Coloro che negli anni sessanta-settanta avevano vent’anni, stanno rivivendo gli stessi momenti di incertezza, angoscia e paura di allora. Nulla sembra cambiato nel modo di amministrare la città di Bologna (sempre diretta da uomini del Pci, Pds, Ds, Pd, tolta a parentesi di Guazzaloca) perchè le drammatiche foto dei danneggiamenti di strade e piazze, o la distruzione e l’incendio di auto, vetrine e mezzi pubblici e le cronache giornalistiche di allora, si rivedono e si leggono anche oggi: una città vittima della violenza cieca e bruta e degli scontri tra giovani armati di spranghe e mattoni, a viso coperto, attivisti dei centri sociali e altri non identificati tra cui forse qualche disoccupato o sbandato, che danno vita ad una sorta di guerriglia urbana contro le forze dell’ordine, contro polizia e carabinieri, che cercano invano di fermarli prima delle devastazioni programmate.
Un film già visto, insomma, che la giunta comunale diretta dal sindaco Matteo Lepore non è riuscita ad archiviare e che qualche sera fa ci ha riproposto in tutta la sua cieca crudeltà e irresponsabilità, una violenza spinta da una rabbia che sembrava proprio quella del 1977 promossa allora dagli studenti universitari e che misero a ferro e fuoco parte del centro storico cittadino oltre che a ferire centinaia di uomini delle forze dell’ordine.
Ed è stato lo stesso Lepore ad ammettere la violenza dell’altro giorno quando ha detto “non lasceremo le piazze in mano ai violenti, agli sbandati, agli antagonisti”. Bontà sua. Ma intanto in questi anni da sindaco cosa ha fatto per migliorare la situazione sociale e ambientale della sua città, per bloccare l’evidente malcontento generalizzato, per fermare l’odio esistente verso polizia, carabinieri, vigili urbani, vigili del fuoco, dunque verso organi dello Stato, che sono li in nome e per conto appunto dello Stato di cui egli, come sindaco, ne è autorevole rappresentante? Dai risultati, nulla, al punto tale che che c’è una marea montante di cittadini scontenti che, con tanto di firme, ne chiedono le dimissioni per incapacità, stanchezza, mancanza di autorevolezza, di idee e di polso fermo.Ma oltre ai cittadini, vi sono state anche autorevoli voci a chiedere l’allontanamento di Lepore dallo scranno di sindaco accusato di avere semplicisticamente sottovalutato i rischi del presidio che egli aveva deciso di organizzare per la serata.
A cominciare dal leader di Azione Carlo Calenda: “Lepore deve dimettersi”, ha detto senza se e senza ma, seguito a ruota dalla parlamentare europea, labolognese Elisabetta Gualmini, eletta col Pd, lo stesso partito di Lepore, secondo la quale egli avrebbe “perso il timone della città” e il controllo della situazione e di avvertire “una stanchezza profonda per una amministrazione comunale che ha dato segni di debole efficacia.
Naturalmente non sono mancati esponenti del Pd che sono stati dalla parte del sindaco, come Romano Prodi e l’europarlamentare modenese Stefano Bonaccini, quest’ultimo della corrente della segretaria Schlein. Prodi in una intervista haaddirittura negato che “Bologna sia una città divisa e violenta” (sic), aggiungendo che “è necessario identificare i violenti che hanno messo a ferro e fuoco la città per capire la matrice degli scontri” (?).
Mentre Bonaccini, con una forte dose di ipocrisia, non è entrato nell’argomento delle devastazioni, delle auto di privati cittadini incendiate, del ferimento di sessanta poliziotti e della richiesta delle dimissione del sindaco Lepore, limitandosi a dire che la “destra specula e fa solo propaganda politica”. Le stesse parole utilizzate dalla segretaria Schlein per liquidare velocemente il fastidioso e ingombrante “caso” Bologna.
Cesare Pradella
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