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Le ragioni dell'Emozione

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Lo sviluppo delle capacità di regolazione emozionale nell’età infantile è direttamente collegato allo sviluppo di una maggiore capacità immaginativa


Le ragioni dell'Emozione
Continua la rubrica de La Pressa A Cura di, realizzata dal gruppo di medici e operatori sanitari del Poliambulatorio Fisio Line di Modena.

Siamo nel 1966, nella Università del North Carolina, quando Stuart Valins mostrò ad un gruppo di studenti universitari (tutti maschi) una serie di nudi femminili. Mentre guardavano le foto, ciascuno di loro udiva il suono amplificato di un battito cardiaco credendolo proprio; in realtà si trattava di un congegno di registrazione messo a punto per udire un battito cardiaco più forte al passaggio solo di alcune foto. Fu chiesto poi a ciascun studente quale ritratto avesse giudicato più attraente. Coloro che avevano udito il battito cardiaco a toni più alti, avevano anche giudicato più belle le diapositive associate al “batticuore”, credendo propria l’emozione. Fu chiamato “Effetto Valins” e definì il concetto di “errata attribuzione” sottolineando quanta poca garanzia vi sia che riusciamo ad interpretare sempre correttamente le nostre emozioni.

Qualche anno più tardi, altri ipotizzarono quanto fosse più probabile “amare” qualcuno tanto più era in grado di stimolare da un punto di vista emotivo e questo sembrava potesse accadere anche quando rabbia, frustrazione o rifiuto entrano a far parte dell’insieme delle emozioni provate. Quanto scritto sopra non apparve così inverosimile come poteva sembrare: in uno studio del 1974, infatti, alla British Columbia University di Vancouver, Donald Dutton e Arthur Aron idearono uno studio in cui furono intervistati da una donna, alcuni uomini al parco. L’impalcatura dell’esperimento prevedeva che alcuni di essi si trovassero su un ponte sospeso e oscillante alto circa 70 metri sopra un fiume, mentre i restanti partecipavano all’esperimento su un ponte solido di legno, ad appena 3 metri da terra. Al termine dell’intervista la psicologa diede a tutti i partecipanti il suo numero di telefono, in modo che “potessero scoprire” i risultati dello studio; ma gli uomini sul ponte sospeso e oscillante erano molto più propensi a chiamare la “signora del parco” rispetto agli altri partecipanti. Si ipotizzò che quanto accaduto dipendesse dall’aver erroneamente attribuito l’intensa attivazione fisiologica ad un’attrazione nei confronti della psicologa.

Molti altri studi nel corso degli anni hanno indicato quanto le emozioni siano il sostegno al processo di adattamento dell’individuo all’ambiente; quanto la regolazione emotiva sia rilevante per la salute, sia come fattore che favorisce la malattia nel caso di una regolazione inadeguata o, viceversa, come fattore preventivo; non per ultimo, quanto la qualità delle nostre relazioni interpersonali dipenda in larga misura dai processi di regolazione emozionale. Vi siete mai sentiti furiosi con una persona cara in pubblico? In circostanze del genere si è portati a reprimere le manifestazioni delle emozioni. Tuttavia, questo richiede un enorme sforzo cognitivo che può andare a detrimento del pensiero e della memoria date le numerose energie che vengono dedicate all’autocontrollo. Prestare attenzione alle emozioni negative che si provano ha un enorme vantaggio, vantaggio che è evolutivamente conquistato: gli stati emotivi che proviamo ci aiutano a valutare più chiaramente ciò che è positivo e più adatto a noi, con una maggiore capacità di prendere decisioni.

Non riuscire a comunicare i nostri stati emotivi e non saper verbalizzare le proprie emozioni può essere collegato ad una vera e propria impossibilità di elaborazione e di costruzione di un “proprio mondo interno”. Il termine Alessitimia (letteralmente emozione senza parola, dal greco a, assenza, lexis, linguaggio, thymos, emozione) secondo quella che è la definizione di Nemiah e Sifneos (1973) due psicanalisti di Boston, indica l’incapacità che alcuni individui mostrano nel descrivere i propri sentimenti spesso accompagnata anche da una scarsa attività immaginativa e fantastica. La “forma del linguaggio” corrispettivo della “forma del pensiero”, tende ad essere privo di intensità emotiva, mancando i riferimenti a vissuti interiori, desideri, paure e sentimenti. Anche l’attività onirica è scarsa, con sogni semplici, poco simbolici.

E’ stato sottolineato come nell’età infantile, lo sviluppo delle capacità di elaborazione e regolazione emozionale sia parallelamente collegata allo sviluppo di una maggiore capacità immaginativa con un miglioramento delle relazioni. Robert Lee Frost scriveva: La poesia è quando un’emozione ha trovato il suo pensiero e il pensiero ha trovato le sue parole.

Se vi fa piacere potete spedire le vostre esperienze, i vostri pensieri o commenti nella “cassetta delle lettere” all’indirizzo vera.vaccari@outlook.it

Vera Vaccari

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Redazione La Pressa
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