Il termine “baby” non serve affatto a circoscrivere un fenomeno; piuttosto, finisce per proteggere la società civile dal prendere atto dell’esistenza di forme di aggregazione violenta ormai radicate e consolidate nelle nostre città: dalla stazione, passando per il lungo fiume, sino ai parchi pubblici.
Né la noia, né il “vuoto profondo”, né tantomeno la “mancanza di svago” in zona sono alla base di queste azioni. Ognuno di noi conserva il ricordo di interminabili giornate adolescenziali colme di noia, con pomeriggi infiniti da riempire. Non per questo si andava in giro a molestare, taccheggiare o intimidire i passanti. Una minore percezione sociale del limite e la sensazione di una legge sempre più debole sono fattori che favoriscono una più frequente uscita allo scoperto di pulsioni aggressive latenti e oggi più libere di esprimersi.
E’ Freud ad insegnare che il bambino, laddove non introietta i limiti del legame sociale, tende all’illimitato, crescendo in un universo onnipotente nel quale crede di poter detenere la legge .
È necessario introdurre nel lessico quotidiano le categorie cliniche che la psicoanalisi ha elaborato e dare alle cose il loro nome: questo modo di agire si chiama violenza di gruppo, con sfumature di sadismo, segnate da una percezione della legge sempre più soccombente rispetto alla regola della violenza che sostiene alcuni di questi gruppi.
Un gruppo numeroso, all’interno del quale si produce il fenomeno della diluizione della colpa, può trarre godimento dal ridurre l’altro a oggetto — persona, zona della città, supermercato — ottenendo un soddisfacimento proporzionale alla paura che riesce a infliggergli. Il sadico “fa vibrare le corde dell’angoscia” nell’altro, instaurando su di lui un potere che pretende illimitato. I video in rete obbediscono alla regola perversa del piacere che si ottiene dall’essere visti mentre si infrange la legge e si mette in scacco la città
Passeggeri sui treni tenuti “in ostaggio” dal gruppo di balordi, coetanei taccheggiati e derubati, scontri fisici tra minorenni: sono azioni spesso agite da gruppi violenti che individuano un soggetto più debole da sottomettere e che non hanno altra finalità se non quella di consolidarsi come unità, attraverso l’identificazione di un “inferiore” da padroneggiare.
Questi fenomeni sono il sintomo di una trasformazione profonda del legame sociale.
Non è un’impressione: è un fenomeno che chi lavora quotidianamente con gli adolescenti incontra sempre più spesso. Chi non vede questo vive una realtà alterata, artefatta. Non scende in città alle otto di sera. Forse nemmeno sa che esiste una sera.
Quando il limite perde consistenza, cresce l’illusione che tutto sia possibile. La sopraffazione e la violenza diventano modalità legittime di relazione con l’altro.
È miope continuare a negare il problema, attribuendolo in maniera autoflagellante esclusivamente alle famiglie, alle difficoltà educative o a una generica “mancanza di ascolto” da parte degli adulti. Una spiegazione che chiama in causa soltanto il disagio rischia, paradossalmente, di cancellare proprio ciò che dovrebbe essere rimesso al centro: la responsabilità del soggetto e il limite che la società è chiamata a porre alla violenza.
Maurizio Montanari, psicoanalista
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