Il loro destino era segnato, la loro fine prevedeva o l'uccisione oppure l'espulsione dalla città.
Il 10 Marzo 1302 Dante, bandito da Firenze, lasciò la città e non vi rimise più piede, morendo a Ravenna nel 1321. Secondo gli storici, il 17 febbraio 1302, Dante ricevette una prima condanna per corruzione nell'esercizio di funzioni pubbliche: una accusa infondata che il Poeta respinse con forza.
Il 10 Marzo dello stesso anno venne emessa una nuova sentenza ai danni di Dante, che rese l'esilio da Firenze inevitabile. Dopo aver soggiornato in diverse città d'Italia, tra il 1318 e il 1320 si trasferì a Ravenna dove fu accolto con benevolenza e ammirazione.
Attraverso l'esperienza dell'esilio, Dante riuscì a capire a fondo la metafora biblica secondo cui tutta l'umanità è in esilio da quando ha lasciato il Paradiso Terrestre e ha dovuto vivere lontana da Dio. Solo seguendo e camminando per la 'diritta via' è possibile compiere un percorso che riporta alla casa del Padre: patria di ogni uomo.
Per Dante Alighieri la vita è come un esilio da Dio; si possono perciò capire meglio anche le immagini all'inizio della Divina Commedia: 'Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / che la diritta via era smarrita'.
Dante inserisce proprio l'immagine della vita come un cammino e sostituisce l'aggettivo possessivo singolare con il plurale 'nostra'. Si deduce pertanto che la vicenda raccontata, non è solo individuale di Dante Alighieri, ma ha un significato più generale. Dante Alighieri, come uomo in esilio da Dio nella vita terrena, è un uomo qualunque, impegnato come ognuno di noi nel viaggio di ritorno nella casa sua vicino a Dio.



