Al di là della inevitabile condanna verso la radicalizzazione religiosa che può sfociare nell'orrore del terrorismo, il non detto di questa vicenda è la 'guerra di religione' che sottende il dibattito.
Eppure vale la pena ricordare un dato di realtà che spesso sfugge al dibattito pubblico. A Modena, come in gran parte d'Italia, cristiani e musulmani convivono ogni giorno senza particolari difficoltà. Si incontrano nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri, nelle associazioni sportive. Nelle stanze di ospedale dialogano e uniscono le loro preghiere verso un Dio comune, nei pensieri ben più grande dei riti coi quali vi si approccia. Condividono problemi concreti, speranze per i figli, preoccupazioni economiche e desiderio di vivere in pace.
Il dialogo interreligioso, nella vita quotidiana delle persone comuni, è molto meno complicato di quanto appaia nelle polemiche politiche: non perché le differenze non esistano, ma perché la maggior parte delle persone le affronta con rispetto reciproco e curiosità.
Per questo sarebbe un errore considerare sbagliata in sé l'idea di promuovere incontri tra culture e fedi diverse, tanto più in nome della Pace: conoscersi è quasi sempre meglio che ignorarsi e costruire ponti è quasi sempre preferibile all'innalzare muri.
Tuttavia, proprio chi crede nel dialogo deve avere la lucidità di riconoscerne i limiti e le condizioni. Il confronto autentico non può trasformarsi in indulgenza verso posizioni estremiste, né in una rinuncia ai principi fondamentali della democrazia e della convivenza civile. Dialogare non significa chiudere gli occhi e - vista la delicatezza del tema - occorre il più possibile evitare ingenuità e scivoloni come quello di mercoledì. E' ovvio che quando il sindaco Mezzetti afferma che non era a conoscenza l'identità dell'accompagnatore del giornalista Wael Al Dadouh (nella foto) è sincero, ma la prudenza avrebbe imposto una verifica a monte.
Non è accaduto e questo deve essere da monito per il futuro. Del resto bene ha fatto a posteriori il primo cittadino a prendere le distanze da strumentalizzazioni invitando a scusarsi con le famiglie.
Perchè il nodo della questione resta intatto e leggerezze simili non devono comprometterlo: occorre distinguere con chiarezza tra la grande maggioranza dei musulmani che vive la propria fede nel rispetto delle leggi e delle istituzioni e quelle minoranze che, in nome della religione, alimentano fanatismi, intolleranza o persino violenza.
Lo stesso principio vale per ogni forma di estremismo, qualunque sia la matrice religiosa, politica o ideologica. La fermezza contro le radicalizzazioni non è il contrario del dialogo; ne è il presupposto.
Per questo, di fronte alle vicende di questi giorni, sarebbe utile evitare sia la tentazione dell'allarmismo sia quella della minimizzazione. Se vi sono stati errori organizzativi, andranno chiariti. Se emergessero responsabilità, dovranno essere accertate. Ma sarebbe altrettanto sbagliato usare un episodio controverso per mettere sotto accusa un'intera comunità religiosa o per delegittimare ogni iniziativa di dialogo.
La vera sfida nell'amministrare la città non è scegliere tra apertura e sicurezza. È riuscire a tenere insieme entrambe. Accogliere senza essere ingenui, costruire relazioni senza arretrare nella difesa dei valori democratici. È una strada stretta, ma è anche l'unica che consenta di costruire una convivenza vera.
Eli Gold



