Il cambio di rotta della Polonia specchio della solitudine di Zelensky
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Il cambio di rotta della Polonia specchio della solitudine di Zelensky

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Varsavia, autoproclamatasi come la principale alleata degli USA in Europa, forse si è fatta tramite di un messaggio che proviene d’oltreoceano


Il cambio di rotta della Polonia specchio della solitudine di Zelensky
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Con il sanguinoso fallimento della tanto decantata controffensiva, sul cielo dei palazzi del potere a Kiev si stanno addensando nubi nerissime che non promettono nulla di buono per il futuro. La crescente insoddisfazione degli alleati occidentali per la mancanza di risultati sul campo di battaglia e per le prospettive tutt’altro che positive di una guerra fin qui costata molte decine di miliardi di dollari, si è improvvisamente manifestata in questi giorni con il clamoroso voltafaccia della Polonia, il paese europeo che per un anno e mezzo ha dimostrato più di ogni altro il proprio intransigente sostegno allo sforzo bellico dell’Ucraina. Oltre a ospitare un milione e mezzo di profughi e ad aver fornito aiuti militari ed economici per miliardi di dollari, la Polonia è ancora oggi il principale hub logistico per il trasferimento di armi e merci all’Ucraina.

L’amicizia tra i due paesi sembrava davvero “senza limiti”, al punto che nell’aprile 2023 il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il suo omologo polacco Andrzej Duda avevano annunciato a Varsavia che Polonia e Ucraina erano sul punto di firmare un “accordo strategico”, il cui obiettivo era di costruire “una comunità di due popoli vicini e fraterni”, divisi solo da un confine “in senso politico”.

A distanza di soli sei mesi, l’armonia sembra dissolta e Polonia e Ucraina assomigliano sempre più due ex amanti che fanno volare in piazza gli stracci della loro relazione fallita. Il casus belli è stato il rinnovo dell’embargo del grano ucraino, annunciato alcune settimane fa dalla Polonia congiuntamente ad altri paesi dell’Europa orientale come Ungheria e Slovacchia. Con grande savoir faire, l’Ucraina, per nulla memore di tutti i doni ricevuti, ha reagito denunciando tutti e tre i paesi al World Trade Organization (WTO), poiché violerebbero i loro obblighi internazionali del libero commercio.

Alla mossa improvvida di Kiev, Duda ha replicato con inusitata durezza paragonando addirittura l’Ucraina a un naufrago “in procinto di annegare” e pertanto molto pericoloso “perché può trascinarti a fondo con lui”. A rendere ancora più esplicito il concetto ci ha pensato il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, dichiarando che d’ora in poi Varsavia non fornirà più armi all’Ucraina e penserà solo a rafforzare le proprie forze armate in vista di un futuro showdown con la Russia. Un pessimo campanello d’allarme per di Kiev, che nel corso del conflitto ha ricevuto da Varsavia centinaia di mezzi tra carri armati T72 e PT91 Twardy, caccia Mig-29 e elicotteri Mi-24 di produzione sovietica.

Anche se la durezza dei toni può essere in parte attribuita al clima elettorale e alla necessità dei politici polacchi di accreditarsi presso la lobby dei produttori agricoli e più in generale presso un’opinione pubblica stanca del pesante prezzo che sta pagando alla crisi economica indotta dalla guerra, non v’è dubbio che se il principale alleato di Kiev in Europa assume queste posizioni significa che il clima di entusiastico sostegno verso Zelensky stia profondamente cambiando, parallelamente al crescente scetticismo sulle possibilità di vittoria militare contro la Russia.

Inoltre, è assai verosimile che Varsavia, autoproclamatasi come la principale alleata degli USA in Europa, si sia fatta tramite di un messaggio che proviene d’oltreoceano, e che si può tradurre così: “il sostegno economico e bellico occidentale fin qui illimitato non può continuare agli stessi livelli anche in futuro, e se Kiev non è in grado di prevalere sul campo di battaglia deve trovare un exit strategy politica e diplomatica”. Peccato che per il presidente ucraino e per il gruppo di potere intorno a lui questa prospettiva semplicemente non esista: per loro l’unico orizzonte è e continuerà a essere quello di “victoria o muerte”.

