Una sconfitta rumorosa, difficilmente riducibile al merito tecnico del quesito referendario sulla giustizia. Il voto che ha respinto la riforma sostenuta dal Governo guidato da Giorgia Meloni racconta infatti molto di più di una semplice divergenza sul contenuto: è stato, soprattutto, un giudizio politico.
E dire che i presupposti per un esito diverso c’erano tutti.
Nei mesi scorsi, i primi sondaggi avevano fotografato un Paese in larga parte favorevole all’impianto della riforma Nordio. Un consenso trasversale, non ideologico, che sembrava poggiare su una percezione diffusa: la necessità di intervenire su un sistema giudiziario ritenuto da molti migliorabile. Il merito, insomma, non appariva il vero terreno di scontro.
Poi, però, qualcosa è cambiato. Settimana dopo settimana, il referendum si è trasformato in altro. Il dibattito si è progressivamente spostato dal contenuto al contenitore, dal “cosa” al “chi”. E alla fine gli elettori si sono trovati davanti a una scelta che non riguardava più soltanto la riforma, ma il Governo nel suo complesso.
A polarizzare il confronto in questa direzione non è stata soltanto l’opposizione, che ha fatto evidentemente del voto un banco di prova politico. A contribuire in modo decisivo sono stati anche la presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Entrambi sembrano essere caduti in quella che potrebbe essere definita la “sindrome Renzi”: trasformare una consultazione su un singolo tema in un plebiscito personale, nel classico schema del “o con noi o contro di noi”.
Una scelta che, col senno di poi, si è rivelata rischiosa. Più la campagna referendaria si caricava di toni identitari, più cresceva tra gli elettori la tentazione di usare il voto come strumento per esprimere un disagio più ampio. Il referendum è diventato così una valvola di sfogo, un’occasione per mandare un segnale all’esecutivo.
Il Governo, dal canto suo, ha tentato fino all’ultimo di ribaltare l’inerzia. La decisione di intervenire sulle accise a pochi giorni dal voto è apparsa a molti come una mossa disperata, un tentativo di recuperare consenso in extremis. Ma l’effetto è stato limitato, se non controproducente: più che convincere gli indecisi, ha rafforzato l’idea di una maggioranza in difficoltà.
A pesare sull’esito finale sono stati anche fattori esterni al quesito referendario. Lo scandalo che ha coinvolto Andrea Delmastro, sottosegretario proprio alla Giustizia, ha contribuito ad alimentare un clima di sfiducia, mentre nelle battute finali della campagna è emersa con forza una percezione di arroganza da parte dell’esecutivo.
Il risultato, dunque, parla chiaro: questa è prima di tutto una sconfitta del Governo. Non tanto — o non solo — perché la riforma sia stata giudicata negativamente nel merito, ma perché è stato bocciato il modo in cui è stata proposta, difesa e politicizzata.
Al tempo stesso, sarebbe un errore leggere il voto come una piena vittoria dell’opposizione. Più che un trionfo, si tratta di un’opportunità. Forte di questo risultato, il fronte alternativo alla maggioranza è ora chiamato a fare un salto di qualità: costruire una proposta credibile di Paese, capace di andare oltre la semplice opposizione e di presentarsi come reale alternativa alla destra.
Una sfida tutt’altro che semplice. Perché se è vero che il referendum ha punito il Governo, è altrettanto vero che non ha ancora premiato in modo netto un progetto diverso. Tocca ora all’opposizione dimostrare di saperlo costruire, evitando sia le ambiguità del passato sia le rigidità di un politicamente corretto che, troppo spesso, si è rivelato un freno più che una risorsa.
Giuseppe Leonelli

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