canalgrande - spiega-. D’inverno è diverso: serve un luogo coperto, a volte ho passato la notte nell’ingresso di qualche banca».

Non chiede soldi in strada. Si limita a frequentare la chiesa di San Pietro, conosce il parroco che lo aiuta e conserva per lui la valigia, l’unica cosa che possiede insieme allo zaino e a una bicicletta («ce l’ho da tre anni non me l’hanno ancora rubata, sono fortunato»). Ogni tanto qualche fedele gli lascia qualcosa. Anche per il cibo si arrangia(«una rosticceria mi lascia un piatto al giorno per un euro»), mentre un amico medico gli garantisce le cure e i controlli minimi, necessari da quando è stato colpito da un ictus. Per la cura personale ogni mattina sfrutta i bagni dei supermercati: «bisogna fare in fretta ma nei servizi dedicati ai disabili è possibile lavarsi a pezzi e farsi la barba». Una rete fatta di pochi amici quella che sostiene Davide e che di fatto sostituisce i servizi sociali, dai quali è ben conosciuto :era il 1999 quando fece il primo ‘accesso’. «Per qualche tempo sono stato seguito dai servizi- conferma -. Ho anche vissuto nella comunità di via Pergolesi, ma poi ho rifiutatole terapie e sono tornato in strada». Regole rigide, principalmente legate alla dipendenza da alcol e che Davide non è riuscito a rispettare. Tanti i progetti di lavoro iniziati e poi abbandonati. E il prezzo che paga ora è alto. «Non ho la pensione perchè non ho finito le procedure per la richiesta di invalidità e nemmeno i buoni pasto spiega il 51enne -. Ma questo non sarebbe un problema. Il vero problema è trovare un tetto sotto il quale dormire d’inverno».

«Ora che sono solo sono sicuro che se passerò un altro inverno per strada morirò» - aggiunge. Non c’è autocommiserazione nelle sue parole. E’ una presa d’atto, peraltro accompagnata da un sorriso. Una consapevolezza che nasce dalla recente perdita di un amico che per anni – per strada- ha condiviso con lui ogni cosa. Sono passati meno di due mesi da quando è morto Silvano. Modenese doc, 52anni, clochard da tempo, nonostante i ripetuti tentativi di recupero nella comunità Torre Muzadivia Pergolesi, Silvano è morto in ospedale per legionella il 27 giugno («il giorno del compleanno di mia figlia» - dice Davide). Il borsone in cui conservava i ricordi di una vita è stato perso in ospedale: il Comune ha provveduto a pagare la cassa e un loculo a San Cataldo.

Scriveva poesie Silvano, ma Davide lo ricorda perla sua generosità: «aiutava a leggere e scrivere gli stranieri per strada e appena aveva qualcosa da mangiare o da bere lo condivideva».

Quello che più manca a chi vive senza una casa è la presenza di un compagno di viaggio. Silvano lo era per Davide e viceversa: d’inverno cercavano un riparo insieme, condividevano la birra o il tè caldo distribuito dai Cityangels, insieme «se proprio non c’era alternativa» andavano accompagnati dai militari («sempre gentili») alla stazione dei treni dove il Comune aveva organizzato il servizio emergenza-freddo, «nonostante di notte fossero chiusi i bagni». Passavano insieme i pomeriggi a leggere alla Delfini e la sera accendevano il ‘fornello’, uno strumento artigianale per scaldarsi «fatto con una scatola di tonno, un po’d’olio e un pezzo di carta arrotolata usata come stoppino». E se uno si sentiva male, l’altro chiamava l’ambulanza e cercava di difendere l’amico dall’accusa di voler solo passare la notte al caldo, al Pronto soccorso.

Adesso Davide è solo e il futuro improvvisamente fa paura: «L’inverno fuori proprio non posso passarlo quest’anno»- ripete e questa voltan on c’è ironia nella voce. Ma subito dopo il rifiuto all’aiuto ‘istituzionalizzato’, alle ‘regole’: «Ma aPorta Aperta non ci vado». Da fuori, per chi ascolta e sfiora per qualche attimo quella vita, viene banalmente da chiedersi: ‘perchè? Perchè no’. Ma è una domanda sbagliata e soprattutto inutile. Sono ormai le nove di sera. La birreria è stracolma di persone, Davide ha davanti a sè una bottiglia vuota comprata in qualche market, è in silenzio e gioca con un pacchetto di sigarette. Entriamo col fotografo nel locale e usciamo con tre birre medie. Una a testa. Pensiamo ai problemi di Davide con l’alcol, ma poi ci giustifichiamo: ne troverebbe comunque un’altra.

E’ sbagliato, ma è anche difficile dire cosa è giusto. Beviamo insieme davanti al portone. «Potremmo sederci su una panchina dice- ma l’unica che c’era l’hanno tolta. Per evitare che la notte qualcuno la usi per dormire». E per un attimo ogni confine appare posticcio e «l’ultimo inverno» risuona come un’angosciante campana.

Giuseppe Leonelli



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Giuseppe Leonelli
Giuseppe Leonelli

Direttore responsabile della Pressa.it.
Nato a Pavullo nel 1980, ha collaborato alla Gazzetta di Modena e lavorato al Resto del Carlino nelle redazioni di Modena e Rimini. E' stato ..   Continua >>


 
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