La preoccupante perdita del senso della realtà di Zelensky si è ulteriormente manifestata nel suo intervento di pochi giorni fa davanti all’Assemblea generale dell’ONU: oltre a riproporre pedissequamente il suo irrealizzabile piano di pace in dieci punti, che in sostanza contempla il completo ritiro della Russia da tutti i territori “occupati”, ha voluto gettare nuova benzina sul fuoco con i suoi (ormai ex) alleati, definendo le prese di posizione dei governanti polacchi un “teatrino politico”. Non c’è quindi da stupirsi che la replica del ministro degli esteri di Varsavia Zbigniew Rau sia suonata quasi come una pietra tombale sul passato idillio: l’attuale politica di Kiev è “dannosa, dolorosa e offensiva” e sta portando “a un profondo ripensamento della coscienza polacca riguardo all’Ucraina”, tanto che sarà necessario un “lavoro titanico” per ripristinare la fiducia tra i due paesi.

Anche l’accoglienza che l’assemblea ONU ha riservato a Zelensky non è stata proprio trionfale, se la tv ucraina è stata costretta a “taroccare” le immagini per coprire i molti posti vuoti in platea durante il suo intervento. Un altro calice amaro il presidente ucraino ha dovuto ingoiarlo quando il presidente della Camera Kevin McCarthy gli ha impedito di parlare davanti al Congresso USA riunito in seduta congiunta. La standing ovation di due minuti che i parlamentari in piedi gli avevano riservato nel dicembre 2022 pare ormai solo un lontano e probabilmente irripetibile ricordo, come le linee di credito senza limiti del governo americano. I senatori repubblicani si stanno opponendo a ulteriori tranche di finanziamento all’Ucraina, facendo chiaramente capire al presidente ucraino che agli americani non piacciono i loser, soprattutto quando costano così cari.

Nel riceverlo alla Casa Bianca, Biden ha annunciato un nuovo stanziamento a favore di Kiev di 325 milioni di dollari, un’inezia di fronte ai 110 miliardi spesi fin qui; qualche carro Abrams arriverà dagli USA nelle prossime settimane, ma (per ora) nessun missile ATACMS, così come la Germania si è rifiutata (per ora) di spedire gli agognati missili Taurus, né dalla Polonia (per certo) verranno i promessi carri Leopard. Per gli aerei F16 i tempi si allungano: forse nel 2024 o forse nel 2025, nel frattempo i piloti ucraini sono stati mandati a scuola a imparare l’inglese.

Nella questua di soldi e armi a Washington, già tanto tanto ricca in passato, Zelensky ha raccattato solo un pò di argent de poche, e così l’ex comico reinventatosi salvatore della patria, che fino a qualche mese orsono affermava con baldanza che avrebbe sbaragliato i russi e trascorso le ferie estive in Crimea, per la prima volta è stato costretto a implorare l’aiuto degli alleati, poichè senza il loro sostegno “la guerra è persa”. Pure il capo dell’intelligence Kirill Budanov, il quale durante l’estate ancora sproloquiava di travolgenti vittorie, ha ammesso che il conflitto in Ucraina “non finirà con una parata ucraina a Mosca”. Per fargli realizzare che l’Ucraina dipende completamente dall’aiuto di “attori esterni”, mentre la Russia “dipende da sè stessa”, sono occorsi venti mesi di guerra, centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Per risollevare un po' il morale, Zelensky è volato in Canada dove il primo ministro Justin Trudeau lo ha accolto con tutti gli onori. Peccato che l’accoglienza trionfale del parlamento canadese si sia trasformata in un imbarazzante boomerang a livello planetario, quando i parlamentari in piedi si sono spellati le mani nell’applaudire il novantottenne Yaroslav Hunka, volontario nella 14. Waffen-Grenadier division “Galizien”delle SS, presentato come “eroe ucraino ed eroe canadese”, mentre su un lato dell’aula campeggiava la scritta “Slava Gerojam”, motto dell’OUN, l’organizzazione filonazista ucraina di Stepan Bandera.

