Al complesso San Paolo - nella splendida cornice del Buk di Francesco Zarzana - Giuseppe Leonelli e Massimo Mezzetti hanno preso l’Elogio della tracotanza e lo hanno trasfigurato. Una conversazione alta e soprattutto vera. Di quelle che un’ora sembra durare dieci minuti.
Nel libro di Leonelli c’è tutto — e lui stesso dice che ci ha messo tutto quello che sa, anche se non è vero: il limite, la paura, la sconfitta, il potere, la disobbedienza. Il diritto di cercarsi senza chiedere permesso. E c’è quella parola scomoda: tracotanza.
Che a Mezzetti, per formazione culturale e politica, non piace. E non lo manda a dire. Tracotanza suona male: arroganza, superbia, prepotenza. Il vizio di chi si crede sopra agli altri. La malattia del potente, non la virtù dell’uomo libero. Ma Leonelli la legge diversamente: non è la tracotanza di chi schiaccia, ma quella di chi non accetta più di vivere dentro un limite deciso da altri. Non è l’arroganza del comando, ma la disobbedienza morale contro il conformismo.
E da lì l’incontro cambia passo. Parte la cronaca già raccontata benissimo su queste colonne: il congresso dei DS del 2001 perso da Mezzetti - una manata di voti su 42'000 tesserati, contro i 4’200 di oggi del PD - il patto rifiutato con i poteri economici, la promessa alla moglie di chiudere nel 2029 l’avventura istituzionale. Ma stavolta è solo il meno.
C’è Leonelli, un giornalista che può piacere o irritare, ma che conserva un primato raro: non usa argomenti nei quali non crede. Non scrive per procura. Non presta la penna al potente di turno. Cerca la verità, anche quando è scomoda. Anche quando non porta amici nuovi e fa perdere i vecchi. Anche quando lascia più critiche che applausi. È la sua tracotanza: non accettare che la convenienza diventi metodo.
E c’è Mezzetti, che per un’ora ha mostrato una libertà vera. Non quella dichiarata nei comunicati, non quella imbalsamata dei profili istituzionali. Ha parlato del potere, dell’uscita di scena, dei salotti che cooptano, dei mondi economici che offrono protezione in cambio di docilità. Ha raccontato i suoi no. E ha mostrato che la politica può ancora essere una cosa seria quando non diventa amministrazione dell’esistente.
Qualche stoccatina a Muzzarelli c’è stata, ci stava.
E allora sì, domenica mattina al San Paolo la tracotanza ha avuto un senso preciso: non offendere, non dominare, non mettersi sopra. Ma andare oltre quelle Colonne d’Ercole rappresentate dal conformismo. Uscire dal recinto. Leonelli la teorizza, Mezzetti la incarna. Due uomini diversi, due storie diverse, due strumenti diversi. Ma la stessa allergia al quieto essere.
Magath

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