Direttore buongiorno,
pur essendo da tempo fuori dalla organizzazione sanitaria mi permetto di inviare la seguente riflessione relatvamente alla problematica delle liste d'attesa. Comprendo bene che quanto scrivo non propone una soluzione immediata, ma una modifica culturale che vuole i suoi tempi ma che deve essere acquisita se non si vuol fare saltare definitivamente il servizio sanitario pubblico.
Quando si parla di liste d’attesa, il dibattito si concentra quasi sempre sugli aspetti organizzativi: carenza di personale, insufficienza di risorse, inefficienze gestionali. Sono questioni reali e importanti. Tuttavia, esiste un'altra prospettiva dalla quale osservare il problema, una prospettiva che raramente trova spazio nel confronto pubblico: quella che potremmo definire la fatica della cronicità.
Oggi il 57% degli over 65 convive con almeno una malattia cronica. Un anziano su quattro soffre contemporaneamente di due o più patologie croniche e, tra gli ultraottantacinquenni, questa percentuale raggiunge il 37%. Sono numeri destinati a crescere, perché crescono l'aspettativa di vita e la capacità della medicina di mantenere in vita persone affette da malattie un tempo letali.
Dietro le statistiche, però, ci sono persone. Persone che ogni giorno devono confrontarsi con una condizione destinata a durare nel tempo.
E ci sono familiari, caregiver e professionisti sanitari chiamati ad accompagnarle lungo un percorso spesso complesso e faticoso.La nostra cultura sanitaria continua a essere profondamente orientata verso la guarigione. Siamo abituati a considerare efficace una cura quando ci restituisce alla condizione precedente la malattia. In fondo, continuiamo a pensare che il buon medico sia colui che riesce a riportarci “ad integrum”, come si diceva un tempo.
Ma la cronicità segue regole diverse. Nella maggior parte dei casi non si guarisce definitivamente. Si può stare meglio, si possono controllare i sintomi, si possono prevenire le complicanze, ma la malattia continua a far parte della vita della persona. E questo richiede un cambiamento profondo di prospettiva.
Il vero problema non è soltanto convivere con una patologia. È imparare a convivere con una nuova identità. Chi sviluppa una malattia cronica è chiamato a ridefinire i propri limiti, le proprie aspettative e il proprio rapporto con il corpo, con il tempo e con il futuro. Non è più un malato acuto, ma non può nemmeno considerarsi guarito. Vive in una condizione intermedia che richiede adattamento, consapevolezza e nuove competenze.
Da qui nasce la necessità di superare due atteggiamenti ugualmente dannosi. Da una parte la dipendenza totale dal sistema sanitario, che porta a cercare continuamente risposte e rassicurazioni nei professionisti e nelle strutture sanitarie.
La strada più efficace sta nel mezzo. Significa sviluppare quello che oggi viene definito empowerment del paziente: la capacità di acquisire conoscenze, consapevolezza e strumenti per partecipare attivamente alla gestione della propria salute. Non più semplice destinatario di prescrizioni, ma protagonista di un percorso condiviso con i professionisti.
Questo cambiamento implica una trasformazione anche per il mondo sanitario. I professionisti non possono limitarsi a essere tecnici della diagnosi e della terapia. Devono diventare compagni di percorso. E quando si parla di professionisti sanitari non si intendono soltanto i medici, ma tutti coloro che operano nel sistema della salute: infermieri, fisioterapisti, psicologi, terapisti della riabilitazione, assistenti sociali e altre figure essenziali.
Purtroppo la formazione sanitaria continua a essere prevalentemente orientata verso il modello della medicina acuta. Una medicina fatta di diagnosi rapide, interventi risolutivi e risultati immediatamente visibili. La cronicità, invece, richiede capacità educative, relazionali e di accompagnamento nel lungo periodo. Richiede pazienza, ascolto e continuità. Qualità meno appariscenti, ma sempre più indispensabili.
Investire in modelli psicopedagogici e sociali dedicati alla cronicità significherebbe aiutare le persone a vivere meglio la propria condizione e utilizzare in modo più appropriato le risorse sanitarie.
Le conseguenze positive sarebbero enormi. Meno esami inutili, meno visite inappropriate, meno liste d'attesa congestionate. Ma soprattutto meno sofferenza, meno illusioni e meno delusioni per milioni di persone.
Forse è arrivato il momento di comprendere che la grande sfida sanitaria del nostro tempo non consiste soltanto nel guarire le malattie, ma nell'aiutare le persone a vivere bene con le malattie che non possono essere guarite. È qui che si misura la qualità di un sistema sanitario moderno. Ed è qui che si giocherà una parte decisiva del suo futuro.
Stefano Cencetti
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