Pur di esaltare i “partigiani” della “Resistenza antirussa” l’occidente malato non esista a riciclare i “buoni nazisti” vecchi e nuovi: nel complice mutismo dell’ANPI nostrana, anche la città di Milano, medaglia d’oro della Resistenza, nelle settimane scorse ha voluto esaltare con una mostra gli “eroi” del reggimento Azov, in cui campeggiava in copertina la faccia volitiva del comandante Denys Prokopenko, fulgido esemplare di nazista, antisemita e suprematista bianco.

Se la Polonia sta chiudendo la porta in faccia a Zelennsky, un altro paese dell’est si appresta a farlo: nelle elezioni in Slovacchia del prossimo 30 settembre tutti i sondaggi pronosticano la vittoria di Robert Fico, il quale ha già annunciato che, una volta eletto, si opporrà a nuovi aiuti europei a Kiev, sostenendo che la Slovacchia ha già pagato un prezzo economico troppo alto a questa guerra. Fico appartiene al partito socialista europeo e non si può neppure accusare di essere un “populista di destra”, come Viktor Orban che da mesi da sempre ostile a Kiev alla sua suicida volontà di combattere contro la Russia fino “all’ultimo ucraino”.

Del resto, Polonia, Ungheria e Slovacchia sono i tre stati confinanti avere subito mutilazioni territoriali a favore dell’Ucraina dopo la seconda guerra mondiale, una circostanza forse non estranea al loro cambiamento di umore. Varsavia nel 2016 ha dichiarato “genocidio” i massacri compiuti nel 1943 dall’OUN ai danni della popolazione polacca della Volinia e della Galizia, mentre Orban ha più volte dichiarato di volere proteggere i diritti della minoranza ungherese della Transcarpazia ucraina, facendo capire tra le righe che, nel caso, sarebbe pronto anche a intervenire per proteggerla. E’ legittimo dunque chiedersi cosa accadrebbe ai confini occidentali dell’Ucraina in caso di un suo collasso militare e istituzionale.

Nella guerra di attrito che sta ingoiando crescenti quantità di uomini e mezzi, Kiev nel medio periodo rischia l’implosione per esaurimento delle risorse umane e materiali e un conseguente collasso alla “jugoslava”, che per i governi occidentali rappresenterebbe un vero e proprio incubo. Per questo motivo, nelle cancellerie dei paesi della NATO in molti auspicano che, con il progredire dell’autunno e l’esaurimento naturale della controffensiva ucraina, il fronte si cristallizzi lungo una linea di cessate il fuoco de facto. Uno scenario alla “coreana”, che consentirebbe di congelare il conflitto e rinviarne la definitiva soluzione a tempi migliori o forse alle calende greche.

Le pressioni in questa direzione si stanno intensificando ma, giunti a questo punto, solo staccando la spina dell’enorme flusso di armi e denaro occidentale a Kiev e sostituendo in corsa i governanti dei palazzi di Bankova sarebbe possibile ricondurre l’Ucraina a più ragionevoli consigli.

Tuttavia, sulla cessazione delle ostilità dovrebbe convenire anche Mosca e non pare proprio che al Cremlino siano disposti a farsi coinvolgere in stratagemmi che servono solo a prendere tempo e fare marcire i problemi sotto il tappeto. Il ministro degli esteri Sergei Lavrov ha gelato senza appello lo scenario “coreano”: i russi sono favorevoli alle trattative ma non “a un cessate il fuoco” e tantomeno a “promesse di ritiro”. Dopo essere stati gabbati dall’occidente per anni con gli accordi di Kiev, mai attuati, non intendono farsi gabbare una seconda volta. Se USA e NATO sono pronti a trattare sul serio bene, altrimenti, ha ribadito Lavrov, “il conflitto si risolverà sul campo di battaglia”.

Giovanni Fantozzi

Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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